Shades Of Deep Purple

Quelli che diventeranno i re dell’hard rock, debuttano con un album di chiara estrazione beat, allestito in due sedute di studio di sole 18 ore, per dare un rapido seguito all’inatteso successo americano del singolo Hush, rifacimento di un brano di Joe South.

La formazione comprende alcuni tra i più noti musicisti dell’underground inglese, il chitarrista Ritchie Blackmore, il tastierista Jon Lord, il batterista Ian Paice, il bassista Nick Simper e il cantante Rod Evans.

Horizontal

Forte di Massachussets, World, And The Sun Will Shine, l’album riflette quello che i Bee Gees sono in questo momento: una prodigiosa macchina da singoli pop cui non mancano le ambizioni per fare qualcosa di più: casomai, l’eccessivo favore con cui vengono accolte le loro pagine più soft li induce a trascurare la loro inclinazione per la ritmica.

Oh, beh: si rifaranno in seguito.

Stereoequipe

Comincia la transizione verso i brani italiani, in particolare la coppia di autori Mogol-Battisti. L’album ospita le loro Nel cuore, nell’anima e la fortunata 29 settembre.

Anche Vandelli ha cominciato a comporre, ma l’album vive soprattutto di atmosfere d’importazione: a furia di ascoltare i Beatles, evidentemente vien voglia di aumentare il carico di psichedelia e stranezze (nastri rallentati e accelerati, strumenti indiani…).

The Beatles

Primo e unico doppio album dei Beatles in vita, opera stilisticamente più varia, che rifugge i bagliori psichedelici per tornare alla semplicità dei primi anni. Il cosiddetto "Doppio Bianco", rock elettrico e folk acustico senza troppo lavoro di studio, è un disco di contributi individuali più che di gruppo, elaborati secondo gli umori dei singoli musicisti.

Si passa dal rock & roll (Back In The USSR) alle ballate acustiche (Blackbird, I Will, Cry Baby Cry), dalla delicatezza di Julia e Mother Nature’s Son alla sperimentazione di Revolution #9, dal quasi punk di Helter Skelter alle filastrocche Obladì Obladà e Piggies. Da qui in avanti non sono più i quattro Beatles ma Lennon e McCartney, qualche volta Harrison, quasi mai Ringo.

Strictly Personal

La storia discografica di Beefheart è da subito confusa e contrastata da problemi contrattuali. La militanza con la Blue Thumb dura poco e produce un album pesantemente rimaneggiato dai discografici, in cui ci sono però altre devastanti versioni di Safe As Milk, Trust Us, Kandy Korn.

Altri brani da quelle stesse session saranno pubblicati nel 1971 su Mirror Man e nel 1992 su I May Be Hungry.

Wee Tam &The Big Huge

Due album venduti separatamente e poi in coppia, due fratelli gemelli che confermano l’alchimia e la complementarità della strana coppia: Heron costruisce deliziose miniature in odor di pop psichedelico (Puppies, Cousin Caterpillar) e recupera suoni americani (il country&western di Greatest Friend, il Cajun di Log Cabin Home In The Sky), Williamson e la sua voce ultraterrena inseguono miti celtici e fiabe psichedeliche alla Lewis Carroll (Ducks On A Pond, The Iron Stone, Lordly Nightshade), inanellando mantra meditativi (The Yellow Snake), luminose ballate corali (You Get Brighter) e canzoni bonsai (i sedici secondi di The Son Of Noah’s Brother sono da record). Del gruppo fanno ormai stabilmente parte (voce e percussioni) Licorice McKenzie e Rose Simpson, compagne dei due leader.

Last Time Around

A gruppo già sciolto, il tecnico del suono Jim Messina recupera brani rimasti nei cassetti per un’opera ibrida, che non piace ai musicisti ma contiene alcune splendide canzoni tra folk e rock: On The Way Home e I Am A Child, di Neil Young, la Kind Woman di Furay, Special Care e Four Days Gone di Stills.

Emblematica la copertina, con Young che guarda in direzione opposta rispetto al profilo degli altri.

