Joe Jackson’s Jumpin’ Jive

La prima delle (tante) mosse spiazzanti di uno dei talenti più imprendibili e imprevedibili del dopo punk. In anticipo di un decennio sul revival a venire, Jackson smette il parkas per lo smoking, assembla una big band fiatistica e confeziona un frizzantissimo omaggio allo swing e alla musica di Duke Ellington e Louis Jordan. In molti ne seguiranno l’esempio.

 

In God We Trust Inc.

Nel quartetto è entrato il nuovo e definitivo batterista D.H. Peligro. Il sound si è fatto più violento e decisamente hardcore; resiste la mania dell’inserto parodistico, e torna l’inciso di California Über Alles, prima a tempo di swing e poi accelerato, in We’ve Got A Bigger Problem Now (l’onere della citazione è per il presidente Reagan). Canzone di punta, la durissima Nazi Punks Fuck Off.

Trust

Affiora un pizzico di routine, nel songwriting del leader e nel suono degli Attractions. Ma Clubland e New Lace Sleeves, infiocchettate dagli ornamenti jazz-classicheggianti dell’impareggiabile Nieve, sono due dei brani migliori in repertorio, Different Finger anticipa l’imminente parentesi country&western e Shot With His Own Gun prelude, con molto anticipo, al classico schema voce-pianoforte che diventerà un modulo classico della maturità costelliana.

Killers

Con il supporto di numerosi concerti e con l’approvazione della stampa musicale mondiale, il gruppo parte alla scalata delle classifiche, con un album intenso e suonato con ancora più vigore, a cui giova l’innesto del chitarrista Adrian Smith al posto di Dennis Stratton e soprattutto la produzione di Martin Birch, celebre per aver lavorato con i Deep Purple. I nuovi classici si chiamano Wratchild, Another Life, Innocent Exile, Purgatory, Drifter, mentre in Prodigal Song, appare per la prima volta la chitarra acustica. Con la pubblicazione del mini LP Maiden Japan (USA Harvest, 1981) viene diffusa la notizia dell’abbandono di Paul Di Anno, che in due decenni nonostante vari tentativi di nuovi progetti (Lone Wolf, Di Anno, Battlezone, solista), non riuscirà mai a togliersi l’etichetta di ex cantante degli Iron Maiden.

Kiss Me Deadly

Poca convinzione, dovuta anche alla fine degli antichi impulsi punk. C’è in tutto il disco una strana aria di smobilitazione, che infatti si verifica: Idol è pronto per diventare una star per conto proprio (e lo farà appropriandosi di Dancing With Myself, qui presente), mentre James mostra le sue capacità commerciali pre-Sigue Sigue Sputnik con la ballata Kiss Me Deadly.

Shot Of Love

Dylan riemerge lentamente dal periodo cristiano e inaugura con questo album la sequenza più fragile e discontinua della sua discografia. E come capita spesso nella sua discografia, quasi nascoste in un album di media qualità, troviamo due gemme come Lenny Bruce e Every Grain Of Sand, che Dylan riprende ancora nei suoi concerti.

In Heart Of Mine, una canzone curiosamente rilassata e ironica, suonano Ron Wood, Donald "Duck" Dunn, Jim Keltner e Ringo Starr.

How Could Hell Be Any Worse?

Pubblica tutto la Epitaph, etichetta indipendente creata e diretta da Gurewitz. L’innesto nell’hardcore primigenio di un melodismo West Coast è l’idea portante, divenuta nel tempo una scuola di pensiero e azione per i giovani gruppi californiani e di tutto il mondo.

I rock & roll abrasivi e disperati We’re Only Gonna Die, White Trash (2nd Generation), Fuck Armageddon… This Is Hell bruciano come escoriazioni tra un’esuberante poetica adolescenziale e prospettive più adulte e politiche. È già un classico.

Songs From "The Catherine Wheel"

La prima opera di Byrne da solo fuori dai Talking Heads. È la colonna sonora di un’opera del regista e coreografo Twyla Tharpe, a cui Byrne offre lunatici sprazzi di mondo Heads ma anche giochi elettronici e insolite avventure d’esperimento.

Fra i collaboratori, Brian Eno e Adrian Belew. La versione su cassetta e poi quella su CD hanno molti brani aggiunti.

Psychedelic Jungle

Gregory se va per unirsi a una setta, arriva Kid Congo Powers da quegli spiriti gemelli dei Gun Club di Jeffrey Lee Pierce. La sua chitarra è meno maligna, entra più nel cuore della tradizione rurale americana, blues e country con riverberi di proto psichedelia.

Lo psychobilly è ancora di più un voodoobilly, una combustione lenta e continua, quella di Greenfuz, oppure torpido e melmoso swamp rock, o "jungle drum beat" (da Voodoo Idol) calato a fondo nelle cripte a stelle e strisce. Anche Blues, nell’originale Caveman.

Disco serio e uniforme, diverso dal precedente e diverso dai successivi, che spesso punteranno più sull’ironia da fumetto.

Mask

Le sbandate ossessive dell’esordio rivivono nel passo zoppicante di In Fear Of Fear (con sassofono), meno nel funk di Dancing e Kick In The Eye. Con alcuni vertici del proprio repertorio — l’epopea di The Passion Of Lovers, una tragica Hollow Hills, la drammatica Mask — il gruppo si candida a capo della new wave più ombrosa.

Come altri lavori dei Bauhaus, Mask è stato ristampato in CD con l’aggiunta di canzoni extra prese da singoli contemporanei.

