Who Really Cares

Al banco di regia c’è stavolta Charlie Calello, l’uomo che in Eli and The Thirteenth Confession ha saputo tramutare in realtà le più inconfessabili fantasie di Laura Nyro. Qui la sua bacchetta magica non sortisce gli stessi effetti ma sono piacevoli le sue movimentate scenografie da musical rock (Love You More Than Yesterday, Do You Remember?), il blues macchiato latte di Time On My Hands, gli omaggi a Jimmy Webb (Galveston) e le atmosfere da luci basse di Orphan Of the Wind

 

Breaking Silence

Dopo un lunghissimo silenzio, arriva un disco di sorprendente freschezza. Nessuna concessione alle mode (“nessun sintetizzatore, limitatore vocale o campione è stato utilizzato in questo album”, spiegano le note di copertina), piuttosto un ruspante roots rock di assoluta attualità a far da cornice a canzoni di ottima fattura. His Hands e la title track (il titolo fa riferimento al recente outing della Ian a proposito della sua omosessualità) tirano fuori unghie che molti credevano spuntate; Road To The River, prestata a John Mellencamp per il suo film Falling From Grace, ha il classico tiro del Coguaro (che infatti la farà sua), Ride Me Like A Wave trasuda torrida sensualità, la spettrale Tattoo affronta a viso aperto un tema sentito in prima persona come la Shoah (la Ian è di origini ebraiche), mentre I’m Not Done e l’armonica di This Train Still Runs ribadiscono la sua intenzione di non fermarsi.

 

Janis Ian

Quando si dice un talento precoce. La Shirley Temple del pop folk newyorchese ha sedici anni appena quando debutta sfoderando un colpo da ko: Society’s Child, ballata che sotto l’abitino elegante di un’orchestrazione alla Brill Building nasconde un tema serio e per l’epoca urticante, l’amore interrazziale impedito dalle convenzioni sociali. Diventerà il suo passepartout (e una specie di inno per il movimento dei diritti civili) ma anche la sua maledizione (attacchi dei censori, pressioni eccessive della casa discografica). Le altre canzoni, a cominciare dalla prima incisione in assoluto, Hair Of Spun Gold, confermano un talento acerbo ma autentico, con ritratti di delicato intimismo (The Tangles Of My Mind) ed echi della canzone di protesta che in quel periodo ancora arrivano dal Greenwich Village (New Christ Cardiac Hero, I’ll Give You A Stone If You Throw It). 

Present Company

Scottata dalla rottura del contratto con la Verve, la Ian si trasferisce a Marin County, California. L’atmosfera “easy” e rilassata della West Coast è palpabile in tutto il nuovo disco, confezionato con l’aiuto di session men di prestigio come Charlie Daniels e John McFree, ma il materiale è un po’ più esangue e meno personale del solito: più vicino a Carly Simon che alla Nyro o a Joni Mitchell, riconoscibile soprattutto nella zampata autoironica di See My Grammy Ride e in My Land, disilluso omaggio agli Stati Uniti d’America. 

 

Janis Ian II

Il disco “jazz” della Ian, contraddistinto con il numero romano II per distinguerlo dall’omonimo album di debutto. Accompagnata da una formidabile sezione ritmica (Richard Davis, Ron Carter e Steve Gadd), la cantautrice sfoggia tocco e padronanza tecnica al pianoforte mettendo in tavola un altro bel gruzzolo di articoli pregiati: Do You Wanna Dance? sta elegantemente in bilico tra Carole King, Joni Mitchell e Herbie Hancock, Silly Habits flirta inappuntabilmente con la tradizione (tanto da convincere il grande Mel Torme ad interpretarla in duo con l’autrice), That Grand Illusion è “sophisticated pop” allo stato puro, I Need To Live Alone Again continua la tradizione delle ballate spezzacuori. 