In-A-Gadda-Da-Vida

La band cambia alcuni componenti e firma il secondo album, che passerà non solo alla piccola storia del gruppo ma anche alla storia del rock in generale. È impressionante la forza d’urto del tema-guida, con i suoi vortici di tastiere e chitarre che esplodono per 17 minuti, con il canto arcigno del leader Doug Ingle. Registrato in studio in una sola take, senza sovraincisoni, In A Gadda Da Vida (storpiatura “da sballo” di In A Garden Of Eden) diventerà uno degli inni più classici del California rock e del primo hard, e verrà usato suggestivamente da Brian DePalma in una lunga scena del suo Omicidio a luci rosse. Ristampato dalla Rhino nel 1995 con una divertente copertina 3D e due ulteriori versioni del tema-guida: quella del successivo Live (aprile 1970) e l’edit di 2 minuti e 52″ usato all’epoca come 45 giri e per i passaggi radio.

The Notorious Byrd Brothers

Senza il talento di Clark e la fantasia di Crosby, i Byrds preparano un’altra importante svolta stilistica, prendendo tempo con un altro disco sottovalutato, che però è il loro più sincero contributo alla stagione psichedelica californiana.

Privo di un pezzo forte e di qualsiasi tentazione da classifica, è una coloratissima variante acida sui temi del folk rock, zeppa di tracce lisergiche, effetti speciali, sogni e visioni, con due sorprendenti cover dal repertorio di Goffin & King (Goin’ Back e Wasn’t Born To Follow).

Waiting For The Sun

Una piccola delusione. I Doors offrono un ondivago repertorio purtroppo lontano delle smanie psico blues delle origini. Hello’ I Love You è un buon successo ma sposta la band verso il pop radiofonico, con dispetto dei fan; The Unknown Soldier è invece un granchio, goffo tentativo di teatro/musica antimilitarista negli anni del Viet Nam.

John Wesley Harding

Sempre controcorrente e deciso a tornare sulla scena con un disco tutto nuovo, Dylan suona acustico ed essenziale nel momento in cui il rock americano e inglese è più che mai elettrico e "rumoroso".

La tensione religiosa e visionaria dell’album, che contiene fra l’altro la più intensa versione di All Along The Watchtower incisa da Dylan, si stempera alla fine con la sensuale I’ll Be Your Baby Tonight.

The Hurdy Gurdy Man

È il disco che segna il passaggio dal folk rock floreale a un rock più duro (non è un caso che in studio ci siano tre futuri Led Zeppelin) ed è anche la fine del periodo più creativo.

La title track mostra ancora chiare tracce psichedeliche, la poesia rimane in una ballata tipica come Jennifer Juniper, e soprattutto in due 45 giri del periodo, La Lena e Atlantis, due dei brani più famosi di tutta la carriera.

Sweetheart Of The Rodeo

Unici rimasti del nucleo originario, McGuinn e Hillman chiamano il cantante Gram Parsons e operano un’altra storica virata stilistica che sancisce la nascita del country rock. È una manovra inattesa, che provoca sconcerto tra i fan ma che una volta ancora riceve il conforto della storia: ora vengono elettrificati anche i ritmi country, con un risultato che come di consueto passa attraverso covers, molte (ancora Dylan, Woody Guthrie, Merle Haggard) e originali (tre in tutto il disco).

Da qui discenderanno tutti i gruppi country rock dei ’70, dai Flying Burrito Brothers in avanti, e qui verrà messa un’importante pietra d’angolo della musica americana. Riedito una prima volta (1997) con otto bonus, ora è stato inserito nella serie Legacy e di nuovo ampliato a doppio CD, con altri demos, outtakes, prove di studio, e anche sei brani della International Submarine Band, il precedente gruppo di Parsons.

THE CITY: Now That Everything’s Been Said

Il formato rock non è magari il suo forte, ma Hi-De-Ho (già incisa dai Blood, Sweat & Tears) è un easy r&b di classe superiore e la versione lenta ed estatica di Wasn’t Born To Follow non sfigura affatto a confronto di quella, veloce e countreggiante, che i Byrds consegnano alla colonna sonora di Easy Rider.

