No Need To Argue

Il disco del successo, milionario, enorme, clamoroso, quasi unanime. È un suono molto più maturo, curato, con canzoni non proprio solari, spesso dolenti (Daffodil Lament), legami con il passato (Disappointment) e la musica celtica (Ode To My Family), e una sola canzone dai toni lievi (Dreaming My Dreams).

Su tutte Zombie, canzone polemica dalle parole violente, ritmo incalzante, cantato ossessivo, una delle più crude denunce della situazione nordirlandese.

Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We

Percorso tormentato quello che ha portato i quattro irlandesi dei Cranberries all’esordio discografico: grandi aspettative della critica, un modesto EP (Uncertain) alle spalle, molti dissidi con discografici e produttore. Nato tra mille problemi il primo album è invece sorprendente per immediatezza, godibilità e fantasia.

Debiti al pop chitarristico britannico (Dreams, per esempio), a Smiths e Stone Roses, tracce di tradizione celtica, e soprattutto la voce della O’Riordan, che farà epoca come e più di quella di Sinead O’Connor.

Catch Bull At Four

Il quarto LP per la Island non vanta canzoni passate alla storia ma è il disco di maggior successo (primo nelle classifiche americane, secondo in Inghilterra), che sfrutta la scia dei due precedenti ma anche una certa lucidatura del prodotto, molto professionale e ben confezionato.

Lavoro più ambizioso, ispirato alla disciplina Zen, primo segno di un approfondimento creativo ma anche personale, che presto porterà l’autore lontano dal pop e dalla grande ribalta.

The Left Feels Right — Greatest Hits Whit A Twist

Immancabile tappa acustica dal vivo che documenta come il repertorio del gruppo sia composto per reggersi in piedi anche solo con una chitarra acustica e la voce. Una serie di hit storici, eseguiti con classe, che testimonia il valore di una band che ha saputo superare i pregiudizi della critica più esigente.

La prima edizione dell’album è accompagnata da un bonus DVD di sei pezzi.

When I Was Cruel

Il primo disco rock dai tempi lontani di Brutal Youth serve a dimostrare che MacManus non ha perso il gusto per il rumore e i suoni garage.

Ben assecondato da due terzi degli Attractions (ribattezzati Imposters), Costello ringiovanisce di botto in pezzi come Tear Off Your Own Head e 45. 15 Petals sembra suonata da un’orchestra balcanica, e When I Was Cruel No. 2 è una ballata geniale e postmoderna: la voce nel loop, ipnotico e ossessivo, è rubata a un vecchio vinile di Mina.

Hard Rope & Silken Twine

Poco meglio vanno le cose nell’album di commiato di Heron e Williamson, poi protagonisti (soprattutto il secondo) di dignitose carriere soliste: Robin il bardo celtico firma qualche bella ballata (e in Dreams Of No Return si riaffaccia il sitar), ma a restare nelle orecchie è soprattutto Ithkos, ambiziosa suite al crocevia tra folk, hard rock, progressive e tentazioni sinfoniche.

Foreigner

Con molti sapori caraibici e l’intera facciata occupata dalla Foreigner Suite, Cat Stevens effettua un’ampia virata stilistica, verso un suono più R&B e tastieristico: vuole liberarsi dell’etichetta di folksinger e scrivere testi più profondi, ispirati a motivi religiosi e filosofici.

Nel frattempo si è trasferito in Brasile e lavora per l’Unesco.

Numbers

Cat Stevens si allontana rapidamente dal vecchio pubblico con un disco ispirato alla numerologia. Il suo coinvolgimento nel ruolo di rock star si riduce di giorno in giorno, e anche i concerti testimoniano di quel crescente disinteresse. Alla fine del 1977 si converte all’islamismo, dopo qualche mese cambia nome in Yusuf Islam.

BON JOVI: One Wild Night Live 1985-2001

Dal titolo dovrebbe documentare l’intera carriera del gruppo, in realtà si tratta di materiale ricavato quasi interamente dai tour del 1995 e del 2000, più due ripescaggi del 1985 (Runaway e In And Out Of Love), da tempo escluse dal set dei concerti. Il risultato è comunque ottimo con la curiosità di Bob Geldof ospite in I Don’t Like Mondays, vecchio successo dei suoi Boomtown Rats.

Another Green World

Un disco di passaggio, non così effervescente e originale come i primi due di canzoni ma importante per l’approdo alla discreet music di lì a poco. Eno alterna lavoro di gruppo (con musicisti amici, da Fripp a John Cale a Fred Frith) a ricerche da solo con tastiere, elettronica e " suoni non naturali".

Scrive buffe canzoncine ballabili (I’ll Come Running) ma disegna, anche e soprattutto, straordinari paesaggi immaginari.

Earthspan

La normalizzazione della famiglia freak scozzese prosegue con un disco meno convincente del precedente, marcato dalla voce e dal songwriting del nuovo arrivato LeMaistre: quasi irriconoscibile quando gioca la carta del pop orchestrale o della ballata soft jazz (Restless Night), il gruppo recupera un po’ di credibilità col violino appalacchiano di Black Jack David (seconda versione) e nella ballata folk Banks Of Sweet Italy, canto del cigno di Licorice.

