Setting Sons

Weller non nasconde le sue ambizioni e pensa ad un concept album ispirato a tre personaggi archetipi. Il progetto non prende corpo, ma il nuovo disco suona ugualmente compatto e unitario: l’interplay dinamico di chitarra, basso e batteria scatena fuoco e fiamme nelle cavalcate furibonde di Private Hell e Thick As Thieves e nell’incedere marziale di Eton Rifles. Lo stesso trattamento brutale è riservato ai ritmi Motown di Heatwave (Martha & The Vandellas: al piano c’è Mick Talbot, futuro alter ego di Weller negli Style Council), mentre il lato melodico e intimista della band di Woking si rivela tra i flauti e le chitarre acustiche di Wasteland e nella bella riscrittura “da camera” di Smithers-Jones, il miglior brano di Foxton già edito su singolo in versione rock/elettrica.

45 rpm: The Singles, 1977-1979

Dedicato ai nostalgici del vinile: tutti singoli dei Jam, lati A e lati B, in ordine cronologico e suddivisi in due cofanetti. Il box quintuplo uscito quattro anni prima lo renderebbe un acquisto quasi superfluo, non fosse che i box sono molto ben confezionati, contengono anche b-side dal vivo e, soprattutto, i videoclip di numerosi brani nella porzione “enhanced” dei CD.

 

This Is The Modern World

Troppa fretta e troppo impeto non giovano ai Jam, che al secondo album si attorcigliano un po’ su se stessi. Weller sferra un paio di unghiate feroci (The Modern World, Standards), svela già una certa raffinatezza di scrittura (I Need You) e interpreta con baldanza giovanile In The Midnight Hour di Wilson Pickett. Ma troppe canzoni (soprattutto il paio firmate dal bassista Foxton) non si sollevano dall’anonimato.

In The City

Da Woking, cintura di Londra, Paul Weller, Bruce Foxton e Rick Buckler infiammano il mod revival: capelli corti, cravattino e chitarre di marca rigorosamente Rickenbacker. Il disco di debutto è grezzo, magari poco personale ma attraversato dalla corrente elettrica del punk rock imperante (Art School, la title track). Beat e r&b la fanno da padrone, la ripresa anfetaminica del Batman Theme televisivo è un omaggio ai Sixties e agli Who, Slow Down era nel repertorio dei primi Beatles, Away From The Numbers fa già capire che Weller non ci sta a restare nascosto nel gruppo.

Direction Reaction Creation

Il box set dei Jam, affidato alle cure dell’ex manager Dennis Munday, mantiene le promesse. Quattro dischi per ripercorrere cronologicamente e in edizione rimasterizzata tutti i (117) brani pubblicati nelle versioni ufficiali di studio, tra singoli e album; un quinto disco di rarità assortite che include tre inediti assoluti (due di Weller, uno di Foxton) e una nuova manciata di cover, tra la beatlesiana Rain (Weller accompagnato dal produttore e da un roadie, anziché dai Jam) e la ballata soul Every Little Bit Hurts, la celeberrima Stand By Me e Dead End Street dei padri putativi Kinks. In aggiunta un bel libretto ricco di foto, aneddoti e memorabilia, corredato da discografia ed elenco dettagliato di tutti i concerti tenuti dalla band in sei anni di vita.

Dig The New Breed

Per molti giovani inglesi lo scioglimento dei Jam è un dramma nazionale: si consolano con questo regalo postumo, compilato pescando in sequenza da esibizioni live che partono dagli assalti all’arma bianca del ’77 per arrivare al tour di The Gift (con tanto di fiati) dell’aprile ’82. Performance davvero elettriche, come promette lo strillo di copertina, con molti classici e qualche ripescaggio sfizioso (la cover rock di Big Bird, soul sudista di Eddie Floyd): ma per i palati odierni il piatto è un po’ troppo magro.