 

Aftertones

La Ian resta fedele alla cifra stilistica dei due dischi precedenti sfoggiando ancora apprezzabile duttilità interpretativa: nella nuova collezione spiccano Love Is Blind, ballatona sentimentale con un impeto melodico alla Neil Diamond (numero uno in Giappone, dove anche l’album diventa un hit), l’afterhours di Belle Of The Blues, altro malinconico ritratto di una stella cadente, e l’intreccio vocale da manuale di Hymn, ricamato con le grandi voci ospiti di Odetta e Phoebe Snow. 

 

Janis Ian Live: Working Without A Net

Ormai padrona di se stessa, la Ian fabbrica un’antologia dal vivo pescando nei cassetti esibizioni in gruppo e in solitaria dal 1990 in poi. Nessuna sovraincisione o abbellimento in postproduzione, e anche stavolta l’argenteria migliore è tutta apparecchiata in tavola: At Seventeen, Jesse, Silly Habits, Stars, Tattoo, Take No Prisoners, una Paris In Your Eyes all’epoca ancora inedita e una Society’s Child ancora una volta spogliata di ogni orpello ornamentale. Boots Like Emmylou’s e Cosmopolitan Girl strappano risate in platea, il ritornello di These Boots Are Made For Walkin’ (Nancy Sinatra), in coda, è il pretesto per chiudere in concerto in coro. 

 

Stars

Da qui, dopo tre anni di silenzio, prende il via la fase adulta della carriera della Ian: amaramente autbiografica nella title track (ripresa anche da Cher) e in Applause, riflessioni in punta di chitarra sulla credibilità dello star system e sui sogni di gloria infranti, orientata nuovamente verso un genere di folk intimista da coffee house corredato da testi introspettivi e chilometrici. L’altro pezzo forte è Jesse, straniante canzone sull’assenza appena portata al successo da Roberta Flack. Il disco viene inizialmente pubblicato nell’indifferenza generale dalla Festival australiana, e solo successivamente rilevato dalla Columbia. 

 

The Bottom Line Encore Collection (Janis Ian)

Tredici pezzi soltanto, in questo live: ma i classici, Society’s Child e At Seventeen (in versioni per sola voce e chitarra) comprese, ci sono più o meno tutti, contornati dai coretti pop di Memories, il brio da musical di I Would Live To Dance (per la Ian il ballo dev’essere un’ossessione), e l’aggiornamento in chiave funky, con tanto di chitarra wah wah, di Fly Too High

 

Uncle Wonderful

È un momento buio per l’artista, abbandonata da tutti se non dall’etichetta australiana che le aveva gettato un salvagente ai tempi di Stars. La copertina, che propone la Ian in improbabili vestiti trendy, fa presagire i contenuti. La sbornia disco non è smaltita, ma qui (Just A Girl, Body Slave), senza Moroder, i risultati sono molto più scadenti. Pochi i pezzi sui cui Janis lascia una impronta duratura: la canzone che intitola il disco (che tratta di abusi sessuali familiari) e Mechanical Telephone, un fusion blues sul tema della incomunicabilità in cui la musicista sperimenta con la allora rivoluzionaria batteria elettronica Linn.

Between The Lines

Sette anni dopo il suo primo “smash hit” la Ian ha in mano una nuova Society’s Child: At Seventeen. La strategia è simile: un delicato arrangiamento bossa nova con fiati alla Bacharach guarnisce di zuccherosa dolcezza un testo amarissimo e spietato sul brusco risveglio dall’adolescenza e la crudeltà del gioco amoroso. Diventerà un nuovo, grande successo da classifica e un inno per tutte le “brutte anatroccole” snobbate dai maschi alla perenne ricerca di reginette di bellezza. Il contorno, pilotato dalla produzione sinfonica di Brooks Arthur, è degno del piatto forte: In The Winter, con tanto di archi classicheggianti, è un’altra canzone di amore e solitudine che ricorda Dusty Springfield ma anche certo pop mediterraneo anni Sessanta, From Me To You un delicato esercizio in fingerpicking che avrebbe figurato bene su Stars, Water Colors uno schizzo davvero delicato come un acquarello, mentre Between The Lines accarezza il mainstream e le mitchelliane When The Party’s Over e Light A Light portano ancora addosso qualche profumo di California. 

