Who Really Cares

Al banco di regia c’è stavolta Charlie Calello, l’uomo che in Eli and The Thirteenth Confession ha saputo tramutare in realtà le più inconfessabili fantasie di Laura Nyro. Qui la sua bacchetta magica non sortisce gli stessi effetti ma sono piacevoli le sue movimentate scenografie da musical rock (Love You More Than Yesterday, Do You Remember?), il blues macchiato latte di Time On My Hands, gli omaggi a Jimmy Webb (Galveston) e le atmosfere da luci basse di Orphan Of the Wind

 

U

Sottotitolato “una parabola surreale in canzoni e danza”, il doppio album soffre, nella trasposizione dal palcoscenico teatrale al disco, la presenza di troppa “incidental music” riempitiva e la mancanza dell’elemento scenico: soprattutto nel materiale più leggero (Bad Sadie Lee, Robot Blues). Le qualità arcane delle ballate di Williamson emergono ancora in Juggler’s Song e nell’elegiaca Queen Of Love; Malcolm LeMaistre, direttore della compagnia teatrale che allestisce lo spettacolo, entrerà presto in pianta stabile nel gruppo come vocalist e polistrumentista.

I Looked Up

Un altro disco interlocutorio, segnato da un evidente appannamento creativo. Williamson si impegna ancora sulla lunga distanza con due epopee di impronta storica (Pictures In A Mirror) e autobiografica (When You Find Out Who You Are); Heron abbozza una prima versione della sua violinistica Black Jack Davy (non è il celebre traditional dallo stesso titolo) e un impacciato esperimento pop-rock (The Letter), con Rose Simpson al basso e la batteria di Dave Mattacks dei Fairport Convention.

Be Glad For The Song Has No Ending

Macedonia un po’ confusa di scarti di registrazione e pezzi composti per la colonna sonora di un film per la BBC dall’identico titolo (mai andato in onda, ma da poco uscito in DVD), ecco un’altra nota a piè di pagina della Incredibile String Band: nell’esotica Veshangro c’è però il miglior Williamson, e anche la dylaniana All Writ Down è sopra la media.

Janis Ian

Quando si dice un talento precoce. La Shirley Temple del pop folk newyorchese ha sedici anni appena quando debutta sfoderando un colpo da ko: Society’s Child, ballata che sotto l’abitino elegante di un’orchestrazione alla Brill Building nasconde un tema serio e per l’epoca urticante, l’amore interrazziale impedito dalle convenzioni sociali. Diventerà il suo passepartout (e una specie di inno per il movimento dei diritti civili) ma anche la sua maledizione (attacchi dei censori, pressioni eccessive della casa discografica). Le altre canzoni, a cominciare dalla prima incisione in assoluto, Hair Of Spun Gold, confermano un talento acerbo ma autentico, con ritratti di delicato intimismo (The Tangles Of My Mind) ed echi della canzone di protesta che in quel periodo ancora arrivano dal Greenwich Village (New Christ Cardiac Hero, I’ll Give You A Stone If You Throw It). 

Hard Rope & Silken Twine

Poco meglio vanno le cose nell’album di commiato di Heron e Williamson, poi protagonisti (soprattutto il secondo) di dignitose carriere soliste: Robin il bardo celtico firma qualche bella ballata (e in Dreams Of No Return si riaffaccia il sitar), ma a restare nelle orecchie è soprattutto Ithkos, ambiziosa suite al crocevia tra folk, hard rock, progressive e tentazioni sinfoniche.

Present Company

Scottata dalla rottura del contratto con la Verve, la Ian si trasferisce a Marin County, California. L’atmosfera “easy” e rilassata della West Coast è palpabile in tutto il nuovo disco, confezionato con l’aiuto di session men di prestigio come Charlie Daniels e John McFree, ma il materiale è un po’ più esangue e meno personale del solito: più vicino a Carly Simon che alla Nyro o a Joni Mitchell, riconoscibile soprattutto nella zampata autoironica di See My Grammy Ride e in My Land, disilluso omaggio agli Stati Uniti d’America. 

