Rio

Una Bibbia degli anni ’80: la seducente copertina di Fred Nagel, il suono scintillante e ricercato, la danzabilità con pennellate rock di Hungry Like The Wolf, il lussurioso video di Rio, la sensualità decadente di The Chauffeur e Save A Prayer ("Qualcuno potrebbe chiamarla una sveltina, ma io e te potremmo chiamarlo paradiso"), la foto interna che ritrae 5 dandy dei nostri tempi.

Il fenomeno Duran Duran esplode in tutto il mondo, ma questo disco è difficile da picconare: nove brani che potrebbero tutti essere singoli (e diventano video). I detrattori avranno pane per i loro denti in seguito.

Azimut

Si notano i primi tentativi di sganciarsi (A cosa pensano, scritta con Francesco Messina, che la affiancherà a lungo), ma il sodalizio con il guru siciliano dà ancora ottimi frutti (Messaggio, Chan-son egocentrique).

Dig The New Breed

Per molti giovani inglesi lo scioglimento dei Jam è un dramma nazionale: si consolano con questo regalo postumo, compilato pescando in sequenza da esibizioni live che partono dagli assalti all’arma bianca del ’77 per arrivare al tour di The Gift (con tanto di fiati) dell’aprile ’82. Performance davvero elettriche, come promette lo strillo di copertina, con molti classici e qualche ripescaggio sfizioso (la cover rock di Big Bird, soul sudista di Eddie Floyd): ma per i palati odierni il piatto è un po’ troppo magro.

Mesopotamia

Dopo un interlocutorio The Party Mix Album, la band inizia a lavorare con David Byrne in veste di produttore e guru. Tutti si aspettano grandi cose ma il progetto si interrompe, e ciò che rimane sono sei pretenziosi brani electro-funk che testimoniano lo stato di incertezza di un gruppo che non sa come crescere (sempre che sia il caso).

In effetti, ancorché brevissimo rispetto all’era del CD, il disco dura poco meno di Wild Planet. Ma sembra più lungo, per la palese mancanza di divertimento. La versione su CD include anche The Party Mix Album.

Combat Rock

L’ultimo disco della line-up classica, prima dell’allontamento di Mick Jones, è il più fortunato commercialmente ma anche il più diseguale della produzione: da una parte i singoli killer (la stonesiana Should I Stay Or Should I Go?, la disco-rock arabeggiante e stralunata di Rock The Casbah), dall’altra i riempitivi che denunciano una band in lenta disgregazione.

Il gioiello è Straight To Hell, ballata percussiva e onirica che immortala al meglio la ruvida, visionaria poetica di Joe Strummer; in Ghetto Defendant la voce recitante è di Allen Ginsberg.

The Sky’s Gone Out

L’album si apre con una versione di Third Uncle di Brian Eno, anche se i veri brani forti sono Spirit e Silent Hedges. Chiaro è come i Bauhaus si riallaccino al rock decadente degli anni ’70, proiettato però in pieno clima post punk. È lo stesso gruppo che ha fatto di cover come Telegram Sam (Marc Bolan) e Ziggy Stardust (David Bowie) il lato A di celebri singoli.

Plastic Surgery Disasters

Il gruppo californiano incide stabilmente per Alternative Tentacles, la propria etichetta, tra le più attive e prestigiose in ambito indie. Il secondo album è il compimento di In God We Trust Inc. a cui lo accoppia la ristampa su CD (Decay, 2001).

Trattasi di un’esasperazione hardcore del verbo originale (Government Flu, Terminal Preppie) che talvolta fa spazio a un epico rock & roll (Dead End, Moon Over Marin).