 

Unreleased 1: Mary’s Eyes

Una prima raccolta di rarità (a tiratura limitata) inaugura l’etichetta della Ian, ironicamente battezzata “rude girl” riprendendo un commento a lei indirizzato da un giornalista della Associated Press. Compilata sulla base delle richieste dei fan, la collezione copre un vasto arco temporale (1971-1997) accumulando performance solitarie (la bella Make A Man Of You), di gruppo (La Cienega Boulevard) e dal vivo (l’ironica Cosmopolitan Girl). Come i volumi successivi della serie, finanzia un progetto di educazione musicale, Pearl Foundation, intitolato alla madre della Ian (è disponibile solo in download digitale). 

 

God & The FBI

Un disco politico fin dal titolo, in cui l’autrice ricorda i suoi surreali trascorsi con l’agenzia investigativa federale e sbeffeggia il famigerato Edgar Hoover tentando nel contempo di aggiornare il suo linguaggio musicale. Di qui l’hip hop funk del pezzo omonimo, le atmosfere “urban” di On The Other Side e i sample di Murdering Stravinsky. Molto meglio il resto, però: il jazz acustico alla Rickie Lee Jones di Jolene, la ballata pianistica Days Like These, la presa per i fondelli di Boots Like Emmylou’s, in cui il bersaglio sono la Harris e certo establishment nashvilliano. Un’icona del genere, Willie Nelson, è invece gradito ospite in Memphis, ballata country con tutti i crismi. 

 

Billie’s Bones

A 53 anni, quasi invisibile al radar dei mass media, la cantautrice newyorchese sforna uno dei dischi migliori della carriera. Suoni e arrangiamenti prevalentemente acustici, calibratissimi e distillati con cura artigianale dai musicisti (con una menzione speciale per il dobro, il banjo e le lap & pedal steel di Dan Dugmore), ma soprattutto canzoni baciate da una solidissima ispirazione: sia quando la Ian calpesta con delicatezza i suoi territori d’elezione (When I Lay Down, Dead Men Walking, Matthew: ispirata, quest’ultima, all’assassinio di uno studente universitario gay che negli Stati Uniti ha scosso le coscienze): sia quando decide di rifarsi alla tradizione folk delle isole britanniche (Mockingbird, Mary’s Eyes, lo strumentale Marching Of Glasgow, la “murder ballad” da brividi Forever Young). Il raffinato tocco europeista di Amsterdam e Paris In Your Eyes la avvicina alla Mitchell anni Settanta, il valzerone country My Tennessee Hills la vede duettare con Dolly Parton e I Hear You Sing Again adatta in musica una toccante dedica di Woody Guthrie alla madre scomparsa. Il capolavoro però è la spettrale title track, derivata da un componimento poetico che Janis, ancora adolescente, aveva scritto nel 1968 in omaggio al suo idolo Billie Holiday. 

 

Ian Janis

La cantautrice newyorchese Janis Eddy Fink (1951), in arte Janis Ian, ha avuto una carriera altalenante ma molto intensa.

Society’s Child, una canzone coraggiosa su un tema delicato come l’amore interrazziale, l’ha fatta conoscere quando aveva soltanto 15 anni.

Nel 1975 At Seventeen lanciava il suo capolavoro Between The Lines.

Abituata a spaziare tra generi musicali e a trattare argomenti scottanti, alla fine degli anni Novanta ha fondato la sua etichetta personale Rude Girl per cui ha pubblicato i successivi lavori. 

