Fireball

È l’album della consacrazione. Raggiunge la vetta della classifica inglese, proietta il gruppo ai vertici del mondo e conia il nuovo linguaggio del rock duro, dove le canzoni di studio, diventano un pretesto per orgiastiche riletture strumentali dal vivo. Ian Gillan si concede anche l’occasione di dare la voce al personaggio di Gesù nell’opera rock Jesus Christ Superstar.

Casa mia

Disco attribuito alla “Nuova Equipe 84“, per distinguere la nuova formazione, nella quale è entrato come tastierista Dario Baldan Bembo, da quelle vecchie, delle quali compaiono le ultime incisioni.

Nel disco è inclusa 4 marzo 1943, presentata a Sanremo con Lucio Dalla, ma rimasta legata soprattutto a quest’ultimo. Per il resto, poche idee, quasi tutte prese a prestito da gruppi più ispirati.

Carole King: Music

Lo scatto di copertina suggerisce subito che si tratta quasi di un Tapestry parte seconda. Non ne ha l’impeccabile misura e il perfetto montaggio, forse, ma la cantautrice è ancora in stato evidente di grazia: le orchestrazioni si fanno più ricche, sax e sezioni fiati verniciano di fusion le ballate pop della cantautrice, e l’umore complessivo è più variabile: fin dal titolo, Brother, Brother fa venire in mente Marvin Gaye; Sweet Seasons profuma di latin soul, mentre It’s Going To Take Sometime ha le stesse atmosfere del mitchelliano (e quasi contemporaneo) For The Roses.

Questo piccolo grande amore

Concept album sulle palpitazioni dell’adolescenza e oltre, che grazie a una "maglietta fina" e al grido semistrozzato nel ritornello della impeccabile Questo piccolo grande amore, manda in orbita il gran sacerdote del batticuore anni ’70.

Fuori ci sono gli anni di piombo, ma Baglioni saprà interpretare i languori di tutti quelli (e soprattutto quelle) che trovano Battisti troppo tormentato.

Present Company

Scottata dalla rottura del contratto con la Verve, la Ian si trasferisce a Marin County, California. L’atmosfera “easy” e rilassata della West Coast è palpabile in tutto il nuovo disco, confezionato con l’aiuto di session men di prestigio come Charlie Daniels e John McFree, ma il materiale è un po’ più esangue e meno personale del solito: più vicino a Carly Simon che alla Nyro o a Joni Mitchell, riconoscibile soprattutto nella zampata autoironica di See My Grammy Ride e in My Land, disilluso omaggio agli Stati Uniti d’America. 

 

Mirror Man

Rimasto inizialmente nei cassetti, contiene registrazioni per la Blue Thumb vecchie di qualche anno ma molto più belle di quelle pubblicate nel 1968: nell’originale versione LP contiene quattro brani dagli effetti devastanti, come il lunghissimo incubo blues di Tarotplane. Altri cinque saranno aggiunti nelle recente riedizione CD.

Stars

Da qui, dopo tre anni di silenzio, prende il via la fase adulta della carriera della Ian: amaramente autbiografica nella title track (ripresa anche da Cher) e in Applause, riflessioni in punta di chitarra sulla credibilità dello star system e sui sogni di gloria infranti, orientata nuovamente verso un genere di folk intimista da coffee house corredato da testi introspettivi e chilometrici. L’altro pezzo forte è Jesse, straniante canzone sull’assenza appena portata al successo da Roberta Flack. Il disco viene inizialmente pubblicato nell’indifferenza generale dalla Festival australiana, e solo successivamente rilevato dalla Columbia. 

 

Trafalgar

Non si direbbe, ma i Bee Gees sono stati sul punto di vedersela coi Jethro Tull e i Genesis nel progressive-rock. La prova è questo album, vagamente legato dal filo conduttore delle guerre napoleoniche, e lungo 47 minuti. Come la storia ha dimostrato, non era questa la loro vocazione; intanto però How Can You Mend a Broken Heart va al n.1 nelle chart.