Prince Charming

La formula mostra un po’ la corda e i critici cannoneggiano, ma il pubblico gradisce ancora: grazie anche al lavoro di Chris Hughes (sul punto di diventare eminenza grigia dei Tears for Fears) arrivano altri due n.1, Stand And Deliver e Prince Charming, e Adam è una delle prime star della videomusica anni ’80, grazie al look new romantic che intriga. Il leader però comincia a sviluppare un ego grande come una cattedrale (vedi la fastidiosa Ant Rap). Tant’è che liquida la band e si mette in proprio — non senza il fido Pirroni.

Night Of The Living Dead Boys

Quando esce il gruppo è sciolto. È l’ultimo concerto nella tana favorita, il CBGB’s, del marzo del 1979. Alcune correzioni vengono fatte in studio, specialmente per la voce.

Bators, dopo alcune incisioni da solo, si trasferisce in Inghilterra dove con alcuni esponenti di spicco della locale scena punk dà vita ai Wanderers e infine ai più longevi Lords Of The New Church.

Alice

Forte di una voce notevole e una presenza scenica non comune, Alice sbanca il Sanremo meno nazionalpopolare di sempre con Per Elisa.

Battiato, non ancora una star, è il regista dell’intera operazione. L’album si muove nella consapevolezza del nuovo pubblico acquisito con la vittoria nel Festival, ed è volutamente meno ambizioso del precedente.

For Those About To Rock (We Salute You)

Un altro esempio di granitico rock a base di riff e ritornelli, funzionale come sempre, ma leggermente inferiore rispetto ai due capolavori che lo hanno preceduto. I cannoni di For Those About To Rock (We Salute You) diventano per anni il commiato dai loro fan, al termine dei concerti.

Almost Blue

Elvis sconcerta tutti con la prima di una sequenza di mosse spiazzanti: va a Nashville, cuore della tradizione musicale bianca d’America, e si affida alle mani esperte del produttore Billy Sherrill, inventore del genere "countrypolitan".

Tra i due volano scintille: ma nel suo esotico viaggio tra Hank Williams, Patsy Cline, Merle Haggard e Gram Parsons, l’inglese si sforza di aderire al ruolo, per lui inedito, di "interprete", lavorando con impegno per superare i suoi limiti vocali.

Deus

Il fervore religioso torna a scaldarlo: come già aveva fatto con Pregherò, si appropria brutalmente di un classico della canzone (Banana Boat) per una delle sue prediche, stavolta contro l’aborto. Aldilà del tema, il modo in cui il pezzo è rifatto è una schifezza: imbarazzante per il maggiore cantante italiano, rispettato in tutta Europa (anche se sempre ignorato dal mercato anglosassone).

Speak And Spell

Provenienti da Basildon, deprimente provincia inglese, Dave Gahan (voce) e i tastieristi Vince Clarke, Martin Gore, Andy Fletcher formano una band su un’idea destinata a disgustare i devoti delle sei corde: un gruppo basato sui sintetizzatori. Il primo disco viene portato da Clarke sulle orme di Gary Numan e dei Kraftwerk, tra brani d’atmosfera (Tora Tora Tora) e smaccate canzoni dance pop (Just Can’t Get Enough).

Faith

Se nasce il mito dei Cure come gruppo dark è per la trilogia di cui Faith rappresenta il secondo capitolo. Funereo, e ben più introverso del già autunnale Seventeen Seconds, amato tantissimo da Chris Parry, il manager, che lo considerava il capolavoro dei Cure, è un disco chiuso su se stesso, impenetrabile; produce come singolo Primary, la canzone più rock, la più atipica rispetto ai mesti madrigali All Cats Are Grey e The Funeral Party.

La cassetta dedicava il lato B alla colonna sonora di Carnage Visors, film di animazione astratta proiettato in genere prima dei concerti.

Strada facendo

Accorato e corale in Strada facendo, strappacore in I vecchi, ancora una volta autobiografico in ’51 Montesacro, nasce il Baglioni adulto. Non riuscirà mai più ad andare dritto al cuore in due mosse con linguaggio da fotoromanzo; in compenso, con la collaborazione di Geoff Westley, rubato a Battisti, tenta di arricchire il proprio lessico musicale (ma il rock, come dimostra Via, non gli è mai riuscito nemmeno per sbaglio).

Cosa utile per la lunga epopea di ciclopici tour negli stadi che lo attende.

Rudy&Rita

Rock’n’roll Robot lo proietta al numero uno in classifica, e improvvisamente Camerini è il personaggio del momento. Piovono, da coloro che lo ricordano legato a Re Nudo e alla controcultura, le accuse di commercializzazione, ma a ben guardare l’atmosfera carnevalesca e infantile di cui tutto il disco è impregnato ha sempre caratterizzato il suo discorso — solo che ora c’è qualcuno che lo ascolta.

Heaven Up Here

Al secondo disco, i Bunnymen osano molto di più: badando però più ai valori produttivi e alla costruzione delle scenografie sonore (abbondano i sintetizzatori in sottofondo e il lavoro chitarristico su effetti e pedali) che ai contenuti intrinseci delle canzoni.

McCulloch e i suoi puntano sull’effetto drammatico (la lunga Over The Wall, quasi sei minuti, ha una grandeur quasi spectoriana), sui chiaroscuri (All I Want), sul ritmo (The Promise, It Was A Pleasure) e sul fascino maudit (The Disease) ma sfiorano a tratti l’autoindulgenza.

Ristampato WB 2003 con quattro inediti live, Sydney, 1981.