David Byrne

Il capolavoro della maturità: un disco che inquieta senza riuscire pesante e diverte innovando le consuete formule latino-punk. Prodotto da Arto Lindsay, Susan Rogers e lo stesso Byrne, con una musica essenziale, temperata fine eppure ricca di sfumature.

Alcuni brani sono fra i più belli mai scritti da Byrne: come A Long Time Ago, Back In The Boxe soprattutto Strange Ritual. Esiste un’edizione de luxe del CD, che mette in risalto le raffinate foto in bianco e nero di Jean-Baptiste Mondino.

Look Into The Eyeball

Uno dei punti più alti della produzione solistica, uno strepitoso mix di musica brasiliana, gospel, funk, rock con accenti da Caetano Veloso (Smile), Philadelphia Sound anni ’70 (Neighborood), antiquariato pop da "radio days" (Revolution). Con una deliziosa citazione Talking Heads (UB Jesus) e la prima canzone di Byrne in lingua spagnola (Desconcido Soy).

Songs From "The Catherine Wheel"

La prima opera di Byrne da solo fuori dai Talking Heads. È la colonna sonora di un’opera del regista e coreografo Twyla Tharpe, a cui Byrne offre lunatici sprazzi di mondo Heads ma anche giochi elettronici e insolite avventure d’esperimento.

Fra i collaboratori, Brian Eno e Adrian Belew. La versione su cassetta e poi quella su CD hanno molti brani aggiunti.

Rei Momo

Byrne continua a essere interessato alla musica per immagini e nel 1987 firma, con Ryuichi Sakamoto e Cong Su, la bella colonna sonora dell’ Ultimo Imperatore di Bertolucci. Poi però passa a tutt’altro e firma quest’album dove rivela il suo amore per il Brasile e i ritmi del Continente latino. Cumbia, merengue, bolero, salsa-reggae (come la famosa Loco de amor); non sarà una semplice infatuazione ma la via maestra degli anni a venire.

Uh-Oh

Byrne insiste sulla pista latina, tramutando in quella lingua gli slanci bizzarri e nevrotici della sua giovinezza Talking Heads. Divertente, anche se con un repertorio ondivago. Nel cast musicisti brasiliani e americani, da Angel Fernandez (co-autore di tre brani) a Milton Cardona e Steve Sacks, più vecchi amici: Nona Hendrix, Terry Allen.

Feelings

Un passo falso. Byrne bada forse troppo ai suoni e trascura il repertorio, non riuscendo così a scrivere canzoni memorabili e sprofondando ogni tanto nel "già ascoltato". Prodotto in parte dai Morcheeba, con ospiti come Vinicius Cantuaria e il Balanescu Quartet. Da segnalareWicked Little Doll, un giochino New Wave con Mark Mothersbaugh e Gerry Casale dei Devo.

Growing Backwards

Romantico, delicato, anche confuso, un po’ svagato, Byrne sembra rubare il mestiere a Elvis Costello, prendendo la via del pop confidenziale e combinandolo con struggenti dolcezze tropicali e ricordi di colonne sonore anni ’30 — lo accompagnano una misurata band tutt’altro che rock più una curiosa orchestra texana, i Tosca Strings, capaci di svariare con malizia dalla lirica al tango.

Alcune canzoni molto belle (Astronaut, Tony Apocalypse) o almeno curiose (The Man Who Loved Beer, cover dei Lambchop), anche se il disco passerà probabilmente alla storia per due (goffe, scombiccherate) arie d’opera da Verdi e Bizet che Byrne farfuglia come omaggio al "pop dei tempi andati".

The Forest

Molto stimolante sulla carta, assai meno all’ascolto; un’opera dedicata agli uomini degli anni ’90, "che vivono e respirano in un mondo nuovo ma pensano e sentono in mondo antico", una romantica ode "alla bellezza, al potere, alle possibilità delle macchine che potrebbero cambiare il mondo". Con una grande orchestra di archi e fiati, con accenti troppo seriosi e foschi per Byrne.

Basato in parte sull’omonimo lavoro teatrale del 1988, con Robert Wilson.

Sounds From "True Stories"

Il primo (e unico) film con la regia di David Byrne è splendido e nella sua follia genera due album: uno "ispirato a", con la firma e il gusto dei Talking Heads, e questa colonna sonora, dove si ascoltano le lunatiche canzoni del cowboy Byrne ma anche contributi di Terry Allen, il Kronos Quartet, Meredith Monk e altri amici chiamati a descrivere in musica la più incredibile provincia americana.

Lead Us Not Into Temptation

Colonna sonora di un film di David McKenzie, Young Adam, non è il solito Byrne neuro-salsa e neanche il cinemusicista già noto (L’ultimo imperatore) ma un curioso sperimentatore dai tratti gentili con qualche fondo torbido, sulle tracce di una storia di "cupi umori, malinconia e sesso" ambientata nel profondo Nord scozzese.

Esegue un’orchestra di giovani musicisti rock (anche membri di Mogwai e Belle & Sebastian) che interagiscono con l’autore sulla basi di una libera partitura Cageana.

ENO/DAVID BYRNE: My Life In The Bush Of Ghosts

Byrne e Eno hanno lavorato molto insieme alla fine degli anni ’70, con alcuni pregevoli progetti Talking Heads. Qui i due si levano da quell’orizzonte e, da soli, realizzano uno dei dischi più influenti di sempre, inventando un taglia-incolla di suoni e rumori che anticipa la stagione dei campionamenti, dei remix, delle riscritture meta-musicali.

Una musica futuristica con radici nel passato remoto, che usa insoliti materiali di base; sermoni, canti di esorcismo, canzoni libanesi o egiziane, dibattiti politici via radio.