Crazy Horse

Può apparire strano che Neil Young sia presente nell’album d’esordio della sua band soltanto come autore, ma in fondo questo tirarsi da parte è una dimostrazione di stima e di affetto. Soprattutto per Danny Whitten, che dimostra nell’occasione di possedere tutte le qualità di un leader.

Le sue canzoni — a partire dalla tenera e malinconica I Don’t Want To Talk About It, ripresa in seguito anche da Iain Matthews e Rod Stewart, e dall’elettrica e inquieta Downtown, scritta a quattro mani con Young — sono molto belle e altrettanto efficaci sono le interpretazioni vocali e la regia delle chitarre elettriche, suonate dall’elite del folk rock americano dell’epoca.

La formazione dei Crazy Horse è ampliata rispetto a quella che accompagna Young in Everybody Knows This Is Nowhere ed è composta, oltre che da Whitten, Talbot e Molina, da Nils Lofgren (chitarra) e Jack Nitzsche (piano). Quest’ultimo, arrangiatore prediletto di Phil Spector, è anche il produttore del disco con Bruce Botnick e si cimenta in una rara performance vocale nella sua Crow Jane Lady. Ultima, ma non meno doverosa citazione, spetta a Ry Cooder, che impreziosisce con la sua inconfondibile slide un paio di brani.

Riascoltando Crazy Horse, non si può evitare di rimpiangere il grande talento di Whitten, stroncato da un’overdose nell’autunno del 1972.