 

Wee Tam &The Big Huge

Due album venduti separatamente e poi in coppia, due fratelli gemelli che confermano l’alchimia e la complementarità della strana coppia: Heron costruisce deliziose miniature in odor di pop psichedelico (Puppies, Cousin Caterpillar) e recupera suoni americani (il country&western di Greatest Friend, il Cajun di Log Cabin Home In The Sky), Williamson e la sua voce ultraterrena inseguono miti celtici e fiabe psichedeliche alla Lewis Carroll (Ducks On A Pond, The Iron Stone, Lordly Nightshade), inanellando mantra meditativi (The Yellow Snake), luminose ballate corali (You Get Brighter) e canzoni bonsai (i sedici secondi di The Son Of Noah’s Brother sono da record). Del gruppo fanno ormai stabilmente parte (voce e percussioni) Licorice McKenzie e Rose Simpson, compagne dei due leader.

Janis Ian II

Il disco “jazz” della Ian, contraddistinto con il numero romano II per distinguerlo dall’omonimo album di debutto. Accompagnata da una formidabile sezione ritmica (Richard Davis, Ron Carter e Steve Gadd), la cantautrice sfoggia tocco e padronanza tecnica al pianoforte mettendo in tavola un altro bel gruzzolo di articoli pregiati: Do You Wanna Dance? sta elegantemente in bilico tra Carole King, Joni Mitchell e Herbie Hancock, Silly Habits flirta inappuntabilmente con la tradizione (tanto da convincere il grande Mel Torme ad interpretarla in duo con l’autrice), That Grand Illusion è “sophisticated pop” allo stato puro, I Need To Live Alone Again continua la tradizione delle ballate spezzacuori. 

 

Aftertones

La Ian resta fedele alla cifra stilistica dei due dischi precedenti sfoggiando ancora apprezzabile duttilità interpretativa: nella nuova collezione spiccano Love Is Blind, ballatona sentimentale con un impeto melodico alla Neil Diamond (numero uno in Giappone, dove anche l’album diventa un hit), l’afterhours di Belle Of The Blues, altro malinconico ritratto di una stella cadente, e l’intreccio vocale da manuale di Hymn, ricamato con le grandi voci ospiti di Odetta e Phoebe Snow. 

 

Janis Ian Live: Working Without A Net

Ormai padrona di se stessa, la Ian fabbrica un’antologia dal vivo pescando nei cassetti esibizioni in gruppo e in solitaria dal 1990 in poi. Nessuna sovraincisione o abbellimento in postproduzione, e anche stavolta l’argenteria migliore è tutta apparecchiata in tavola: At Seventeen, Jesse, Silly Habits, Stars, Tattoo, Take No Prisoners, una Paris In Your Eyes all’epoca ancora inedita e una Society’s Child ancora una volta spogliata di ogni orpello ornamentale. Boots Like Emmylou’s e Cosmopolitan Girl strappano risate in platea, il ritornello di These Boots Are Made For Walkin’ (Nancy Sinatra), in coda, è il pretesto per chiudere in concerto in coro. 

 

Stars

Da qui, dopo tre anni di silenzio, prende il via la fase adulta della carriera della Ian: amaramente autbiografica nella title track (ripresa anche da Cher) e in Applause, riflessioni in punta di chitarra sulla credibilità dello star system e sui sogni di gloria infranti, orientata nuovamente verso un genere di folk intimista da coffee house corredato da testi introspettivi e chilometrici. L’altro pezzo forte è Jesse, straniante canzone sull’assenza appena portata al successo da Roberta Flack. Il disco viene inizialmente pubblicato nell’indifferenza generale dalla Festival australiana, e solo successivamente rilevato dalla Columbia. 

 

The Incredible String Band

Mike Heron e Robin Williamson, qui in trio con il banjoista Clive Palmer, sono due hippie giramondo amanti del rock, della tradizione angloamericana e della “world music”, ma tutt’altro che dei puristi: lo si intuisce già in questo debutto ancora acerbo, dove il folk inglese e il bluegrass americano si tingono a tratti di di fluorescenti colori psichedelici (Smoke Shovelling Song) e danno il la alla scrittura di ballate eteree e profondamente originali (October Song di Williamson, lodata anche da Bob Dylan).

