PETE TOWNSHEND & RONNIE LANE: Rough Mix

Rockstar dall’animo fragile e inquieto, Townshend e Lane sembrano fatti apposta per condividere pensieri e musica. Il bassista è al suo meglio in titoli come Annie (bella ballata con fisarmonica) e April Fool (dove ricorda Rod Stewart). Townshend risponde col rock nervoso di My Baby Gives It Away, lo skiffle sincopato di Misunderstood, gli archi nostalgici di Street In The City, mentre Heart To Hang Onto sfoggia belle sfumature soul. Partecipano alle session pezzi da novanta come Eric Clapton, John Entwistle e Charlie Watts.

White City — A Novel

Traccia sonora di un progetto video dallo stesso titolo, il nuovo album di studio conferma pregi e difetti del precedente: algido e inconcludente negli episodi più pop e “prodotti”, eccitante in quelli più vicini alle radici (il vigoroso rock blues di Secondhand Love). La palpitante Give Blood è un’aggiunta degna di nota al catalogo, Face The Face trascina irresistibilmente con il suo contrabbasso swing e una sezione fiati impazzita. Delude, invece, il rock insipido di White City Fighting, firmata a quattro mani con David Gilmour dei Pink Floyd.

All The Best Cowboys Have Chinese Eyes

Il piccolo miracolo del disco precedente non si ripete, colpa di un’ispirazione intermittente e di una produzione troppo incline all’artificio pop (l’arrangiamento di North Country Girl non rende giustizia al traditional reso noto da Dylan). Non mancano però i guizzi di classe, in rock corali come Slit Skirts e in ballate chiaroscurali come Exquisitely Bored e Somebody Saved Me. E The Sea Refuses No River è un gioiello del Townshend della maturità, rock star allo specchio alla ricerca di serenità spirituale.

Psychoderelict

La sindrome dell’album “concept” soffoca una volta ancora le migliori intenzioni del musicista, che qui applica a una materia ben conosciuta (ascesa e declino di una rock-star) espedienti narrativi troppo risaputi. In un programma fitto di dialoghi come un radiodramma, spiccano l’inno hooligan di English Boy, la melodia in falsetto di Now And Then, il gospel rock di Predictable e il soul incalzante di Outlive The Dinosaur. Del disco esiste anche una versione, più digeribile, priva delle parti recitate. Quindici brani sono un po’ pochi, per condensare la produzione solista del cantautore e chitarrista: non mancano però selezioni da Who Came First e Rough Mix (lo scioglilingua del titolo proviene da Misunderstood) con l’aggiunta di uno scarto inedito dalle session di Psychoderelict, il dignitoso techno rock di Uneasy Street.

Empty Glass

Un esempio classico di turbolenza creativa. Tra crisi matrimoniale, tragedie personali, dubbi di mezza età e alcolismo oltre i livelli di guardia (rivelatrice la copertina del disco, e i ringraziamenti al Cognac Rény Martin “per avermi salvato la vita aumentando i prezzi”) Townshend vive un momento di forte instabilità emotiva. Reagisce pubblicando il suo capolavoro solista, sicuramente datato in certi suoni sintetici allora di moda ma vibrante, percorso da fremiti vitali, onesto fino all’imbarazzo. Rough Boys esplicita le affinità elettive con il punk dei Sex Pistols a suon di riff chitarristici debordanti, la convulsa Jools And Jim difende a spada tratta la memoria di Keith Moon, A Little Is Enough applica gli insegnamenti di Meher Baba su un tempestoso ritmo funk rock, la melodia doo wop di Let My Love Open The Door indica una via “mistica” al pop. Bellissime le ballate, tra i raffinati incastri elettroacustici di I Am An Animal e il fraseggio pianistico circolare di And I Moved, che i movimenti gay interpreteranno come omaggio all’amore omossessuale.