Liquid Acrobat As Regards The Air

Col cambio di etichetta, l’acustica orchestra di Heron e Williamson volta pagina e attacca la spina: Dear Old Battlefield, scandita dalle chitarre elettriche e dalla batteria di Gerry Conway, ricorda gli Steeleye Span, Painted Chariot addirittura i Traffic, mentre Worlds They Rise And Fall è un Cat Stevens in preda all’acido. C’è tempo persino per un reggae (Adam And Eve), prima che la ISB dei bei tempi andati faccia capolino nella seconda parte del disco, tra le corali di Here Till Here Is There e i flauti medievaleggianti della composita Darling Belle.

Tapestry

Insieme a Blue di Joni Mitchell, il disco spartiacque che apre la porta al cantautorato di stampo intimista e autoconfessionale (e non solo al femminile). Ma mentre la canadese denuda anima e cuore in tranches de vie di onestà persino imbarazzante, la King non dimentica quel che ha imparato dello show business, confezionando una sequenza di ballate soft rock ad alto gradimento radiofonico che non rinunciano neanche per un istante all’appeal commerciale.

La sequenza è mozzafiato, tra frizzante r&b (I Feel The Earth Move, Smackwater Jack) e luminose aperture gospel (Way Over Yonder), il ritmo felpato e jazzy dell’hit single It’s Too Late e l’intreccio delicato della celeberrima You’ve Got A Friend (in duetto con Taylor), la solidità melodica di Home Again e le riappropriazioni di due pezzi già leggendari: (You Make Me Feel Like A) Natural Woman e Will You Still Love Me Tomorrow, spogliate dell’esuberanza di Aretha Franklin e delle Shirelles e restituite a una dimensione di intima essenzialità.

Piano e voce della King sono sempre in primo piano, ma impeccabili risultano anche gli interventi di chitarra acustica di Taylor, la solista di Danny Kortchmar e il basso di Charles Larkey, già compagni di gruppo nei City.

L’album è stato ristampato di recente con l’aggiunta di due bonus tracks.

Carnegie Hall Concert: June 18, 1971

Eccolo finalmente pubblicato per intero, il concerto apoteosi con cui Carole King festeggia a casa propria il successo straordinario di Tapestry. L’occasione è solenne, ma la performance è opportunamente sobria ed elegante, quasi da club: per metà in solitaria, mentre nella seconda parte intervengono discretamente la chitarra di Kortchmar, il basso di Larkey (suo secondo marito), un quartetto d’archi e, nei bis, l’immancabile James Taylor.

In scaletta qualche pezzo da Writer, qualche anticipazione dal successivo Music e una deliziosa medley tra Will You Still Love Me Tomorrow (Shirelles), Some Kind Of Wonderful e Up On The Roof (scritte entrambe per i Drifters).

Crazy Horse

Può apparire strano che Neil Young sia presente nell’album d’esordio della sua band soltanto come autore, ma in fondo questo tirarsi da parte è una dimostrazione di stima e di affetto. Soprattutto per Danny Whitten, che dimostra nell’occasione di possedere tutte le qualità di un leader.

Le sue canzoni — a partire dalla tenera e malinconica I Don’t Want To Talk About It, ripresa in seguito anche da Iain Matthews e Rod Stewart, e dall’elettrica e inquieta Downtown, scritta a quattro mani con Young — sono molto belle e altrettanto efficaci sono le interpretazioni vocali e la regia delle chitarre elettriche, suonate dall’elite del folk rock americano dell’epoca.

La formazione dei Crazy Horse è ampliata rispetto a quella che accompagna Young in Everybody Knows This Is Nowhere ed è composta, oltre che da Whitten, Talbot e Molina, da Nils Lofgren (chitarra) e Jack Nitzsche (piano). Quest’ultimo, arrangiatore prediletto di Phil Spector, è anche il produttore del disco con Bruce Botnick e si cimenta in una rara performance vocale nella sua Crow Jane Lady. Ultima, ma non meno doverosa citazione, spetta a Ry Cooder, che impreziosisce con la sua inconfondibile slide un paio di brani.

