U

Sottotitolato “una parabola surreale in canzoni e danza”, il doppio album soffre, nella trasposizione dal palcoscenico teatrale al disco, la presenza di troppa “incidental music” riempitiva e la mancanza dell’elemento scenico: soprattutto nel materiale più leggero (Bad Sadie Lee, Robot Blues). Le qualità arcane delle ballate di Williamson emergono ancora in Juggler’s Song e nell’elegiaca Queen Of Love; Malcolm LeMaistre, direttore della compagnia teatrale che allestisce lo spettacolo, entrerà presto in pianta stabile nel gruppo come vocalist e polistrumentista.

I Looked Up

Un altro disco interlocutorio, segnato da un evidente appannamento creativo. Williamson si impegna ancora sulla lunga distanza con due epopee di impronta storica (Pictures In A Mirror) e autobiografica (When You Find Out Who You Are); Heron abbozza una prima versione della sua violinistica Black Jack Davy (non è il celebre traditional dallo stesso titolo) e un impacciato esperimento pop-rock (The Letter), con Rose Simpson al basso e la batteria di Dave Mattacks dei Fairport Convention.

Be Glad For The Song Has No Ending

Macedonia un po’ confusa di scarti di registrazione e pezzi composti per la colonna sonora di un film per la BBC dall’identico titolo (mai andato in onda, ma da poco uscito in DVD), ecco un’altra nota a piè di pagina della Incredibile String Band: nell’esotica Veshangro c’è però il miglior Williamson, e anche la dylaniana All Writ Down è sopra la media.

Hard Rope & Silken Twine

Poco meglio vanno le cose nell’album di commiato di Heron e Williamson, poi protagonisti (soprattutto il secondo) di dignitose carriere soliste: Robin il bardo celtico firma qualche bella ballata (e in Dreams Of No Return si riaffaccia il sitar), ma a restare nelle orecchie è soprattutto Ithkos, ambiziosa suite al crocevia tra folk, hard rock, progressive e tentazioni sinfoniche.

Wee Tam &The Big Huge

Due album venduti separatamente e poi in coppia, due fratelli gemelli che confermano l’alchimia e la complementarità della strana coppia: Heron costruisce deliziose miniature in odor di pop psichedelico (Puppies, Cousin Caterpillar) e recupera suoni americani (il country&western di Greatest Friend, il Cajun di Log Cabin Home In The Sky), Williamson e la sua voce ultraterrena inseguono miti celtici e fiabe psichedeliche alla Lewis Carroll (Ducks On A Pond, The Iron Stone, Lordly Nightshade), inanellando mantra meditativi (The Yellow Snake), luminose ballate corali (You Get Brighter) e canzoni bonsai (i sedici secondi di The Son Of Noah’s Brother sono da record). Del gruppo fanno ormai stabilmente parte (voce e percussioni) Licorice McKenzie e Rose Simpson, compagne dei due leader.

Changing Horses

Frutto, apparentemente, di session spontanee e improvvisative addizionate da una buona dose di propellenti chimici, il disco suona come un divertissement liberatorio e senza troppe pretese, zeppo com’è di semi-parodie e canti da osteria. Un paio di brani si estendono oltre i 14 minuti, mentre spicca per encomiabile minimalismo Mr. And Mrs., evocativa ballata firmata da Williamson.

The Incredible String Band

Mike Heron e Robin Williamson, qui in trio con il banjoista Clive Palmer, sono due hippie giramondo amanti del rock, della tradizione angloamericana e della “world music”, ma tutt’altro che dei puristi: lo si intuisce già in questo debutto ancora acerbo, dove il folk inglese e il bluegrass americano si tingono a tratti di di fluorescenti colori psichedelici (Smoke Shovelling Song) e danno il la alla scrittura di ballate eteree e profondamente originali (October Song di Williamson, lodata anche da Bob Dylan).

Earthspan

La normalizzazione della famiglia freak scozzese prosegue con un disco meno convincente del precedente, marcato dalla voce e dal songwriting del nuovo arrivato LeMaistre: quasi irriconoscibile quando gioca la carta del pop orchestrale o della ballata soft jazz (Restless Night), il gruppo recupera un po’ di credibilità col violino appalacchiano di Black Jack David (seconda versione) e nella ballata folk Banks Of Sweet Italy, canto del cigno di Licorice.

No Ruinous Feud

La parabola discendente della Incredible String Band proseguiva inesorabile da tempo, ma era difficile pronosticare un approdo disastroso come questo: dove la band un tempo più eccentrica e imprevedibile d’Inghilterra suona come un dozzinale gruppo californiano da radio FM (Explorer) e insegue improbabili chimere di successo mainstream (Saturday Maybe): e non bastano le gighe tradizionali e folk-rock come Old Buccaneer a indorare la pillola.

