Le ragazze fanno grandi sogni

Nuovo, lungimirante cambio di rotta: il “sociale” è diventato talmente incomprensibile e spaventoso da indurre artisti e pubblico a ripiegare sull’amore. Le composizioni di questo album quasi monotematico avranno vita lunga, e verranno riprese emblematicamente in diversi spot pubblicitari e dalle non poche raccolte a venire.

L’uomo occidentale

Gran varietà di ritmi e tributi (Elvis, John Lee Hooker, Bob Marley, Renato Carosone), testi che ogni tanto sanno di lezioncina, ispirati dalla guerra in Iraq.

I risultati migliori li ottiene quando non ha paura di andare sopra le righe (“Sono l’uomo occidentale e per quanto mi riguarda voglio a tutti molto bene”), i peggiori quando mette in guardia da “tutti quei santoni che parlano, parlano e vendono solo fumo”. Perché un po’ santone lo è anche lui, e il suo contributo a vendere telefonini lo ha ben dato.

Sono solo canzonette

A sorpresa, mentre le radio stanno passando i brani di ‘Uffà! Uffà!‘, Bennato appare in tv e presenta i brani del nuovo concept-album, molto più curato e robusto. Pinocchio lascia il posto a Peter Pan, e il meccanismo funziona ancora una volta, forse persino meglio: Ma che sarà, L’isola che non c’è, Il rock di Capitan Uncino e Sono solo canzonette lo vedono ai suoi massimi compositivi.

Il disco è la summa dei suoi temi poetici e musicali, e diventa un altro evergreen della musica italiana. L’Italia è ai suoi piedi e lui riempie gli stadi, dal San Paolo di Napoli a San Siro, a Milano.

Non farti cadere le braccia

L’album sarà una scoperta tardiva dei fan di Bennato, che vi troveranno l’inizio di un discorso portato avanti per una vita. Non a caso contiene Una settimana un giorno, ripresa nel 2002 coi Velvet, il manifesto musicale (ma non solo) Rinnegato, e la mirabile Un giorno credi.

C’è ancora molta prudenza da parte del produttore Sandro Colombini nel lasciar scatenare l’anima più rock e pungente del suo protetto, circondato da una sorta di “cordone sanitario”: il fratello Eugenio, già al lavoro con la NCCP, la quale presta all’opera anche Patrizio Trampetti e Roberto De Simone.

OK Italia

Finisce il rapporto con la Ricordi, e Bennato si risolleva — perché, finalmente, capisce gli anni ’80. Torna al n.1 in classifica con la ammiccante Ok Italia, con video completo di fatalona tricolore, e a tale locomotiva aggancia un disco meno pretenzioso e più presente, col recupero di un sound più alla mano e sguardi su un paese che ha voglia di America e di sogni televisivi, sul quale ironizza fotografando la sua Napoli in Chi beve, chi beve.

Abbi dubbi

“Non ebbi dubbi mai solo sul rock’n’roll”. La grande crisi pare passata, anche se è chiaro che il Bennato gigione di Viva la mamma (14 settimane al n.1) non sarà mai più quello di Affacciati affacciati.

Se non altro è tornata la voglia di divertirsi, e questo disco senza pretese lo riconsegna al grande pubblico, preparando il terreno alla ciclopica operazione di Un’estate italiana, sigla dei Mondiali ’90 composta con Moroder, che lo spara al n.1 per mesi insieme a Gianna Nannini — nonostante (si dice) un rapporto freddino.

È arrivato un bastimento

Un’altra lunga pausa, nella quale riesce a portare in classifica due singoli del tutto inconsistenti (E invece no, Nisida), un’altra favola (il Pifferaio di Hamelin) e un altro album doppio o quasi: al Long Playing è allegato un mix.

Ma stavolta qualcosa non funziona: la formula mostra la corda, Bennato non riesce a stupire né a illuminare, e il suo album rimane, a sorpresa, invenduto nei negozi dove Vasco Rossi, Battiato e il Titanic di De Gregori testimoniano il momento d’oro per i cantautori. Forse il Pifferaio ha preteso troppo dal proprio pubblico, e deve cambiare strada.

È asciuto pazzo o’ padrone

Il tormentone delle “Notti magiche” forse angoscia Bennato al punto da spingerlo a cercare le proprie radici: dopo una rilettura “unplugged” del proprio passato insieme a Roberto Ciotti, un originale album in dialetto attribuito all’improbabilissimo bluesman napoletano Joe Sarnataro, progetto da cui Bennato ricava un film tv.

Sbandato

Preso, come tanti colleghi, dalla voglia di misurare la propria statura di compositore con arrangiamenti classici, Bennato incide con il Solis String Quartet e Katia Ricciarelli.