The Jam At The BBC

Weller, Foxton e Buckler alla radio inglese, minuto per minuto, da In The City a Boy About Town, dal primo album a The Gift, in studio e in concerto. Un modo alternativo per ripercorrere un’epopea breve e bruciante, le Rickenbacker sferzanti del mod revival e le sezioni fiati del neo-soul inglese (con una tumultuosa versione di Sweet Soul Music). I primi quattro pezzi, registrati nell’aprile ’77 per le session di John Peel, erano già stati pubblicati nel ’90 dalla Strange Fruit in un EP in vinile dal titolo The Peel Sessions .Un terzo CD, incluso solo nella prima tiratura, riporta alla luce per intero la torrida esibizione del ’79 al Rainbow di Londra da cui il precedente Live Jam aveva pescato alcune selezioni.

Extras

Ventisei rarità, tra lati B, provini, versioni alternative e inediti. Un percorso interessante, che recupera altri brani di valore fino ad allora disponibili solo su singolo (la versione di studio di Move On Up, il McCartney cool jazz di Shopping e il Philly Sound di Stoned Out Of My Mind, tutte riprese dall’ultimo, doppio singolo Beat Surrender; l’affascinante Liza Radley, Eleanor Rigby welleriana qui proposta in versione demo), cover di Beatles (And Your Bird Can Sing), Who (So Sad About Us, Disguises), Small Faces (Get Yourself Together) e James Brown (I Got You, alias I Feel Good) e una A Solid Bond In Your Heart che verrà poi recuperata nel repertorio degli Style Council.

The Gift

L’ultimo disco della breve e intensissima avventura dei Jam è anche l’album più composito e sfaccettato della produzione: del suono classico rimane poco (giusto l’iniziale Happy Together o il tipico quadretto British di Just Who Is The 5 O’ Clock Hero?), mentre Weller sfoga una creatività ambiziosa ed esuberante tra concise ballate di grande qualità melodica (Ghosts, minimale e spruzzata di fiati; Carnation, nostalgica e ariosa) e impreviste deviazioni di traiettoria (The Planner’s Dream Goes Wrong, satira sociale in salsa tex-mex) confezionata con la consueta vis polemica), planando sui dancefloor con la disco-funk anni ’70 di Precious e Trans-Global Express, l’r&b sincopato di The Gift, l’irresistibile ritratto di vita inglese a ritmo Motown di Town Called Malice, uno dei suoi vertici assoluti. A posteriori, è l’evidente trampolino di lancio (mai superato) della successiva avventura con gli Style Council.

Snap!

La prima antologia dei Jam resta tutto sommato la migliore, nonché uno strumento fondamentale per apprezzare la parabola creativa di un gruppo che, in aderenza all’etica punk, ha spesso prodotto il meglio di sé nel formato ridotto dei singoli. Snap! è dunque la prima occasione per recuperare su album classici welleriani come la strepitosa Going Underground (la paura del nucleare condensata in quattro minuti di energia e melodia), Start! (con il riff introduttivo di basso rubato a Taxman dei Beatles) e la minacciosa Funeral Pyre (remixata rispetto all’edizione a 45 giri) nonché gli ultimissimi singoli, il pop orchestrale di The Bitterest Pill (I Ever Had To Swallow) e lo scoppiettante Northern soul di Beat Surrender; senza dimenticare eccellenti b side come The Butterfly Collector e Tales From The Riverbank. That’s Entertainment è qui inclusa in versione demo (diversa da quella pubblicata sulla versione CD, Compact Snap!, che omette però ben otto tracce). Le prime copie dell’edizione in vinile includono l’EP Live At Wembley registrato dal vivo nel dicembre dell’82: quattro pezzi, tra cui la pimpante cover di Move On Up di Curtis Mayfield.