Live — The Empire 1998

Townshend torna al quartiere londinese che lo ha visto crescere (Shepherd’s Bush), si fa accompagnare da una band di fedelissimi, ma convince a metà: scalda gli animi nella sequenza iniziale (con On The Road Again e una gran versione di Drowned), stuzzica con qualche ripresa inattesa (Mary Anne With The Shaky Hand, diversi brani da Tommy) ma irrita e sconcerta con l’uso smodato di batterie elettroniche e gli imbarazzanti inserti rap su Baby Don’t You Do It (Marvin Gaye), Magic Bus e Who Are You (la versione già inclusa in Lifehouse Chronicles).

Scoop

Un meraviglioso esercizio di voyeurismo musicale: Townshend, avido sperimentatore di studio, apre i cassetti segreti pieni zeppi di nastri prova, bozzetti, prototipi di pezzi famosi e improvvisazioni estemporanee, fornendo un’immagine inedita e stuzzicante sui suoi metodi lavorativi (ogni titolo è scrupolosamente dettagliato di aneddoti e notazioni tecniche). Nel succulento programma, demo della prima ora (So Sad (About Us), Circles), una versione “voodoo” di Magic Bus, techno pop alla Art Of Noise (Body Language), un omaggio al chitarrista jazz Barney Kessel, prove per Who’s Next e Quadrophenia e rarità preziose come You Came Back e Mary, ballata folk rock recuperata da Lifehouse.

I Am

Il secondo omaggio all'”Avatar” scomparso nel 1969 propone brani a tema (la leggiadra O’ Parvardigar che adatta in musica la sua preghiera universale) e altri “work in progress”: tra questi una lunghissima (quasi 10 minuti) versione strumentale di Baba O’Riley dei Who dove Townshend suona anche la batteria. Ancora in vista gli ospiti: Caleb Quaye ispessisce il tessuto chitarristico della sincopata Forever’s No Time At All, Ron Wood ricama di contrappunto nell’intricato ma fluido strumentale His Hands.

With Love

La terza raccolta in onore di Meher Baba sfodera altri bei risvolti del Townshend “privato”: una bella ballata per voce e chitarra acustica (Sleeping Dog), una Contact bluesata dall’armonica di Peter Hope-Evans (Medicine Head). Su Lantern Cabin il musicista sfoga le sue velleità pianistiche e classicheggianti; Give It Up, firmata da Billy Nichols, costeggia invece sponde decisamente rock. I tre capitoli della trilogia, raccolti per qualche tempo nel box con DVD Avatar (ora fuori catalogo) sono inclusi per intero nel doppio CD Jai Baba (Eel Pie, 2000), venduto da Townshend sul suo sito Internet e contenente una versione di Parvardigar registrata dal vivo in India nel 1972.

Live — Sadler’s Wells 2000

Il migliore dei live venduti da Townshend attraverso Internet: non fosse altro perché presenta, con tanto di accompagnamento orchestrale (la London Chamber diretta da Liam Bates), l’opera rock Lifehouse, ricalcando gli arrangiamenti del precedente adattamento radiofonico. È l’occasione per riascoltare, introdotte da un preludio di Henry Purcell, grandi canzoni affogate nel naufragio del progetto e l’articolata riscrittura sinfonica di Baba O’Riley, prima della trascinante sequenza finale che snocciola Who Are You, Join Together, Won’t Get Fooled Again e The Song Is Over. Ottima la band, con l’armonica di Hope-Evans, le tastiere di John “Rabbit” Bundrick, la chitarra di Phil Palmer e tre vocalisti. Lo stesso concerto è disponibile in DVD.

Live — BAM 1993

Con una band superprofessionale (ci sono anche Bundrick, Hope-Evans, Pino Palladino, Phil Palmer e Andy Fairweather Low) e un gruppo di attori, Townshend mette in scena (nel ’93) il dramma musicale di Psychoderelict con una vivacità inesistente su disco. Ma è molto meglio la seconda parte, dove scorrono una The Kids Are Alright acustica e quasi sofferente, antiche ballate mistiche (Keep Me Turning) e classici strappa applausi come You Better You Bet, Face The Face, Won’t Get Fooled Again e Magic Bus.