Thriller

Uno dei più grandi successi commerciali della storia della musica con oltre cinquanta milioni di copie vendute. Da The Girl Is Mine (incisa assieme a Paul McCartney) a Human Nature (più tardi ripresa da Miles Davis), dalla title track all’indiavolata Wanna Be Startin’ Something, ogni canzone è un potenziale hit single. Confermato nel ruolo di produttore, Quincy Jones dirige una squadra di session men di primo piano, tutti al servizio di colui che, fino all’avvento di Madonna, diventerà la stella più luminosa del pop mondiale. Beat It e Billie Jean vanno dritte al primo posto in classifica e Jacko, complice uno stile di vita a metà tra Rockfeller e Peter Pan, inizia a perdere contatto con la realtà. Ristampato su CD in edizione ampliata in occasione del venticinquennale dell’uscita. 

Night And Day

Il capolavoro di Jackson è la cronaca di un nuovo, folgorante colpo di fulmine: per New York (dove tuttora risiede), per i suoi cantori classici (Cole Porter) e per la salsa di Eddie Palmieri e Ray Barretto. Via le chitarre, dunque (quasi un sacrilegio, all’epoca) e spazio invece a pianoforte, archi (sintetici), bongos e timbales. La sinfonia si snoda in due capitoli: una “night side” dedicata al brulicare notturno della metropoli, in cui spiccano i ritmi glamour e pulsanti di Steppin’ Out e il festival percussivo di Another World; e una “day side” meditativa e melodica, con le orchestrazioni sontuose ma essenziali di Breaking Us In Two, Real Men e A Slow Song, organo Hammond e un’intensa performance vocale a incorniciare il pezzo più pregiato dell’intero catalogo. Questo album è uscito in versione Deluxe Edition (doppio, con demo e brani da Mike’s Murder e selezioni dal Live 1980/1986) nel 2003.

 

The Gift

L’ultimo disco della breve e intensissima avventura dei Jam è anche l’album più composito e sfaccettato della produzione: del suono classico rimane poco (giusto l’iniziale Happy Together o il tipico quadretto British di Just Who Is The 5 O’ Clock Hero?), mentre Weller sfoga una creatività ambiziosa ed esuberante tra concise ballate di grande qualità melodica (Ghosts, minimale e spruzzata di fiati; Carnation, nostalgica e ariosa) e impreviste deviazioni di traiettoria (The Planner’s Dream Goes Wrong, satira sociale in salsa tex-mex) confezionata con la consueta vis polemica), planando sui dancefloor con la disco-funk anni ’70 di Precious e Trans-Global Express, l’r&b sincopato di The Gift, l’irresistibile ritratto di vita inglese a ritmo Motown di Town Called Malice, uno dei suoi vertici assoluti. A posteriori, è l’evidente trampolino di lancio (mai superato) della successiva avventura con gli Style Council.

Rock In Hard Place

Mentre Joe Perry forma la sua band (tre ottimi dischi di grezzo hard rock a nome Joe Perry Project) e Brad Whiteford incide un album a nome Whitford/St.Holmes, Steven Tyler riedifica gli Aerosmith con i chitarristi Jimmy Crespo e Rick Dufay. Immutato lo stile, meno vitali le canzoni che portano al successo la sola Lightning Strikes, ma anche ad un improvviso scioglimento.

Bertolt Brecht’s Baal

Appurato che l’intensa stagione cinematografica non gli porta troppi consensi (recita in Justa A Gigolò, Miriam si sveglia a mezzanotte — solo Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima gli rende giustizia), il grand’uomo rispolvera le lezioni di mimo ricevute da Lindsay Kemp e si cimenta col teatro: The Elephant Man a Broadway e, come testimonia l’album, Brecht in Europa.

Solo per fan di stretta osservanza.

The Number Of The Beast

Il nuovo vocalist è l’ex Samson Bruce Dickinson, portentoso folletto dai polmoni infiniti. La sua voce diventa ben presto un marchio di fabbrica, imitata in tutto il mondo e la band può così affrontare serenamente l’iniziale scetticismo dei fan. L’album diventa un classico e vola al primo posto delle classifiche inglesi, trascinato da canzoni memorabili come Invaders, Children Of The Damned, The Prisoner, la title track e il singolo Run To The Hills, accompagnato da uno dei primi video clip della band. Un mezzo promozionale che in futuro dimostrerà di usare con grande intelligenza.