Sound Affects

Gessati e abiti mod stanno ormai stretti a Weller, che all’unitarietà del disco precedente replica con una raccolta di canzoni varia e coraggiosa che cerca di infrangere i limiti della formula del trio rock. L’apocalittica Set The House Ablaze e i ritmi da marcia di Pretty Green dimostrano che la rabbia non è ancora repressa, ma le dolcezze neopsichedeliche di Monday e la dinamica compositiva di Man In The Corner Shop sono l’indizio di una nuova maturità nello stile di scrittura del giovane “working class hero”. In Music For The Last Couple e in Scrape Away affiorano echi di ska e di dub, Boy About Town aggiunge una scattante sezione fiati r&b. Ma a Weller bastano voce e chitarra acustica strimpellata di getto per confezionare That’s Entertainment, reportage toccante e in tempo reale sullo stato di una nazione.

Live Jam

Un fratello maggiore (per quantità di pezzi) del precedente Dig The New Breed, di cui riprende il concetto della compilazione cronologica. Si parte dal Rainbow di Londra (1979), tra le urla dei fan e i lampi mod punk di The Modern World e Thick As Thieves per approdare alla “soul revue” di A Town Called Malice, Precious e Heatwave. In mezzo, Eton Rifles, Down At The Tube Station At Midnight, Strange Town e When You’re Young, sempre incendiarie dal vivo, e la spettrale, intimista The Butterfly Collector.

45 rpm: The Singles, 1980-82

Dedicato ai nostalgici del vinile: tutti singoli dei Jam, lati A e lati B, in ordine cronologico e suddivisi in due cofanetti. Il box quintuplo uscito quattro anni prima lo renderebbe un acquisto quasi superfluo, non fosse che i box sono molto ben confezionati, contengono anche b-side dal vivo e, soprattutto, i videoclip di numerosi brani nella porzione “enhanced” dei CD.

Jam

Un gruppo mod catapultato negli anni del punk. Il power trio di Woking agli esordi divide il palco con Clash e Sex Pistols, suona esuberante e aggressivo come da copione, fornisce al movimento punk l’inno In The City ma mette in mostra anche uno stile più compassato e decisamente meno iconoclasta: una miscela irruente di r&b, soul, rock&roll e pop stile anni ’60 con un debito verso maestri quali Who e Kinks.

Dopo il primo LP e il discusso seguito This Is The Modern World, il gruppo pubblica il capolavoro All Mod Cons, pregno di riferimenti all’estetica e alla cultura mod. Lo sguardo tagliente sulla società contemporanea li allontana tuttavia dall’ottica del puro revival. Nel 1980 è la volta del 45 giri Going Underground, tra i classici indiscussi della band.

Il trio è senza dubbio uno dei complessi più amati del Regno Unito quando annuncia il proprio scioglimento nel 1982, dopo aver pubblicato altri tre LP. Il leader Paul Weller proseguirà con successo la sua carriera, negli ‘80 con gli Style & Council e poi da solo negli anni ’90, che lo vedono come il “padrino” del britpop. 

 

All Mod Cons

La crisi di crescita fa bene al giovane Weller, che dopo aver meditato un precoce ritiro dalle scene diventa a vent’anni il portavoce di una generazione (in patria, perché all’estero i Jam non riusciranno a sfondare): narratore acuto e impietoso della “English way of life” sulle orme del primo Pete Townshend e di Ray Davies dei Kinks (di cui riprende l’ironica e tambureggiante David Watts), interprete delle aspirazioni, frustrazioni e disorientamenti del giovane proletariato urbano (al di là di certe presunte simpatie giovanili per i “tories” al governo). Classici a ripetizione, nel disco della sua esplosione creativa: ‘A Bomb’ In Wardour Street e Down In The Tube Station At Midnight raccontano la violenza metropolitana tra rullate militaresche e accordi sciabolanti; il riff serpentino di Mr. Clean mette alla berlina le sicurezze della “middle class”; To Be Someone riflette sulle trappole del successo, e Billy Hunt sui sogni infranti della gioventù; In The Crowd, elettrica ed esuberante, è un inno alla musica come riscatto dalla spersonalizzazione; e la delicata, inattesa ballata acustica English Rose è il gioiello nella corona di un disco praticamente perfetto.