Two From The Vault

Un vero reperto storico anticipa di poco la saga infinita dei Dick’s Picks: le incisioni risalgono al 1968, quando la band è in pieno trip lisergico. La scaletta replica in parte quella del Live/Dead, il suono è ancora grezzo ma la qualità di incisione è eccellente: in più ci sono altre lunghissime tirate blues di Pigpen (i sedici minuti iniziali di Good Morning, Little Schoolgirl), la messa psichedelica di The Other One e una sferragliante ma ammaliante Morning Dew.

View From The Vault III

I Dead giocano in casa, a Mountain View (California), in questo concerto del 16 giugno 1990. La piccola sorpresa arriva in apertura, con una cover di Sam Cooke (erroneamente accreditata come Let The Good Times Roll invece che con il titolo corretto di Good Times). Immancabili le parentesi “space” e “drums” e la ripresa del classico dylaniano di turno (It’s All Over Now Baby Blue).

THE OTHER ONES: The Strange Remain

Weir, Lesh e Hart (con le chitarre di Steve Kimock e Mark Karan, il sax di Dave Ellis, la batteria di John Molo e le tastiere di Bruce Hornsby) si ricongiungono nel “Furthur tour” del 1998, documentato in questo doppio disco: solide versioni dei classici Dead si alternano a dinamiche nuove composizioni dagli accenti “world” o tropicaleggianti (Only The Strange Remain, Banyan Tree, Baba Jingo) e a ballate pianistiche nel classico stile di Hornsby (White-Wheeled Limousine, Rainbow’s Cadillac). E’ la prova generale per la rinascita del gruppo sotto la sigla Dead e l’inizio di una nuova, intensa, attività dal vivo.

Ladies And Gentlemen…The Grateful Dead: Fillmore East New York April 1971

Il meglio da cinque leggendari concerti nel tempio newyorkese di Bill Graham viene finalmente pubblicato in forma ufficiale. Nella marea di dischi dal vivo pubblicati dalla band californiana, è uno dei top assoluti: una di quelle occasioni speciali in cui i membri della band viaggiano spesso e volentieri sulla stessa lunghezza d’onda, con effetti inebrianti per i patiti del genere (e magari irritanti per chi non riesce ad entrare in sintonia). Nel nutritissimo programma, Garcia e compagni non mancano di rendere omaggio al soul di Smokey Robinson e Wilson Pickett (Second That Emotion, In The Midnight Hour) e al blues, vecchio amore della band (Next Time You See Me, I’m A King Bee); non mancano una versione “intimista” di Dark Star e le lunghe jam improvvisate che scaraventano band e ascoltatori in universi sensoriali paralleli. Sbalorditiva (per l’epoca) anche la qualità della registrazione.

Terrapin Station, Capital Centre, Landover, MD, 3/15/90

Il concerto in questione doveva servire a finanziare la creazione di Terrapin Station, museo multimediale dedicato alla storia della band. Non se ne fece niente, ma resta questa buona performance, incentrata naturalmente sulla suite che porta lo stesso nome del progetto. Un po’ ingombranti le tastiere elettroniche di Mydland e poco convincenti anche i brani da lui firmati: a parte questo, la band mostra una buona cera proponendo anche pezzi non troppo frequentati (Althea, il Walkin’ Blues di Robert Johnson), sezioni relativamente succinte di “drums” e “space” e una buona versione di Just Like Tom Thumb’s Blues (Dylan) prima di chiudere con una versione rilassata della beatlesiana Revolution.

MOTHER McCREE’S UPTOWN JUG CHAMPIONS: Mother McCree’s Uptown Jug Champions

Le radici dei Grateful Dead affondano nella “jug music”, arte povera che utilizza anfore, assi per lavare e altri oggetti di uso comune (accanto agli strumenti a corda) per alleggerire il peso e l’intensità del blues. Queste incisioni, divertenti e rivelatrici, risalgono al 1964, con Garcia, Weir e McKernan (più altri tre musicisti) a fare esercizio su On The Road Again e Beat It On Down The Line, poi riprese nelle set list della futura band.

Steppin’ Out With The Grateful Dead – England 72

Altra opera mastodontica che setaccia, ancora una volta, il tour europeo del ’72 concentrandosi, stavolta, sulle date inglesi. E il risultato è nuovamente entusiasmante (per gli adepti, sottinteso): Weir e Garcia si spartiscono come sempre le luci della ribalta, svettando anche in selezioni meno scontate come Black Throated Wind e l’eccellente Deal, ma Pigpen ruba la scena con una straziata performance soul nella sua The Stranger. Tra i tour de force, versioni da venti minuti (o quasi) di Good Lovin’, The Other One e di Caution (Do Not Stop On Tracks), già nel primissimo repertorio della band.

