A Momentary Lapse Of Reason

Con la direzione artistica passata nelle mani di Gilmour, e tempi di realizzazione sempre più allungati, i Floyd dimostrano di sapersela cavare egregiamente, e chi si attendeva un disco in qualche modo monco ha modo di ricredersi. Sono in realtà mezzi Pink Floyd (Gilmour e Mason più il produttore Bob Ezrin), costretti a ricorrere per la prima volta a collaboratori esterni anche sul fronte compositivo (Phil Manzanera, Anthony Moore). Il risultato offre però una continuità inattesa e assolutamente nulla di nuovo, se non che si lasciano in disparte le depressioni degli ultimi tempi in favore di un suono più immediato: On The Turning Away prosegue nella definizione di “ballata secondo i Pink Floyd”, Sorrow il brano più bello.

Relics

Raccolta dei 45 giri del periodo, si colloca stilisticamente tra i primi due LP e vale soprattutto per altre splendide pagine barrettiane (See Emily Play, Arnold Layne, Apples And Oranges) ma anche per un paio di brani di Waters, la delicatissima Julia Dream e lo space pop di Point Me At The Sky.

Animals

Il passaggio dalla defilata ribalta del rock progressivo al firmamento rock paga un primo pegno con un disco un po’ piatto, pesantemente segnato dalle metafore di Waters sugli animali (Pigs, Dogs, Sheep), velleitarie, confuse, poco riuscite. Se per alcuni la vena del gruppo andava esaurendosi, in realtà siamo di fronte a un consolidamento dello stile, a una chiara perdita di estro e brillantezza verso la definizione di quel suono granitico e un po’ monotono che è arrivato fino a oggi.

The Division Bell

A sette anni dalle ultime canzoni nuove, e dopo una lunga e quasi totale assenza di notizie, i Floyd di nuovo in tre (Gilmour, Wright, Mason più ospiti) tornano in scena, non si sa tuttora se per cortesia verso i fan o per raggranellare qualche altro milione. Gilmour ha definitivamente imposto le proprie idee, e le sonorità della sua chitarra; i due compagni si limitano a ruoli comprimari, e sono contenti un po’ tutti, discografici, critica e pubblico. Ancora nulla di memorabile o inatteso ma sotto molti aspetti questo è il disco più genuino e significativo da Wish You Were Here, nonché un importante sigillo di legittimità per l’uso della sigla Pink Floyd, nonostante Waters abbia molto da ridire. Come ammette lo stesso Gilmour, però, i Floyd non hanno più molto da dire ma continuano a dirlo nel migliore dei modi possibili.

The Final Cut

Il titolo lasciava presagire la fine di tutto, in realtà si prosegue un po’ faticosamente sui temi di The Wall (recuperando anche qualche canzone rimasta fuori da quel disco), con quella stessa angoscia di fondo e altri incubi di Waters sulla guerra: è ancora un disco quasi tutto suo, più che del gruppo, realizzato con i contributi del produttore Michael Kamen, e compiti minori per Gilmour e Mason (Wright nel frattempo se n’è andato). Risente del clima non proprio sereno, ricicla vecchi temi e idee, esibisce malinconia e bassa pressione quasi ovunque. Nel 1985 Waters annuncia la clamorosa e polemica separazione dai compagni.

Atom Earth Mother

Primo atto di una fortunata trilogia progressiva e passo iniziale verso il successo (primo numero uno in classifica). La title track è una suite di prog sinfonico lunga un’intera facciata, con accompagnamento orchestrale, toni epici, maestosi, un po’ eccessivi. Sulla seconda facciata invece la dolce ballata If e il volo onirico di Fat Old Sun.

A Saucerful of Secrets

Senza Barrett, che accusa problemi mentali, sostituito da David Gilmour, i Floyd sistemano la prima pietra nella definizione del loro stile: allucinazioni e fantasie del primo disco lasciano posto a brani più estesi e ragionati, in quella nuova lingua protoprogressiva di rock cosmico destinata a mietere consensi oltre ogni aspettativa. Set The Controls For The Earth Of The Sun, A Saucerful Of Secrets dicono adeguatamente di una nuova musica morbida e ipnotica, che perde in stravaganza ma che va rapidamente acquistando forma e compattezza.

Wish You Were Here

Ogni paragone con il disco precedente è destinato a celare insidie pericolose ma in realtà la prova viene superata con eccellente disinvoltura. Lo spunto iniziale è una dedica a Syd Barrett (“vorremmo che fossi qui”) sotto forma di uno spunto melodico iniziale (Shine On You Crazy Diamond) ampliato e integrato con altre cose inserite in mezzo.

The Wall

L’altro grande capolavoro dei Floyd, anche se sarebbe meglio dire di Roger Waters, che qui manda a sublimazioni tutte le proprie ossessioni in un maestoso e lugubre affresco orwelliano sull’alienazione umana, reso a meravilgia anche dall’omonima pellicola. Come già sperimentato in passato, il disco si sviluppa intorno a un tema conduttore che riaffiora più volte lungo le quattro facciate, meno elettronica e più concretezza rock, umori un po’ foschi, alienazioni a ritmo di marcia. Contro gli eccessi di questo muro pinkfloydiano si spezza definitivamente l’equilibrio interno, che cigolava vistosamente già da qualche tempo.