The Chelsea Sessions 1967

L’etichetta fondata da Williamson scoperchia un piatto stuzzicante per i fan: tredici provini di canzoni poi finite, in parte, su 5,000 Spirits ma anche su Wee Tam & The Big Huge. C’è un Williamson in solitaria alle prese con la classica First Girl I Loved, ma anche pezzi resi celebri da altri interpreti del giro folk: la spettrale God Dog poi incisa da Shirley Collins e l’elegante Lover Man, che Heron donò ad Al Stewart per il suo primo album.

Liquid Acrobat As Regards The Air

Col cambio di etichetta, l’acustica orchestra di Heron e Williamson volta pagina e attacca la spina: Dear Old Battlefield, scandita dalle chitarre elettriche e dalla batteria di Gerry Conway, ricorda gli Steeleye Span, Painted Chariot addirittura i Traffic, mentre Worlds They Rise And Fall è un Cat Stevens in preda all’acido. C’è tempo persino per un reggae (Adam And Eve), prima che la ISB dei bei tempi andati faccia capolino nella seconda parte del disco, tra le corali di Here Till Here Is There e i flauti medievaleggianti della composita Darling Belle.

BBC Radio 1 Live In Concert

Meglio del precedente, il disco coglie la band in concerto tra il 1971 e il 1972, subito dopo la svolta rock ed elettrica. Ci sono i pezzi migliori del periodo, con le arcane polifonie vocali di Bright Morning Stars e Spirit Beautiful, la ripresa dell’antichissimo strumentale (stava sul primo disco) Whistle Tune e un frizzante omaggio alla Carter Family, famiglia regina della old time music americana (You’ve Been A Friend To Me).

Nebulous Nearness

Ripresa stabilmente l’attività in gruppo (nei concerti dell’anno precedente si erano presentati in pubblico come Incrediblestringband2003) Heron e Clive Palmer, accompagnati dai nuovi sodali Fluff e Dando Lawson e da due turnisti, ripropongono “dal vivo in studio” davanti a una piccola platea radunata negli studi Real World di Peter Gabriel il loro show revival zeppo di classici rivisitati con una certa fedeltà agli originali (Water Song, How Happy I Am, Ducks In A Pond, la suite A Cellular Song: quest’ultima però ricostruita artificialmente pezzo per pezzo). Curioso: ma stavolta Williamson non c’è e la sua assenza rende il tutto poco credibile)

The 5,000 Spirits Or The Layers Of The Onion

Sotto l’ala protettiva di Joe Boyd, talent scout americano trapiantato a Londra, i due scozzesi mettono a soqquadro le stanze austere della musica tradizionale inglese. Più che di dopolavoro alcoolici, il loro stralunato hippie-folk profuma di hashish e di patchouli, esoterismo ed esotismo (sitar, oud e timbri, strumenti “indiani e marocchini, arricchiscono il variopinto corredo strumentale di chitarre, flauti e percussioni in bozzetti acustici e lisergici, sballati e gentili come Chinese White e Painting Box). Heron confeziona l’irresistibile favoletta country-psichedelica di The Hedgehog’s Song, Williamson dedica un blues all’insonnia, cita Dylan (Way Back In The 1960’s) e sforna una delicatissima, quasi impalpabile canzone d’amore (First Girl I Loved).

Bloomsbury 2000

La reunion londinese per una serie di concerti sold out (testimoniata da un CD pubblicato in tiratura limitata) non delude le aspettative. Accanto a Heron e Williamson c’è anche il redivivo Clive Palmer (che si esibisce anche come voce solista); scaletta ed esecuzioni dimostrano che la band non vuole indulgere più di tanto nella nostalgia (c’è un pezzo nuovo, Big City Blues, e classici antichi come October Song e Waltz Of The New Moon suonano tutt’altro che didascalici).

First Girl I Loved — Live in Canada

Nessuna indicazione su luoghi e date dei concerti, che paiono comunque risalire principalmente al tardo 1972. Oltre all’occasione di ascoltare in versione dal vivo il tour de force di Ithkos, il repertorio offre qualche curiosità, tra un ragtime di Scott Joplin, un intermezzo jazz per mandolino e clarinetto e un frammento di teatro in musica condotto da LeMaistre (Giles Crocodile).

The Hangman’s Beautiful Daughter

La comune ISB trasferisce in musica lo spirito anarchico e libertario che ne contraddistingue l’esistenza frantumando le ultime regole del revival folk e “roots”: le canzoni si scompongono in molecole sonore volatili e quasi inafferrabili, tra continui cambi di tempo, improvvisi mutamenti di clima e deviazioni estemporanee: sapori indiani (Koeeaddi There), di music hall (The Minotaur’s Song), di ragtime (Mercy I Cry City), di Medio Evo e magici rituali (The Water Song) si mescolano nel festival di chitarre acustiche, flauti, sitar, percussioni africane, harmonium, clavicembali e voci spericolatamente fuori tono. Prevale un senso di “stonata” stupefazione, e i tredici rarefatti minuti della minisuite A Very Cellular Song (descrizione surreale dell’esistenza di un’ameba che cita il celebre traditional We Bid You Goodnight) catapultano il gruppo in un’altra dimensione. Il capolavoro dell’acid folk inglese, anche se non adatto a tutti i palati.