Europe ’72

Testimonianza monumentale (per l’epoca) di un tour nel Vecchio Continente fonte di innumerevoli aneddoti e leggende, il triplo LP, poi condensato su doppio CD, dimostra che i Dead (ora con Keith e Donna Godcheaux, tastiere e backing vocals, in formazione) non sono soltanto una variopinta comune viaggiante ma anche una formidabile macchina musicale, capace (al pari di Allman Brothers e Little Feat) di macinare chilometri su ogni tipo di percorso: passando dalla concisione e le ballate country/folk del primo, virtuale set (le registrazioni provengono in realtà da luoghi differenti) alle dilatatate improvvisazioni “free form” della sezione conclusiva, aperta dal ritmo schiacciasassi di Truckin’ e chiusa da una ipnotica Morning Dew. Pigpen (all’ultimo tour: morirà l’anno seguente) si ritaglia gli ultimi scampoli rock-blues (Hurts Me Too, Mr. Charlie), Weir pesca altre canzoni da Ace (Looks Like Rain e One More Saturday Night, rock and roll alla Chuck Berry, e firma con Hunter la ballata hippy Jack Straw), Garcia e lo stesso Hunter sviluppano ancora il canovaccio di Workingman’s Dead e American Beauty (He’s Gone, Ramble On Rose) mentre l’ormai classica China Cat Sunflower trova il seguito ideale nel traditional I Know You “Rider.

Wake Of The Flood

Le nuove ambizioni del gruppo si riflettono non solo nel lancio di un’etichetta autogestita ma anche nella musica: Weather Report Suite, il brano che chiude il disco (firmato da Weir), sfoggia architetture complesse e cambi di tempo fino ad allora inusitati per il gruppo. Il repertorio è in gran parte di prima qualità e troverà la dimensione ideale in concerto (a cominciare da Stella Blue, sussurri e silenzi, e dalla radiosa Eyes Of The World, una delle melodie più scintillanti in catalogo). Ma in studio i Dead sembrano aver perso di nuovo la loro scintilla.

Steal Your Face

Registrato nel 1974 durante una serie di concerti al Winterland di San Francisco il nuovo doppio live fallisce parzialmente, per la prima volta, il bersaglio: la band non è sempre al top e la qualità di incisione lascia a desiderare. Da segnalare, oltre al disegno di copertina (il teschio che vi è raffigurato diverrà uno dei marchi più riconosciuti dei Dead) l’inclusione in scaletta di Around And Around di Chuck Berry e di due belle cover country & western, Big River (Johnny Cash) ed El Paso (Marty Robbins). Dagli stessi concerti verrà tratto il film “The Grateful Dead Movie”.

Nightfall Of Diamonds

Uno dei migliori concerti dei Dead ultimo periodo (1989, alla Meadowlands Arena del New Jersey) si accende soprattutto nella seconda parte, con un flusso circolare di musica che parte da Dark Star per tornare al punto di partenza dopo un viaggio di oltre tre quarti d’ora, passando per i classici Playing In The Band e Uncle John’s Band. Nel primo set spicca invece una lunga e incalzante versione della dylaniana Stuck Inside A Mobile With The Memphis Blues Again.

Live/Dead

I Dead devono la loro leggenda alle avventurose esibizioni in concerto, e questo doppio vinile, poi ristampato in un unico CD, dimostra l’assunto come meglio non si potrebbe: in scaletta appena sette pezzi, prototipi di una visionarietà sfrenata (diretto prodotto della “cultura della droga”) lontana anni luce dalla prevedibilità e dai format rigidi del rock odierno. Pigpen cavalca con forza brutale i blues Turn On Your Lovelight e Death Don’t Have No Mercy (oltre 25 minuti in due), The Eleven viaggia su scansioni jazz intrecciando due batterie (Bill Kreutzmann e Mickey Hart), l’asimmetrica chitarra ritmica di Bob Weir e il basso-pulsar di Phil Lesh, Feedback mantiene le promesse del titolo dando sfogo alle voglie sperimental-elettroniche del tastierista Tom Constanten. Ma la vera apoteosi è Dark Star, viaggio intergalattico di oltre 23 minuti nel pulviscolo sonoro, pilotato dalla liquida, imprendibile solista di Jerry Garcia. Difficile trovare una miglior rappresentazione in musica di Haight Ashbury, cuore del nuovo mondo psichedelico.

American Beauty

È il momento magico del gruppo, che infila il terzo capolavoro in successione. Clima e premesse sono analoghi al disco precedente, ma il “follow up” non è da meno, grazie anche all’emergere delle qualità autorali di Weir (sua la solare, countryeggiante Sugar Magnolia), mentre Lesh firma forse il suo pezzo migliore con Box Of Rain. Hunter, autore di tutti i testi, rinnova con Garcia un sodalizio magico: i due sfornano le delizie old style di Friend Of The Devil (al mandolino c’è David Grisman), le armonie scritte in cielo di Ripple e Brokedown Palace, una Candyman dal passo felpato e avvolgente. Il ritmo accelera nel finale con Truckin’, sforzo collettivo che racconta a suon di rotolante boogie-rock glorie e miserie della vita on the road. In studio, per la prima volta, diversi ospiti, con i New Riders Of The Purple Sage al completo. Il titolo del disco si riferisce ad un tipo di rosa, raffigurata nella bella copertina di Alton Kelley e Stanley Mouse.

View From The Vault

Primo volume di una serie di cofanetti audio legati ad altrettante emissioni in videocassetta e Dvd, documenta un concerto del luglio 1990 a Pittsburgh. Pregi e difetti dei Dead del periodo, con l’apertura affidata all’hit single Touch Of Grey, il country & western di Mexicali Blues e l’ennesima rilettura del canone dylaniano (Knockin’ On Heaven’s Door).