Pretenders II

La formula della Hynde rimane vincente anche nel secondo LP: Message Of Love, Talk Of The Town, e un’altra fortunata cover dei Kinks, I Go To Sleep, che anticipa una clamorosa e burrascosa relazione affettiva con Ray Davies.

Public Image

John Lydon non è più Johnny Rotten. Ed è tanto più se stesso con la sua nuova immagine pubblica. Public Image, Low Life e Attack riesumano, sì, i Sex Pistols ma fanno scempio del cadavere. La chitarra di Keith Levene, un ex Clash prematuro, non è quella di Steve Jones mentre quello di Jaw Wobble è il basso più originale della new wave. I brani che danno la misura vera anche temporale dei PIL nella loro prima uscita (l’album è sovente indicato come First Issue) sono Theme e Fodderstompf, dilatati lungamente oltre i costumi punk in più sperimentali direzioni post kraut rock e dub reggae. Discorso analogo per il sermone ateo in due parti Religion I e Religion II (senza e con la musica).

Panorama

Disco ambizioso ma spiazzante. In un’atmosfera cupa e dissonante, Ocasek sembra voler dare uno scrollone che faccia cadere i fan arrampicatisi sul versante commerciale della band, in favore di quelli che vi avevano individuato uno spessore autenticamente artistico.

Solo Touch And Go porta soddisfazioni in termini di classifica; per il resto, negli USA l’album viene bollato come una delle più grandi delusioni della storia del rock.

La band non mancherà di prenderne atto.

Pump

Dopo tre lustri di carriera il gruppo riesce a pubblicare un altro capolavoro, dove il rock arcigno della chitarra di Perry si sposa alla perfezione con la voce stridula e generosa di Tyler. La successione delle canzoni è memorabile, appaiono retaggi di southern rock e r&b. I nuovi hit si chiamano Love In An Elevator, Young Lust e soprattutto Janie’s Got A Gun, torbida storia di sesso e tradimenti, ispirata da un fatto di cronaca.

Puoi fidarti di me

Dopo l’abbandono di Ricky Portera c’è stato un ingresso importante, quello di Beppe D’Onghia alle tastiere. Il sound è accattivante, pure troppo, per un disco che nonostante le firme eccellenti dei tanti amici cantautori (Vasco, Carboni, Ron, Antonacci) non contiene né perle, né perline.

Pogue Mahone

Sensibilmente rimaneggiati da importanti defezioni, i Pogues (che recuperano il nome originale) concludono la loro storia sottotono, separandosi senza che nessuno se ne accorga, dopo un ultimo album modesto, dal repertorio inconsistente (in cui compare una strana cover di When The Ship Comes In, di Dylan).

PETE TOWNSHEND & RONNIE LANE: Rough Mix

Rockstar dall’animo fragile e inquieto, Townshend e Lane sembrano fatti apposta per condividere pensieri e musica. Il bassista è al suo meglio in titoli come Annie (bella ballata con fisarmonica) e April Fool (dove ricorda Rod Stewart). Townshend risponde col rock nervoso di My Baby Gives It Away, lo skiffle sincopato di Misunderstood, gli archi nostalgici di Street In The City, mentre Heart To Hang Onto sfoggia belle sfumature soul. Partecipano alle session pezzi da novanta come Eric Clapton, John Entwistle e Charlie Watts.

Pet Sounds

Il grande capolavoro dei Beach Boys (meglio, di Brian Wilson) è anche uno dei grandi album del rock. Rapido passaggio attraverso la stagione psichedelica americana, realizzato alla maniera di Rubber Soul o Revolver, è allo stesso tempo una risposta ai Beatles e una presa di posizione verso quella parte della stampa che accusava i Boys di essere un gruppo da 45 giri e nulla più.

Canzoncine e coretti hanno lasciato il posto a nuove sonorità create in studio con le più avanzate tecniche, in più un’accurata scelta di splendide melodie, a cominciare da Wouldn’t It Be Nice, God Only Knows, la celebre rilettura del traditional Sloop John B, e alcune tra le più belle armonie vocali di tutta la musica bianca.

Nel 1997 ne verrà pubblicata una versione ampliata a 4 CD (The Pet Sounds Sessions), con demos e scarti di studio, interessante ma eccessivo, e che in qualche modo spezza il magico equilibrio dell’originale.