March To Fuzz

Consigliata sia a chi ama il gruppo di Mark Arm e Steve Turner, sia a chi vuole conoscerlo e parte da zero. Il primo CD è un corposo Best Of. Il secondo è tutto rarità, brani prestati a colonne sonore (Oblivion) e una serie di cover rivelatrici (dai Black Flag ai Roxy Music, dagli Spacemen 3 e Elvis Costello ai Crucifucks a agli Agry Samoans). Le note di copertina parlano del gruppo al passato, come se fosse sciolto. In effetti è così ma non è ancora detta l’ultima parola.

My Brother The Cow

Si torna addirittura alle origini con Jack Endino in consolle, per un LP che riscuote sia consensi che critiche. Da ricordare il sarcasmo di Generation Spokesmodel e Into Your Shtik (è mistero se sia o meno riferita a Courtney Love), dall’acre sapore punk, lo stesso di una F.D.K. (Fearless Doctor Killers) che parla di aborto o, meglio, dell’uccisione di medici da parte di alcuni fanatici antiabortisti (“Save The Baby, Kill The Doctor”, dice il refrain), ma anche il momento malinconico di In My Finest Suit e l’euforia di Today Is A Good Day (mai dei Mudhoney così simili ai Nirvana).

Piece Of Cake

Né evoluti, né venduti. I Mudhoney su major sono i Mudhoney di sempre (li produce ancora Uno), il grunge impazza e loro rimangono una band di culto, senza le fortune commerciali toccate ai loro colleghi Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam. Se poi sono davvero Grunge la stizzosa Suck You Dry (per il chitarrista dei Mudhoney “poche canzoni ci sono venute subito perfette: questa è una di quelle”) e quella torbida Blinding Sun (che nelle intenzioni doveva essere psichedelica alla maniera texana).

Tomorrow Hit Today

Momento non facile per la band. Tomorrow Hit Today ne esalta comunque le viscere blues a bagno nel solito urticante garage rock. Buone soprattutto Oblivion e l’oltretomba hard di Beneath The Valley Of The Underdog, mentre fumi balsamici di organo si sollevano da A Thousand Forms Of Mind (i Black Sabbath che incontrano Dr John). Leggermente superiore alla produzione degli anni ’90, rischia di essere l’ultimo album dei Mudhoney, giubilati dalla Reprise e piantati in asso da Matt Lukin.

Since We’ve Become Translucent

Infatti i Mudhoney ripartono dalla Sub Pop e con un nuovo bassista, Guy Maddison. Il suono è quello congeniale, dai risvolti sempre più rock/blues (bello il finale lanciato di In The Winter’s Circle). Un sax entra con successo nella lunga Baby Can You Dig The Light, con il jazz lì a portata di mano. Fiati anche in Where The Flavor Is e Take It Like A Man, dove l’uso è più ordinario.

Superfuzz Bigmuff

Mark Arm (chitarra, voce) e Steve Turner (chitarra) vengono dai Green River, gruppo la cui attività e la cui stessa scissione sono uno snodo non indifferente di tutta la scena Grunge di Seattle (dall’altro troncone nascono i Mother Love Bone e quindi i Pearl Jam). I Mudhoney sono l’anima più ruspante della città; gli spuri eredi dei conterranei Sonics, degli Stooges e dei Blue Cheer suonano un garage rock/punk sporco, isterico, acidificato e dall’alto peso specifico; il suono è lutulento e distorto, non velocissimo, inzeppato di fuzz, wah wah e effetti vintage. Il brano più significativo dei Mudhoney di questi tempi non è però nel mini LP ma è Touch Me I’m Sick, il primo singolo: lo si trova nel CD Superfuzz Bigmuff Plus Early Singles (Sub Pop, 1990 &Stelle=5;) che inizia proprio con quella rauca, fulminea e marcescente offensiva di due minuti, larvato ponte tra gli anni ’60 e i ’90 in arrivo passando dal ’77; un inno di flanella per pochi prima che arrivassero i Nirvana e Smells Like Teen Spirit.

Mudhoney

L’album è il più completo del gruppo di Seattle. Nelle chitarre e nell’impasto ritmico di Dan Peters (batteria) e Matt Lukin (basso) ci sono il furente punk rock, il garage regionale del Nordovest degli Stati Uniti, (s)nervature hard, uno scorticato blues suburbano e una solforosa psichedelia (When Tomorrow Hits, tra Velvet Underground e Stooges). This Gift è uno dei momenti più entusiasmanti dei Mudhoney, appena sotto l’epocale Touch Me I’m Sick; l’approccio è dissacrante, pervicace e ironico: in una foto, a torso nudo e coperti di fango, i quattro fanno il verso alle Slits.

Five Dollar Bob’s Mock Cooter Stew

Sette pezzi minori; non male Make It Now Again (con una distorsione elefantiaca che sembra risucchiare tutta la canzone) e No Song III. L’ispirazione del quartetto è statica quanto è ricco il curriculum extra dei suoi componenti, soprattutto Arm e Turner, l’uno, l’altro o entrambi in imprese chiamate Monkeywrench, Freewheelin’ Mark Arm, Bloodloss, Thrown-Ups e via discorrendo.

Every Good Boy Deserves Fudge

Il successo scongiura lo scioglimento: Steve Turner voleva fermarsi per proseguire gli studi universitari. Every Good Boy Deserves Fudge è aperto da Generation Genocide, uno strumentale con un organo da cappella e eruzioni elettriche. L’album preferito dello stesso Turner è l’ultimo per la Sub Pop, prodotto stavolta da Conrad Uno. Energico e grezzo come lo si aspetterebbe dai Mudhoney, specie in Who You Drivin’ Now, una “falsa canzone dei Sonics”, nel folk punk Into The Drink e in Let It Slide.