Ocean Rain

All’elettronica, ai riverberi e agli echi ambient dei due album precedenti si sostituiscono stavolta i suoni organici e poderosi di un’orchestra d’archi, diretta da Adam Peters.

Ne scaturisce un album suggestivo e maestoso, che a qualche leziosità di troppo (Thorn Of Crowns) affianca gioiellini di pop sinfonico come Silver, Seven Seas e la ultraromantica The Killing Moon (McCulloch confesserà in seguito di averla immaginata per la voce di Frank Sinatra).

Con il suo avvolgente, e a volte ridondante, melange di chitarre acustiche, violini e strumenti elettrici (ispirato, pare, al Forever Changes dei Love), Ocean Rain incarna le nuove ambizioni di McCulloch, crooner degli anni ’80.

Ristampato WB 2003 con vari bonus, fra cui una versione in studio di All You Need Is Love e due inediti live 1984.

Crocodiles

L’album di debutto di questo quartetto è una piccola, grande folgorazione: new wave e psichedelia anni ’60, Doors e Joy Division amalgamati in canzoni secche come staffilate, concise come i tempi richiedono, ma anche ricche di esoteriche, impalpabili sfumature (a partire dal primo singolo Pictures On My Wall).

L’impeto lirico di Villiers Terrace, il riff ipnotico di Rescue, il garage rock di Crocodiles e i ritmi marziali di All That Jazz (con la chitarra riverberata di Will Sergeant e i ritmi metronomici di Pete De Freitas in primo piano) contribuiscono a farne uno dei debutti più eclatanti del decennio.

Ristampato WB 2003 con generosa aggiunta di bonus, fra cui l’EP di Shine So Hard e tre demo inediti.

Heaven Up Here

Al secondo disco, i Bunnymen osano molto di più: badando però più ai valori produttivi e alla costruzione delle scenografie sonore (abbondano i sintetizzatori in sottofondo e il lavoro chitarristico su effetti e pedali) che ai contenuti intrinseci delle canzoni.

McCulloch e i suoi puntano sull’effetto drammatico (la lunga Over The Wall, quasi sei minuti, ha una grandeur quasi spectoriana), sui chiaroscuri (All I Want), sul ritmo (The Promise, It Was A Pleasure) e sul fascino maudit (The Disease) ma sfiorano a tratti l’autoindulgenza.

Ristampato WB 2003 con quattro inediti live, Sydney, 1981.

Echo & The Bunnymen

Un lungo silenzio non serve a ricaricare le batterie, e il nuovo disco finisce a tratti vittima di un blando synth pop. Non manca qualche colpo di coda: il bel refrain di Lips Like Sugar e una Bedbugs & Ballyhoo più doorsiana della cover, abbastanza didascalica, di People Are Strange (in studio, a suggellare il legame di discendenza, c’è anche Ray Manzarek).

Porcupine

Il suono del quartetto di Liverpool (come le sue suggestive copertine naturalistiche suggeriscono) si fa sempre più "panoramico" e grandioso.

Le nuove incisioni, messe a punto tra i ghiacci di Islanda, ricordano più il rock epico dei contemporanei U2 e Simple Minds che i modelli "underground" del passato, differenziandosi per l’impiego di materiali strumentali anche inusitati: il violoncello di The Back Of Love e le marimba di Never Stop, innestati su ritmi da dancefloor; e il sinuoso violino indiano di L. Shankar, attorno cui si attorciglia a spirale la melodia vincente di The Cutter.