For All The Seasons Of Your Mind

Janis non ha smesso di frequentare il liceo ma fa sul serio: per la nuova raccolta compone principalmente al pianoforte (There Are Times, Evening Star, il bel valzer di Queen Merka and Me), aprendo il ventaglio sonoro a orchestrazioni più ricche e raffinate (il sitar e il clavicembalo di A Song For All The Seasons). Ma sono ancora i suoi testi di adolescente cresciuta (troppo?) in fretta a lasciare segni profondi: Insanity Comes Quietly To The Structured Mind affronta il tema del suicidio, l’assorto folk chitarristico di Shady Acres quello degli anziani abbandonati a se stessi.

Wheels Of Fire

L’epico tour de force del trio inglese, che sulla lunghezza delle quattro facciate (due registrate in studio, due dal vivo a San Francisco) dispiega tutto il potenziale di cui dispone. Lunghe e travolgenti versioni di Crossroads e Spoonful, con molte improvvisazioni strumentali. Tra i brani di studio la bella White Room, Sitting On Top Of The World, Politician, e la cover di Born Under A Bad Sign ne fanno il disco più famoso del trio inglese.

Heavy

Originari di Los Angeles, gli Iron Butterfly sono un quintetto di chitarre e tastiere con una vena hard rock insolita per l’epoca ma una spiccata inclinazione anche per la melodia. Il loro primo disco si distingue per la crudezza del suono, con ampio ricorso a feedback e distorsori. Fra i brani, uno strumentale con curiosi effetti elettronici come Iron Butterfly Theme e una cover di Get Out Of My Life Woman, di Lee Dorsey.

Idea

I Started A Joke e I Gotta Get A Message To You svolgono egregiamente il loro lavoro di singoli, ma nonostante il chiaro intento di togliersi dalla dimensione dei 45 giri per entrare in quella dei 33, lo sforzo non convince completamente. In qualche modo, gli hit danneggiano la coesione degli album, che pure sta molto a cuore al trio.

Azzurro/Una carezza in un pugno

Il ’68 di Celentano non ha niente di casuale: il suo messaggio ai giovani è la conservatrice Tre passi avanti, mentre dal punto di vista musicale non punta più sul rock (se non in senso nostalgico, in Torno sui miei passi) a vantaggio di arrangiamenti orchestrali da classica canzone italiana. C’è però da dire che in questo momento il 30enne Adriano ambisce a rappresentare l’italiano medio, e lo fa al meglio intonando con voce lievissimamente stonata Azzurro di Paolo Conte, che si fa un nome firmando anche il valzerone La coppia più bella del mondo. Da segnalare anche altri due evergreen: Eravamo in centomila e Una carezza in un pugno.

The Hangman’s Beautiful Daughter

La comune ISB trasferisce in musica lo spirito anarchico e libertario che ne contraddistingue l’esistenza frantumando le ultime regole del revival folk e “roots”: le canzoni si scompongono in molecole sonore volatili e quasi inafferrabili, tra continui cambi di tempo, improvvisi mutamenti di clima e deviazioni estemporanee: sapori indiani (Koeeaddi There), di music hall (The Minotaur’s Song), di ragtime (Mercy I Cry City), di Medio Evo e magici rituali (The Water Song) si mescolano nel festival di chitarre acustiche, flauti, sitar, percussioni africane, harmonium, clavicembali e voci spericolatamente fuori tono. Prevale un senso di “stonata” stupefazione, e i tredici rarefatti minuti della minisuite A Very Cellular Song (descrizione surreale dell’esistenza di un’ameba che cita il celebre traditional We Bid You Goodnight) catapultano il gruppo in un’altra dimensione. Il capolavoro dell’acid folk inglese, anche se non adatto a tutti i palati.

The Secret Life Of J. Eddie Fink

L’impronta autobiografica del nuovo album è suggerita dal titolo, in cui Janis si presenta con la sua vera identità (Ian è il secondo nome del fratello), la sua versatilità dal numero di canzoni, cinque, che finiscono sulla colonna sonora di un film del momento (Sunday Father, con Dustin Hoffman). La Ian respira l’aria dei tempi facendosi più onirica, più aggressiva in titoli come Everybody Knows e 42nd Street Psycho Blues, nell’uptempo r&b di Sweet Misery. Sperimenta con un modello primitivo di sinterizzatore, l’ondeoleon, e si fa accompagnare, alle percussioni, da Richie Havens non ancora santificato da Woodstock, guarda a Simon & Garfunkel (Friends Again) ma anche alla ballata jazz sofisticata (Mistaken Identity).