Uncle Wonderful

È un momento buio per l’artista, abbandonata da tutti se non dall’etichetta australiana che le aveva gettato un salvagente ai tempi di Stars. La copertina, che propone la Ian in improbabili vestiti trendy, fa presagire i contenuti. La sbornia disco non è smaltita, ma qui (Just A Girl, Body Slave), senza Moroder, i risultati sono molto più scadenti. Pochi i pezzi sui cui Janis lascia una impronta duratura: la canzone che intitola il disco (che tratta di abusi sessuali familiari) e Mechanical Telephone, un fusion blues sul tema della incomunicabilità in cui la musicista sperimenta con la allora rivoluzionaria batteria elettronica Linn.

Earthspan

La normalizzazione della famiglia freak scozzese prosegue con un disco meno convincente del precedente, marcato dalla voce e dal songwriting del nuovo arrivato LeMaistre: quasi irriconoscibile quando gioca la carta del pop orchestrale o della ballata soft jazz (Restless Night), il gruppo recupera un po’ di credibilità col violino appalacchiano di Black Jack David (seconda versione) e nella ballata folk Banks Of Sweet Italy, canto del cigno di Licorice.

No Ruinous Feud

La parabola discendente della Incredible String Band proseguiva inesorabile da tempo, ma era difficile pronosticare un approdo disastroso come questo: dove la band un tempo più eccentrica e imprevedibile d’Inghilterra suona come un dozzinale gruppo californiano da radio FM (Explorer) e insegue improbabili chimere di successo mainstream (Saturday Maybe): e non bastano le gighe tradizionali e folk-rock come Old Buccaneer a indorare la pillola.

Between The Lines

Sette anni dopo il suo primo “smash hit” la Ian ha in mano una nuova Society’s Child: At Seventeen. La strategia è simile: un delicato arrangiamento bossa nova con fiati alla Bacharach guarnisce di zuccherosa dolcezza un testo amarissimo e spietato sul brusco risveglio dall’adolescenza e la crudeltà del gioco amoroso. Diventerà un nuovo, grande successo da classifica e un inno per tutte le “brutte anatroccole” snobbate dai maschi alla perenne ricerca di reginette di bellezza. Il contorno, pilotato dalla produzione sinfonica di Brooks Arthur, è degno del piatto forte: In The Winter, con tanto di archi classicheggianti, è un’altra canzone di amore e solitudine che ricorda Dusty Springfield ma anche certo pop mediterraneo anni Sessanta, From Me To You un delicato esercizio in fingerpicking che avrebbe figurato bene su Stars, Water Colors uno schizzo davvero delicato come un acquarello, mentre Between The Lines accarezza il mainstream e le mitchelliane When The Party’s Over e Light A Light portano ancora addosso qualche profumo di California. 

 

Unreleased 1: Mary’s Eyes

Una prima raccolta di rarità (a tiratura limitata) inaugura l’etichetta della Ian, ironicamente battezzata “rude girl” riprendendo un commento a lei indirizzato da un giornalista della Associated Press. Compilata sulla base delle richieste dei fan, la collezione copre un vasto arco temporale (1971-1997) accumulando performance solitarie (la bella Make A Man Of You), di gruppo (La Cienega Boulevard) e dal vivo (l’ironica Cosmopolitan Girl). Come i volumi successivi della serie, finanzia un progetto di educazione musicale, Pearl Foundation, intitolato alla madre della Ian (è disponibile solo in download digitale). 

 

God & The FBI

Un disco politico fin dal titolo, in cui l’autrice ricorda i suoi surreali trascorsi con l’agenzia investigativa federale e sbeffeggia il famigerato Edgar Hoover tentando nel contempo di aggiornare il suo linguaggio musicale. Di qui l’hip hop funk del pezzo omonimo, le atmosfere “urban” di On The Other Side e i sample di Murdering Stravinsky. Molto meglio il resto, però: il jazz acustico alla Rickie Lee Jones di Jolene, la ballata pianistica Days Like These, la presa per i fondelli di Boots Like Emmylou’s, in cui il bersaglio sono la Harris e certo establishment nashvilliano. Un’icona del genere, Willie Nelson, è invece gradito ospite in Memphis, ballata country con tutti i crismi. 