Ice Cream For Crow

I due ultimi dischi prima del ritiro sono i più belli da molto tempo, il primo soprattutto, che mostra la grinta di un tempo, una voce solo un po’ meno ruvida ma tutte le eccentricità dei tempi migliori. A quel punto però, con scelta radicale, Van Vliet toglie Beefheart dalla scena e abbandona il mondo del rock per dedicarsi alla pittura.

Billy Idol

Questo album per molti è il definitivo incontro tra commercio e punk. Di questo l’aitante Idol, ha lo stile, i capelli, i vestiti, il ghigno – ma canzoni come White Wedding o Hot In The City sono onesto pop-rock da classifica, prodotto con mano sapiente da Keith Forsey e suonato con l’ausilio del chitarrista Steve Stevens, prezioso braccio destro.

Garlands

Scozzesi innamorati dei Birthday Party, Robin Guthrie (chitarra) e Elizabeth Fraser (voce), qui in compagnia del bassista Will Heggie, registrano il loro debutto di getto, in poco più di una settimana. Qualcuno detta subito para"goni con il post punk darkeggiante di Siouxsie & The Banshees: ma il suono dei Cocteau Twins è assai più etereo ed alieno, per quanto ancora influenzato dalla new wave inglese.

Pornography

Realizzandolo Robert Smith pensava al disco definitivo dei Cure, qualcosa "sullo stesso piano delle sinfonie di Mahler". La struttura strofica assume dimensioni da sinfonia post punk (One Hundred Years) o da marcia celtica (The Hanging Garden).

Musica plasmata da collera e disincanto; la batteria, squadrata e regolare, gli strumenti e le voci rimbombano su di un proscenio tragico posto tra le volte di un’immaginaria cattedrale.

Rock gotico più un’iperbole negativa della psichedelia, affascinata dal trauma e dalla psicopatia quale risorsa estrema dell’immaginario (A Short Term Effect). Dopo Pornography, i Cure saranno davvero tutta un’altra cosa.

Nebraska

Al culmine dei consensi, nei dieci anni più fortunati della sua carriera, Springsteen si concede una pausa musicale di riflessione. Nebraska stupisce tutti. Lontano dalla "fabbrica del rock", Bruce si isola con chitarra e voce a cantare delle ballate folk che sembrano nate dalle nostalgiche ispirazioni tipiche al grande maestro Woody Guthrie.

Le incide su un vecchio registratore a quattro piste e si tiene la cassetta con il master, per giorni, in tasca alla giacca.

Imperial Bedroom

Costello è pronto ad abbandonare il rock tutto nervi e scatti dei primi dischi per abbracciare il pop d’autore. Per confezionare il suo Sgt. Pepper’s arruola l’ingegnere del suono Geoff Emerick, già assistente di George Martin in Abbey Road, e dà sfogo ad una versatilità compositiva finora inimmaginabile.

Le chitarre e l’asprezza degli esordi resistono in Beyond Belief e Shabby Doll: ma il resto sono tanghi notturni (The Long Honeymoon) e jazz afterhours (Almost Blue), sezioni d’archi soffici come nuvole di zucchero filato (Town Cryer) e canzoni pianistiche alla Elton John (Human Hands), ballate ad ampio respiro (Man Out Of Time) e lamenti da "crooner" del ventesimo secolo (Kid About It).

Voci sovraincise, corni francesi, partiture scritte (da Steve Nieve, nel ruolo ufficiale di arrangiatore) segnalano il glorioso passaggio dell’autore alla piena maturità artistica.

One To One

Altre eco-ballate piuttosto inconsistenti infarciscono un album che ha tra i protagonisti la chitarra di Eric Johnson. Il maggior motivo di interesse è la presenza di Cynthia Weil, vicina di "casa" e rivale durante la stagione d’oro newyorkese, con cui Carole scrive la non indimenticabile title track.