Another Scoop

Manca lo stupore della prima scoperta, ma la seconda collezione di rarità di studio non vale meno della prima. La sequenza è come al solito bilanciata tra versioni più o meno rudimentali di brani famosi (You Better You Bet, Pinball Wizard, Happy Jack, Substitute, Pictures Of Lily) e gioiellini semisconosciuti: le ambiziose partiture orchestrali di Brooklyn Kids e Praying The Game, la bella cover di Driftin’ Blues (John Lee Hooker, Snooks Eaglin), la ripetitività minimalista di Ask Yourself, il misticismo letterario di Ferryman e qualche altro scampolo di beat primordiale (Call Me Lightnin’, La-La-La-Lies). Begin The Beguine è quella già apparsa su Happy Christmas. Come il volume precedente, anche questo è stato ristampato nel 2000 su doppio CD digipak dall’etichetta di Townshend, Eel Pie.

La Jolla Playhouse 2001, 23/06/01

Altri due concerti acustici della serie di pubblicazioni Internet inaugurata l’anno precedente propongono un menù come al solito appetitoso (tutto acustico, salvo un bis elettrico di Won’t Get Fooled Again, e scalette per metà identiche): ma Townshend, stavolta, sembra piuttosto svuotato di energie e vocalmente poco in palla.

Pete Townshend’s Deep End Live!

Versione su disco di un concerto (Brixton, 1985) già edito su videocassetta, resta tuttora la miglior testimonianza dal vivo del Townshend solista. Merito di una big band spettacolare che include ancora un Gilmour sciolto e divertito e di una scaletta scoppiettante tra cover ben scelte in area r&b (la Barefootin’ di Robert Parker), blues (gli standard I Put A Spell On You e Eyesight To The Blind) e ska pop (Save It For Later dei Beat inglesi), selezioni dal repertorio Who (eccellenti versioni di Behind Blue Eyes, I’m One e Pinball Wizard, le ultime due in solitaria) e dalla produzione solista (con un’inedita e intensa After The Fire). Unica pecca, la durata limitata del disco.

The Iron Man (The Musical)

Adattamento di una novella ambientalista per bambini scritta da Ted Hughes, il musical soffre dei condizionamenti di sceneggiatura nonché di un suono ipertrofico e ridondante. Qualcosa si salva (la marcetta pop di A Friend Is A Friend), ma non bastano a stuzzicare l’attenzione i cameo di John Lee Hooker e Nina Simone né la presenza di due nuove incisioni degli Who, Dig e Fire, cover senza nerbo di un vecchio successo di Arthur Brown.

Happy Birthday

Nel primo di tre album dedicati alla memoria del suo maestro spirituale, Meher Baba, il leader dei Who svela l’alter ego, mite e introspettivo, al rocker iconoclasta di My Generation. Tra quiete meditazioni acustiche (Content, adattamento di una poesia di Maud Kennedy; Day Of Silence, incorniciata da una malinconica armonica) e una fragile ma sentita cover di Begin The Beguine di Cole Porter (la canzone pop preferita dal guru), le inconfondibili pennate di chitarra sopravvivono nella celebre The Seeker, registrata anche con Daltrey, Entwistle e Moon. Partecipano all’omaggio, tra gli altri, l’ex Faces Ronnie Lane (sua Evolution, scanzonato skiffle blues dylaniano sul tema della reincarnazione) e il direttore d’orchestra Ron Geesin (quello di Atom Heart Mother dei Pink Floyd).

Live — The Fillmore 1996

Accompagnato dal solo Jon Carin (voce e tastiere) e saltuariamente da una batteria elettronica, Pete si diverte a insaporire la ricetta con qualche ingrediente inusuale (The Shout, All Shall Be Well), rielabora A Legal Matter e Cut My Hair (da Quadrophenia) in versioni acustiche e rallentate, si cimenta in standard blues a lui familiari (e il pianoforte trasforma I Put A Spell On You di Screamin’ Jay Hawkins in una ballata notturna da jazz club).