 

Hunger

Searching For America, uno dei pezzi chiave, è prodotto da Ani DiFranco, e tutti lo interpretano come un ideale gemellaggio intergenerazionale. In realtà non è, questo, uno dei dischi migliori della Ian, dignitoso ma attraversato da pochi brividi. I suoi accordi stoppati di chitarra acustica dettano un ritmo lieve alle canzoni (in On The Dark Side Of Town sembra quasi di ascoltare Bruce Cockburn) appena più accentuato in altri episodi (Black & White, Might As Well Be Monday); il jazz (Hunger, il cui testo prende a prestito un salmo biblico) e il blues (Welcome To Acousticville) sono colori sempre presenti sulla tavolozza di Janis, capace di toni teneri e commossi in Honor Them All

 

Folk Is The New Black

Nel titolo sta l’essenza di questo disco, ancora più austero e rigoroso del precedente. La Ian canta tutto dal vivo (in studio), i suoi accompagnatori ricamano fili sottili ma robusti di percussioni, basso, organo e, soprattutto, chitarre acustiche. Janis sembra vivere una specie di terza giovinezza: nel rag di Danger Danger sbeffeggia l’America (omo)sessuofobica di oggi, in The Great Divide incita alla solidarietà e al risveglio delle coscienze come fosse Guthrie o Pete Seeger, nella title track dirige un hootenanny, un divertente canto collettivo, per dire che il folk “è la nuova moda/ più economico del crack”. Ma ci sono anche schegge blues (Life Is Never Wrong), gospel (All Those Promises), r&b (i coretti Stax di Standing In The Shadows Of Love) e di infantile nonsense (The Crocodile Song). E una impareggiabile My Autobiography, in cui la Ian ricorda di aver avuto “una vita affascinante, un marito e una moglie”. Tutto vero. 

 

Night Rains

Janis è una che ama le sorprese. Stavolta, spiazzando i fan di lunga data, fa comunella nientemeno che con Giorgio Moroder, il mago della eurodisco, che per il film Foxes (A donne con gli amici, esordio di Adrian Lyne) le confeziona un elegante pezzo da dancefloor, Fly Too High. Il resto del disco viaggia su tutt’altri binari: il pop soleggiato ed escapista di The Other Side Of The Sun, scritta a quattro mani con Albert Hammond (ne esiste anche una versione in spagnolo, popolare in America Latina), le tinte country della title-track, il delicato impressionismo di Jenny (Iowa Sunrise) con pianoforte di Chick Corea in stato di grazia. 

 

For All The Seasons Of Your Mind

Janis non ha smesso di frequentare il liceo ma fa sul serio: per la nuova raccolta compone principalmente al pianoforte (There Are Times, Evening Star, il bel valzer di Queen Merka and Me), aprendo il ventaglio sonoro a orchestrazioni più ricche e raffinate (il sitar e il clavicembalo di A Song For All The Seasons). Ma sono ancora i suoi testi di adolescente cresciuta (troppo?) in fretta a lasciare segni profondi: Insanity Comes Quietly To The Structured Mind affronta il tema del suicidio, l’assorto folk chitarristico di Shady Acres quello degli anziani abbandonati a se stessi.

Miracle Row

Prendendo spunto dalla vita reale del quartiere newyorchese in cui abita la madre, la cantautrice confeziona un suo affettuoso ritratto personale di Spanish Harlem. Vivace, colorato, cinematografico, quasi un musical a tema: la meravigliosa Will You Dance? ha l’andazzo strusciant delle canzoni di Doc Pomus quando scriveva per i Drifters e Ben E. King. Miracle Row mescola fetori urbani (nel testo) a fragranze caraibiche. Candlelight riprende un vecchio standard di Barbara Coook. Party Lights è il resoconto della depressione e dello sbandamento che seguono a una festa a base di alcol, droghe e frustrazioni. E Maria, movimentata da un pimpante intermezzo in stile jazz salsa, è la prima canzone d’amore da lei dedicata esplicitamente a una donna: all’epoca, però, se ne accorgono in pochi.