Love Bites

Baciati da una creatività apparentemente straripante, Shelley e compagni pubblicano un nuovo album a soli sei mesi di distanza dal precedente.

Pur di qualità più che accettabile, gli episodi che lo compongono non raggiungono però il livello delle precedenti prove del gruppo, fatta eccezione per la memorabile Ever Fallen In Love?, 2 minuti e 39 di chitarre e cori semplicemente perfetti che i Fine Young Cannibals riprenderanno portandoli al successo.

Live Bootleg

Intitolato così per ironizzare sui tanti dischi clandestini live del gruppo, questo doppio vinile non si perde in assoli e celebrazioni tecniche, ma punta tutto sull’energia e sulla forza di canzoni che il pubblico canta a memoria. I classici ci sono tutti, ma il momento più emozionante è posto sul quarto lato, dove in una registrazione del 1973, vengono omaggiati James Brown in Mother Popcorn e i maestri Yardbirds con una versione torrenziale di Train Kept A Rollin’.

Dire Straits

Il disco d’esordio coglie di sorpresa un po’ tutti, per i toni pacati di un roots rock ante litteram, ballate monocordi ma fascinose, esattamente come lo stile del maestro dei Knopfler, J.J.Cale.

Il cavallo di battaglia è Sultans Of Swing, spumeggiante ballata boogie impreziosita da un celebre assolo di chitarra elettrica suonata come un acustica.

The Closing Of Winterland: December 31, 1978

Un flash nostalgico sulla fine di un’epoca (la chiusura del celebre club di San Francisco, già palazzo del ghiaccio, gestito dall’impresario Bill Graham) con i Dead chiamati a fare per l’ultima volta gli onori di casa: performance torrenziale (oltre quattro ore, suddivise in tre set) e “vibrazioni” speciali, grazie anche ai tanti ospiti sul palco (John Cipollina, Matthew Kelly, Lee Oskar dei War). Molte cose da ricordare: la fluidità della scaletta, l’incredibile “macchina da tuono” azionata da Ken Kesey, i bis a base di sanguigno rock and roll, una Rhythm Devils a tre set di percussioni (ospite Greg Errico del gruppo di Sly Stone) e una Dark Star che non veniva eseguita in concerto da 1.535 giorni. Ma il vero “must”, questa volta, è il doppio DVD, con filmati d’epoca, interviste ai protagonisti, stralci dalle esibizioni di Blues Brothers e New Riders Of The Purple Sage; più, in edizione limitata, un altro CD in omaggio con selezioni da precedenti esibizioni dei Dead al Winterland.

All Mod Cons

La crisi di crescita fa bene al giovane Weller, che dopo aver meditato un precoce ritiro dalle scene diventa a vent’anni il portavoce di una generazione (in patria, perché all’estero i Jam non riusciranno a sfondare): narratore acuto e impietoso della “English way of life” sulle orme del primo Pete Townshend e di Ray Davies dei Kinks (di cui riprende l’ironica e tambureggiante David Watts), interprete delle aspirazioni, frustrazioni e disorientamenti del giovane proletariato urbano (al di là di certe presunte simpatie giovanili per i “tories” al governo). Classici a ripetizione, nel disco della sua esplosione creativa: ‘A Bomb’ In Wardour Street e Down In The Tube Station At Midnight raccontano la violenza metropolitana tra rullate militaresche e accordi sciabolanti; il riff serpentino di Mr. Clean mette alla berlina le sicurezze della “middle class”; To Be Someone riflette sulle trappole del successo, e Billy Hunt sui sogni infranti della gioventù; In The Crowd, elettrica ed esuberante, è un inno alla musica come riscatto dalla spersonalizzazione; e la delicata, inattesa ballata acustica English Rose è il gioiello nella corona di un disco praticamente perfetto.

Giv’em Enough Rope

La produzione "mainstream" e iperprofessionale dell’americano Sandy Pearlman (Blue Oyster Cult) alza il volume delle chitarre ma imbriglia l’irruente spontaneità del quartetto, ora irrobustito dal drumming di Topper Headon. Salvano il disco Stay Free, ode di Jones all’amicizia virile, e il poderoso trittico iniziale (Safe European Home su tutte).

Masterpieces

Un’antologia priva di note pubblicata in Australia e divenuta preda ambita da dylaniani per una manciata di brani editi in precedenza soltanto su 45 giri, alcuni dei quali (non tutti) sono poi stati inclusi in altre raccolte. Si tratta di Rita May, Spanish Is The Loving Tongue e George Jackson (Big Band Version).

Stage

Live gelido, in effetti una operazione di "riposizionamento". L’idea è di cancellare ogni traccia dei lustrini glam-rock, e di opporre una nuova immagine all’ondata iconoclasta di punk e new wave, che sta spazzando parecchi "pari grado" di Bowie.

Alla chitarra, accanto all’ormai fido Alomar c’è lo sperimentatore Adrian Belew, fondamentale anche in molti dischi successivi.

Another Music In A Different Kitchen

Meno melodico del suo predecessore, il primo vero e proprio album dei Buzzcocks è uno dei migliori fra le decine di dischi partoriti dalla fiorente scena britannica nel biennio 1977-1978, grazie a una produzione molto più curata rispetto agli standard dell’epoca e all’impatto di brani come Fast Cars, You Tear Me Up e I Don’t Mind.