Pete Townshend Live: A Benefit For Maryville Academy

È un Townshend in buona forma (nonostante i problemi all’udito che lo costringono a suonare la sola chitarra acustica) quello fotografato in questa performance di gruppo a Chicago. Azzeccata la scelta di iniziare con una rombante versione di On The Road Again, celebre rock blues woodstockiano dei Canned Heat; bella la nuova versione acustica di North Country Girl, mentre Won’t Get Fooled Again assume un ritmo marziale. Un secondo CD (in edizione limitata) propone Eddie Vedder dei Pearl Jam in una rauca versione di Magic Bus e nella quasi dimenticata Heart To Hang Onto. Lo stesso concerto, in forma ridotta ma con i due cameo di Vedder, è stato ripubblicata col titolo di Magic Bus: Live From Chicago (Compendia, 2004, &Stelle=2;).

Who Came First

Townshend attinge ai suoi progetti del momento, le canzoni scritte per Meher Baba e la rock opera incompiuta Lifehouse, per confezionare il suo primo vero album da solista. Un’opera prevalentemente acustica, cruda e vitale, dove riemergono titoli come Evolution, Parvardigar e Forever’s No Time At All accanto alla cover country di There’s A Heartache Following Me (Jimmy Reeves). Stupenda Sheraton Gibson, malinconica riflessione in fingerpicking sulla vita “on the road”, così come le ballate rock Time Is Passing, Let’s See Action e Pure & Easy, pezzo chiave di Lifehouse poi recuperato in parte per The Song Is Over degli Who. Musica spesso a livello di bozzetto, ma di inusitata intensità spirituale; la elegantissima ristampa Rykodisc 1992 aggiunge cinque tra i pezzi migliori (compresa The Seeker) dalla triade degli album “religiosi”.

PETE TOWNSHEND & RAPHAEL RUDD: The Oceanic Concerts

Estratto da due intime esibizioni ad inviti tenute nel ’79 e nell’80 per finanziare le attività del centro di Meher Baba, il disco vede Townshend collaborare con l’arpista e pianista Raphael Rudd, anche lui discepolo dello scomparso guru e protagonista nell’occasione di diversi frammenti strumentali. Non eccelsa la qualità di registrazione: ma è interessante ascoltare il chitarrista degli Who ripassare in veste così raccolta, quasi cameristica, il suo catalogo più celebre (Bargain, Tattoo, A Little Is Enough, Let My Love Open The Door) e meno noto (The Ferryman, Sleeping Dog), avvolgendo in un’aura mistica anche le composizioni apparentemente più “profane”.

The Lifehouse Chronicles

Townshend conserva grande affetto per la sua opera incompiuta, e a quasi trent’anni di distanza vi dedica un monumentale box di 6 CD che affianca i vecchi demo (già disseminati, in parte, su altri dischi) a nuovi riarrangiamenti, anche orchestrali, del materiale (intervallati da composizioni classiche di Scarlatti e Purcell), versioni dal vivo e (spalmato sugli ultimi due CD) l’intero radiodramma realizzato un anno prima per la BBC. Visionario (come la trama, un racconto di science fiction preveggente sui futuri sviluppi delle comunicazioni via Internet), a volte velleitario, ingombrante: ma è interessante assistere alle mutazioni di Baba O’ Riley (da Teenage Wasteland alla versione strumentale per orchestra) e riascoltare i primi germi di canzoni poi finite su album e singoli degli Who (Who Are You, Join Together) accanto a perle dimenticate come Mary e Greyhound Girl. Del cofanetto esiste anche una versione condensata su unico CD, Lifehouse Elements.

Scoop 3

Inesauribili gli archivi di Townshend, che regala, stavolta, brani più recenti e prevalentemente strumentali. Molte, ancora una volta, le delizie: il delicato pop orchestrale di I Like It The Way It Is, una scintillante No Way Out (However Much I Booze), un bel demo di Can You See The Real Me?, una versione di How Can You Do It Alone? migliore di quella degli Who e un esuberante rock blues inciso con la “big band” di metà anni ’80, It’s In Ya. In più, begli esercizi chitarristici (Collings rende omaggio a Davey Graham) e curiosità come una versione in tedesco di O Parvardigar già inclusa in un omonimo EP venduto anch’esso sul sito Web.