No Ruinous Feud

La parabola discendente della Incredible String Band proseguiva inesorabile da tempo, ma era difficile pronosticare un approdo disastroso come questo: dove la band un tempo più eccentrica e imprevedibile d’Inghilterra suona come un dozzinale gruppo californiano da radio FM (Explorer) e insegue improbabili chimere di successo mainstream (Saturday Maybe): e non bastano le gighe tradizionali e folk-rock come Old Buccaneer a indorare la pillola.

Worst Case Scenario

La viola di Suds & Soda porta un tocco di Velvet Underground in un contesto di violento indie rock, la grande partenza di un lavoro, il primo per i Deus del cantante Tom Barman, che contiene altre gemme simili — Via, Morticia Chair, la ballata Hotellounge (Be The Death Of Me) — e tante fantasie più "pacate", tra Tom Waits e Captain Beefheart.

Bounce

Con un’immagine più adulta e con la consapevolezza di essere delle star (vari musicisti del gruppo hanno relazioni più o meno lunghe con attrici o modelle), ma con uno stile sempre coinvolgente e carico di energia, il gruppo pubblica un disco degno degli anni migliori, con una ritrovata compattezza ed un lotto di canzoni nuove portato con successo in tour.

Su tutte il singolo Everyday e la dolce All About Lovin’ You.

Liquid Acrobat As Regards The Air

Col cambio di etichetta, l’acustica orchestra di Heron e Williamson volta pagina e attacca la spina: Dear Old Battlefield, scandita dalle chitarre elettriche e dalla batteria di Gerry Conway, ricorda gli Steeleye Span, Painted Chariot addirittura i Traffic, mentre Worlds They Rise And Fall è un Cat Stevens in preda all’acido. C’è tempo persino per un reggae (Adam And Eve), prima che la ISB dei bei tempi andati faccia capolino nella seconda parte del disco, tra le corali di Here Till Here Is There e i flauti medievaleggianti della composita Darling Belle.

Mona Bone Jakon

Quando rientra in scena, Cat Stevens ha un nuovo contratto per la Island che gli dà maggior libertà artistica, e anche un produttore più in sintonia come Paul Samwell-Smith, ex-Yardbirds.

Il risultato è un disco di tutt’altro spessore, in cui canzoni come Lady D’Arbanville, Katmandu (con un giovane Peter Gabriel al flauto), Trouble, danno la misura del talento compositivo dell’artista, e della sua delicata vena interpretativa, di una dolce e delicata poesia che ricorda molto Donovan.

The Ideal Crash

Il gruppo subisce molti cambiamenti di formazione che ne influenzano l’indirizzo. Le irregolarità in questo LP sono al servizio di un pop atipico, complesso, onnivoro.

Le canzoni sono riempite di interesse da variazioni inaspettate; Instant Street, un country agrodolce, si esaurisce nel caos che gira attorno a un unico, contagioso riff. Negli anni successivi i Deus non danno più segni di regolare attività discografica, tranne che per un’antologia.

To The Faithful Departed

Classico contraccolpo post-trionfo, capitato peraltro a molti. Firmato quasi tutto dalla O’Riordan nel nome di un rinnovamento che tale non è, sposta l’asse stilistico dal pop al rock made in USA. Registrato con un produttore americano, dedicato al pubblico americano, con qualche sbandierata sulla scia di Zombie (War Child e Bosnia) e strizzate d’occhio agli U2 (Forever Yellow Skies).

Bury The Hatchet

Una lunga pausa, la gravidanza della cantante, voci di crisi e addirittura di scioglimento non aiutano la band. Al traguardo del quarto album i Cranberries sono una consolidata istituzione della musica angloirlandese, senza più voglia di polemica, comodamente adagiati entro i binari del pop (Promises, Just My Imagination).

Nel 2000 l’album verrà ripubblicato con un bonus CD di inediti live studio (Bury The Hatchet-The Complete Sessions).

ENO/ROBERT FRIPP: No Pussyfooting

Brian Eno ama definirsi un "non musicista", ma dice solo una parte della verità. In realtà ha capito che i tempi stanno cambiando e che la nuova musica dai ’70 in avanti avrà modi e forme completamente diversi rispetto al passato.

Qui dà un saggio delle sue intuizioni profetiche collaborando con Robert Fripp (in una pausa dei King Crimson) per un album di chitarra trattata e nastri preregistrati. L’effetto è morbido, ipnotico, sul bordo di una ambient music che ancora non si chiama così.

In A Bar Under The Sea

Non ha canzoni incisive quanto l’esordio ma molti momenti diversi per tipo di musica e atmosfera, funk (Fell Of The Floor Man), jazz (A Shocking Lack Thereof), power pop (Memory Of A Festival), melodia facile (Little Arithmetics), viaggi in zona colonna sonora (Theme From Turnpike) e ancora i Velvet Underground (Roses). Gli arrangiamenti, ricercati e minimalisti, sono la nota più curiosa.