Poi si ripresenta con un album che ribadisce, casomai ce ne fosse bisogno, che lui “non sta al gioco” e che combatte contro i nemici dei sogni e del rock’n’roll. Tra i quali non ci sono la Tim, della quale diventa testimonial, o Pieraccioni, che gli commissiona la colonna sonora di un suo film, burattinata con molti fili…

Il paese dei balocchi

Idea infelice, quella di intitolare l’album con un nuovo riferimento fiabesco: in realtà il brano omonimo parla di extracomunitari e nel disco non mancano riferimenti precisi alla realtà degli anni ’90, come la caduta del muro di Berlino; tuttavia l’idea di un nuovo ritorno a Bennatoland e a sermoni già sentiti intimorisce il pubblico, che si perde alcune intuizioni degne dei bei tempi andati nonché la presenza di Bo Diddley.

Uffà! Uffà!

La presenza dei bolognesi Gaznevada, il punkissimo singolo contro i venti di guerra Usa-Iran, i tre anni di attesa in cui l’anticonvenzionale e diretto Bennato ha osservato il ritorno della musica rock a formule anticonvenzionali e dirette fruttano un LP non riuscito, pieno di divertissement poco ispirati, anche se illuminanti sulla atipicità del suo autore.

Come gli capiterà spesso in carriera, il rocker di Bagnoli grida il proprio essere fuori dal coro — ma il fatto che esistano cori, naturalmente, gli fa parecchio comodo. I testi sono così autoreferenziali che viene persino inserita la beffa di Allora avete capito o no? “A me piace due per volta”, canta Bennato, che in gran segreto sta già per pubblicare un altro disco.

I buoni e i cattivi

Uno dei cinque-sei dischi in grado di spiegare l’Italia degli anni ’70. A fianco di un beffardo teatrino orchestrale (In fila per tre) e della recuperata Un giorno credi, emerge il Bennato più stupefacente.

Armato di chitarra, tamburello a pedale, armonica e un caustico kazoo, ironizza con ferocia sulla borghesia e le istituzioni (La bandiera, Ma che bella città) ma pesta i piedi anche alla sinistra militante: ce n’è per il PCI (Facciamo un compromesso) e per le Brigate Rosse (Arrivano i buoni).

In un pressoché inedito clima di blues-rock acustico, in controtendenza con l’ondata “progressiva” del periodo, Bennato sigilla il disco col suo pezzo più sarcastico, Salviamo il salvabile.

La torre di Babele

Un disco che cerca un amalgama, senza trovarlo. La rilettura dissacrante delle umane miserie diviene un po’ scolastica (Viva la guerra, La torre di Babele), gli esperimenti musicali aumentano (Fandango, Ma chi è), e il Bennato più ispirato e corrosivo fa la sua comparsa solo in Franz è il mio nome e nella notissima, velenosissima Cantautore.

Se son rose fioriranno

Musicalmente, un ritorno alle attitudini rock e blues. Dal punto del vista dei testi, il dopo-Tangentopoli sembrerebbe il terreno ideale per un altro ritorno, quello del fustigatore con kazoo di vent’anni prima. E come altri colleghi, Bennato ci prova.

Ma alla fine la rabbia, lo scherno e l’ironia sembrano di maniera, e La frittata è fatta più che puntare il dito sembra compiacersi in un “L’avevo detto, io”.

Io che non sono l’imperatore

Più ricchezza negli arrangiamenti, altri bersagli da colpire ma l’impressione è che siano quelli ‘scampati’ al disco precedente: Signor Censore, il Professor Cono, o l’impudente invito a Papa Paolo VI: Affacciati affacciati.

Fa capolino la voglia di divertirsi con gli stili musicali (Io per te Margherita), ma il pezzo che lascia attoniti è il laconico documentario sonoro Feste di piazza, impeccabile fotografia dei festival di partito, con grande assolo di sax di Robert Fix.

Bennato Edoardo

Nato il 23 luglio 1949 a Bagnoli (Napoli), ancora giovanissimo forma coi fratelli Eugenio e Giorgio il Trio Bennato, che ottiene un passaggio televisivo alla Rai di Napoli e si esibisce, tra l’altro, in Sudamerica. A Milano per studiare Architettura, trova il modo di incidere Le ombre, primo di una lunga serie di 45 giri privi di successo.

La gavetta è lunga ma darà i suoi frutti: a fine anni ’60 ha fatto il suonatore ambulante in varie città europee e ha firmato brani incisi da Lauzi, Bobby Solo, Herbert Pagani, Formula 3. Dopo un’esperienza negativa alla Numero Uno di Battisti, trova casa alla Ricordi.

Attivo ininterrottamente dal 1966 a oggi, Edoardo Bennato vanta la pubblicazione di 38 album e un talento indiscusso nel panorama musicale italiano come cantautore, chitarrista e armonicista.

Burattino senza fili

Il coraggio del concept-album, il mondo collodiano come metafora sempre attuale (…anni dopo, verrà in mente anche ad altri), uno show musicale che spazia dal rock’n’roll (Il gatto e la volpe, In prigione in prigione, Tu grillo parlante) al barocco (Dotti medici e sapienti), dalla tarantella (Mangiafuoco) a quella sorta di malinconico blues partenopeo che Bennato riesce a comporre con leggerezza e maestria (È stata tua la colpa).

Sono gli ingredienti dell’album che fa felice una generazione di venditori di dischi.