P.X.R. 5

Brock riforma la band con il rientrato Nik Turner, Adrian Shaw e Simon King, ma ha giusto il tempo di registrare (nel 1978) questo disco. Ulteriori cambiamenti riportano poco dopo nella formazione Stephen King e il nuovo arrivato, il tastierista Tim Blake, proveniente dai Gong.

Pablo Honey

La prima prova semiacerba. Pablo Honey è un disco di indie pop smanioso di incrociare tre chitarre elettriche (You, Anyone Can Play Guitar) quanto capace di smithsiane (in)delicatezze (Thinking About You). Thom Yorke (voce, chitarra), Ed O’ Brien (chitarra), Colin Greenwood (basso) e Phil Selway (batteria), da Oxford, iniziano sognando REM e Pixies ma hanno un debito verso gli U2 (Stop Whispering). Al pregiudizio della stampa nazionale, che vede i Radiohead solo come cloni di Bono & C., rimedia il successo americano del singolo Creep: uno psicodramma in amniocentesi grunge, croce e delizia per i suoi autori, che macera l’alternanza tra strofe lente e arpeggiate e il ritornello a forte combustione introdotto con un indovinato effetto di chitarra di Jonny Greenwood (chitarra, tastiere), la più giovane delle cinque teste di radio (fratello di Colin).

Packed!

L’unico vero passo falso della carriera, forse conseguenza della nuova separazione da Jim Kerr: un disco esile, poco ispirato, nel quale si ricordano soltanto When Will I See You e un’altra cover da Hendrix, May This Be Love. Da qui in avanti la storia dei Pretenders sarà costellata da pause sempre più lunghe, mentre Chrissie, forte di una notevole popolarità personale (vedi per esempio i due fortunatissimi singoli con gli UB40 I Got You Baby e Breakfast In Bed) si farà notare per le molte collaborazioni e partecipazioni.

Paid Tha Cost To Be Da Boss

Il buon momento continua, Snoop Dogg pare aver trovato la dimensione dell’artista maturo, non travolgente come all’esordio ma neppure soggetto alle cadute successive. Guidano il programma due eccellenti produzioni dei Neptunes, From Tha Chuuuch To Da Palace e Beautiful, la pace con la costa occidentale siglata da The One And Only e il summit tenuto con Jay-Z e Nate Dogg in occasione di Lollipop. Paper’d Up rimanda alla celebre Paid In Full di Erik B&Rakim.

Pain In My Heart

Esordio su Volt/Stax del ’64, caratterizzato dalle cover, che un Redding ancora acerbo preleva da Sam Cooke, Little Richard, Ben E. King. Tuttavia, oltre al brano che dà il titolo all’album (in realtà è Ruler Of My Heart di Irma Thomas), lancia buoni segnali con These Arms Of Mine e Security.

Painful

May I Sing With Me era anche il primo album con James McNow (basso, voce), da qui stabile nella formazione. Se era l’identità del gruppo talvolta inafferrabile, ora lo sta diventando anche la musica (sempre meno definibile e proprio in questo più personale). Chitarra, voce (soprattutto quella celeste di Georgia Hubley) smaterializzano l’armonia in forme mistiche in cui ricoprono un ruolo strategico i disegni — preraffaelliti o surrealisti — di un organo ministro di sogni (Sudden Organ). Le dissonanze di From A Motel 6 e I Was The Fool Beside sviluppano un potere suggestivo ancora superiore.

Painkiller

L’arrivo del batterista Scott Travis, trasmette nuova linfa vitale e l’apertura del disco è devastante, assolutamente in linea con le nuove leve del thrash metal, ma in più il gruppo può poggiare sulla vocalità infinita di Bob Halford. Determinante anche l’apporto del nuovo produttore Chris Tsangarides, da sempre estimatore della band.