Riascoltando Crazy Horse, non si può evitare di rimpiangere il grande talento di Whitten, stroncato da un’overdose nell’autunno del 1972.

Master Of Reality

Dopo i primi due terremoti sonori, che scuotono anche la band impreparata a tanto favore, il disco che consolida il suono dei Sabbath, ovvero l’area buia e inesplorata tra i riff di Iommi e le urla di Osbourne. Più brutalità ma anche, stranamente, più pulizia. Un disco molto amato dagli storici del metal, specie per il "vangelo" Children Of the Grave.

Greatest Hits Vol. II

Sei inediti soltanto: Tomorrow Is A Long Time (tratta da un concerto alla Town Hall del ’63), When I Paint My Masterpiece e Watching The River Flow (differente da quella pubblicata su singolo qualche mese prima) sono prodotti da Leon Russell; You Ain’t Goin’ Nowhere, Down In The Flood e I Shall Be Released. sono tratte da una session con l’amico ed eccellente chitarrista Happy Traum dell’ottobre ’71 e solo quest’ultima è successivamente riemersa in Biograph.

Ai primi d’agosto dello stesso anno Dylan partecipa al concerto organizzato da George Harrison al Madison Square Garden di New Yotk per raccogliere fondi a favore delle popolazioni alluvionate del Bangladesh, come documenta una facciata del triplo album The Concert For Bangla Desh (Apple, 1971).

Dylan canta cinque canzoni accompagnato da George Harrison (chitarra), Leon Russell (basso) e Ringo Starr (tamburello).

Other Voices

Per presunzione forse, o per disperazione, i Doors reagiscono alla morte del leader andando in studio e preparando in fretta un disco nuovo. Non è una grande idea; il repertorio è mediocre, le idee poche e la voce di Manzarek non vale certo quella di Morrison.

Sull’onda della commozione, comunque, l’album si spinge alla soglia dei Top 30 USA.

L.A. Woman

Si parla di scioglimento, intanto viene decisa una pausa; Morrison vola a Parigi mentre i compagni restano a Los Angeles e si godono il successo di Love Her Madly, il singolo di traino. Neanche un mese dopo l’uscita dell’album, Morrison muore; conferendo al disco un’intensità e una vena sinistra che proprio non intendeva avere.

L.A. Woman è in realtà un onesto album di rock brillante, più la fine di una storia che l’inizio di un’altra; con brani accattivanti come L.A. Woman, Crawling King Snake e soprattutto Riders On The Storm.

Rock On

Steve Marriott, chitarra e voce ha un passato illustre con gli Small Faces, Peter Frampton, chitarra e voce, proviene dagli Herd, Greg Ridley è stato il bassista degli Spooky Tooth, mentre il batterista Jerry Shirley è il più giovane dei quattro con i suoi 17 anni. Insieme danno vita ad una robusta hard rock band, che amplifica la tradizione blues, con chitarre distorte e le voci dei due chitarristi che trascinano per il bavero canzoni solide e prive di fronzoli. Il brano che più li rappresenta è Natural Born Bugie del settembre 1969, che nel formato a 45 giri arriva al n. 4 in Inghilterra.

Hunky Dory

Si dichiara bisessuale, appare sulla copertina come una novella Veronica Lake, si spinge nuovamente nel cosmo (Life On Mars?) ma, con un senso di alienazione tutta terrena, rende omaggio non senza arguzie a Dylan, Warhol, Brecht e Lou Reed.

Uno dei dischi più influenti e ammalianti di sempre: la grande star degli anni ’70 si presenta. Con il suo secondo personaggio, un novello Oscar Wilde che riesce a far sembrare vecchi e lontani gli appena disciolti Beatles.