 

Billie’s Bones

A 53 anni, quasi invisibile al radar dei mass media, la cantautrice newyorchese sforna uno dei dischi migliori della carriera. Suoni e arrangiamenti prevalentemente acustici, calibratissimi e distillati con cura artigianale dai musicisti (con una menzione speciale per il dobro, il banjo e le lap & pedal steel di Dan Dugmore), ma soprattutto canzoni baciate da una solidissima ispirazione: sia quando la Ian calpesta con delicatezza i suoi territori d’elezione (When I Lay Down, Dead Men Walking, Matthew: ispirata, quest’ultima, all’assassinio di uno studente universitario gay che negli Stati Uniti ha scosso le coscienze): sia quando decide di rifarsi alla tradizione folk delle isole britanniche (Mockingbird, Mary’s Eyes, lo strumentale Marching Of Glasgow, la “murder ballad” da brividi Forever Young). Il raffinato tocco europeista di Amsterdam e Paris In Your Eyes la avvicina alla Mitchell anni Settanta, il valzerone country My Tennessee Hills la vede duettare con Dolly Parton e I Hear You Sing Again adatta in musica una toccante dedica di Woody Guthrie alla madre scomparsa. Il capolavoro però è la spettrale title track, derivata da un componimento poetico che Janis, ancora adolescente, aveva scritto nel 1968 in omaggio al suo idolo Billie Holiday. 

 

Liquid Acrobat As Regards The Air

Col cambio di etichetta, l’acustica orchestra di Heron e Williamson volta pagina e attacca la spina: Dear Old Battlefield, scandita dalle chitarre elettriche e dalla batteria di Gerry Conway, ricorda gli Steeleye Span, Painted Chariot addirittura i Traffic, mentre Worlds They Rise And Fall è un Cat Stevens in preda all’acido. C’è tempo persino per un reggae (Adam And Eve), prima che la ISB dei bei tempi andati faccia capolino nella seconda parte del disco, tra le corali di Here Till Here Is There e i flauti medievaleggianti della composita Darling Belle.

Hunger

Searching For America, uno dei pezzi chiave, è prodotto da Ani DiFranco, e tutti lo interpretano come un ideale gemellaggio intergenerazionale. In realtà non è, questo, uno dei dischi migliori della Ian, dignitoso ma attraversato da pochi brividi. I suoi accordi stoppati di chitarra acustica dettano un ritmo lieve alle canzoni (in On The Dark Side Of Town sembra quasi di ascoltare Bruce Cockburn) appena più accentuato in altri episodi (Black & White, Might As Well Be Monday); il jazz (Hunger, il cui testo prende a prestito un salmo biblico) e il blues (Welcome To Acousticville) sono colori sempre presenti sulla tavolozza di Janis, capace di toni teneri e commossi in Honor Them All

 

Folk Is The New Black

Nel titolo sta l’essenza di questo disco, ancora più austero e rigoroso del precedente. La Ian canta tutto dal vivo (in studio), i suoi accompagnatori ricamano fili sottili ma robusti di percussioni, basso, organo e, soprattutto, chitarre acustiche. Janis sembra vivere una specie di terza giovinezza: nel rag di Danger Danger sbeffeggia l’America (omo)sessuofobica di oggi, in The Great Divide incita alla solidarietà e al risveglio delle coscienze come fosse Guthrie o Pete Seeger, nella title track dirige un hootenanny, un divertente canto collettivo, per dire che il folk “è la nuova moda/ più economico del crack”. Ma ci sono anche schegge blues (Life Is Never Wrong), gospel (All Those Promises), r&b (i coretti Stax di Standing In The Shadows Of Love) e di infantile nonsense (The Crocodile Song). E una impareggiabile My Autobiography, in cui la Ian ricorda di aver avuto “una vita affascinante, un marito e una moglie”. Tutto vero.