BOB WEIR: Weir Here: The Best Of Bob Weir

Il primo CD (di studio) ripercorre la carriera solista del cantante, autore e chitarrista; ma il secondo, dal vivo, propone tutto materiale dei Dead, a parte la conclusione affidata ai RatDog: cinque inediti live del gruppo, con una cristallina Me And Bobby McGee del ’72, una pulsante Estimated Prophet del ’90 e una Man Smart, Woman Smarter (’89) in puro stile New Orleans.

Vintage Dead

La major MGM entra in possesso di nastri dal vivo risalenti al 1966, quando i Dead sono ancora in fase di rodaggio, e li pubblica senza autorizzazione su una sua sottoetichetta: repertorio composto esclusivamente di cover (Dylan, Elmore James, Martha & The Vandellas), con In The Midnight Hour di Wilson Pickett ad occupare l’intera seconda facciata. Ricercatissimo dai collezionisti per la sua rarità, è anche la prima testimonianza live del gruppo, di eccellente qualità sonora per gli standard dell’epoca.

In The Dark

I Dead nelle classifiche di Billboard e sugli schermi di Mtv: l’inatteso successo commerciale arriva grazie a Touch Of Grey, il brano più pop e leggero in repertorio accompagnato da un divertente videoclip animato. Ma il disco del ritorno, dopo sette anni di assenza dagli studi (e con il nuovo tastierista Brent Mydland) espone altra merce di valore: Throwing Stones, vibrante funk-rock di Weir, e Black Muddy River di Garcia-Hunter, melodia folkeggiante e dolente che ricorda i bei tempi andati. Con i cinque titoli precedenti, l’album venne successivamente pubblicato in un cofanetto intitolato Dead Zone.

Aoxomoxoa

In studio i Dead si muovono ancora con impaccio e poca lucidità, abbagliati da una tecnologia che faticano a padroneggiare. Ma comincia finalmente ad affiorare lo stile del gruppo, a cominciare dalla celebre copertina disegnata dall’artista psichedelico Rick Griffin (suo anche il palindromo scelto come misterioso titolo dell’album). Tra eccentricità d’epoca (il gregoriano stravolto di What’s Become Of The Baby) affiorano terse ballate come Mountains Of The Moon e perle di acid rock (St. Stephen, China Cut Sunflower), incastonate dai testi poetici e visionari del paroliere Robert Hunter, membro a pieno diritto della band.

Live At The Fillmore East 2-11-69

Nell’occasione, Garcia e compagni aprono due concerti di Janis Joplin, costretti a condensare i loro chilometrici show in due set da un’ora (uno per CD). Il primo, dominato dal blues e dal rauco ruggito di Pigpen, si chiude con una zoppicante versione della beatlesiana Hey Jude. Il secondo, più interessante, ha un delicato avvio acustico (sempre ammaliante Mountains Of The Moon) prima di esplodere nelle galassie di Dark Star/St. Stephen/The Eleven. Il bis finale, Cosmic Charlie, si interrompe bruscamente a metà causa fine del “nastro.

Built To Last

L’ultimo album di studio dei Dead (prima della morte di Garcia, nell’agosto del ’93), è purtroppo una delusione: privo di mordente e prono, sovente, ad un banale synth-rock che non fa onore alla storia del gruppo (Just A Little Light). C’è però un ultimo, commovente colpo di coda di Garcia: la ieratica, malinconica ballata Standing On The Moon.

Grayfolded

Non propriamente un disco dei Grateful Dead, ma un’operazione deliziosamente folle e in sintonia con le prerogative del gruppo: John Oswald, canadese, rende omaggio al brano-culto Dark Star montandone una “sua” versione ricavata da oltre cento diverse esecuzioni dal vivo. Il risultato è suggestivo e sorprendentemente fluido: eccellente “space music” in purissimo spirito Dead.

Infrared Roses

Un live sui generis e curioso davvero, confezionato montando in collage frammenti pescati dalle celebri sezioni “drums” e “space” dei concerti, dove i Dead abbandonano il formato rock per mutare in un’entità free-form e sperimentale che rende omaggio alle sue tradizioni approfittando delle nuove opportunità tecnologiche. Sibili elettronici, chitarre siderali, percussioni tribali e polvere di stelle (viene saccheggiata a più riprese Dark Star) per uno dei capitoli più insoliti della Dead-discografia.

Reckoning

Il miglior disco anni ’80 della band californiana è, manco a dirlo, un live: cantato e suonato in fantastica souplesse da un gruppo che trova nuovo smalto nella dimensione “unplugged” scelta per l’occasione. Anche la scaletta propone stuzzicanti novità: eccellenti riprese acustiche dalle produzioni soliste di Weir (Cassidy) e Garcia (Bird Song, To Lay Me Down), rivisitazioni impeccabili dai due album “roots” del ’70 e nuove, brillanti incursioni in territorio folk, blues e bluegrass (l’incalzante Jack-A-Roe e lo shuffle di On The Road Again, già nel repertorio pre-Dead dei Mother McCree’s Uptown Jug Champions). . La ristampa in vinile del 1984 recava copertina e titolo diverso (For The Faithful). Nella successiva versione in CD manca un pezzo, Oh Babe, It Ain’t No Lie.

THE GRATEFUL DEAD & MERLE SAUNDERS: The Twilight Zone, Volume One

Il tastierista Merle Saunders, collaboratore di Garcia e contitolare del disco, è direttore musicale della celebre serie televisiva per la stagione 1985-86 e ingaggia nell’avventura il resto del gruppo: al suo gusto per certo jazz-rock tra cocktail music e Miles Davis, i Dead aggiungono elettronica sci-fi, percussioni ancestrali e persino musica di stampo barocco. La Suite From Nightcrawlers ricorda moltissimo The Rhythm Of The Heat di Peter Gabriel.

Dead Set

Il “gemello” elettrico di Reckoning non ne ripete l’incanto, ma non manca di momenti brillanti: una Little Red Rooster con Weir alla chitarra slide, un’altra selezione dal miglior Garcia solista (la ballata western Loser) e una Friend Of The Devil efficacemente rallentata. C’è ampio spazio anche per i dialoghi percussivi tra Hart e Kreutzmann (Rhythm Devils) e per intermezzi di improvvisazione pura (Space) pilotati da Phil Lesh (le diverse versioni in CD escludono però alcune di queste porzioni).

The Grateful Dead

Sulla neonata scena psichedelica di San Francisco i Dead conquistano subito il titolo di congrega più anarcoide, sperimentale e onnivora (musicalmente). L’album di debutto per la major Warner cerca di replicare in vitro l’eccitazione dei loro concerti-happening, con molto blues (pane quotidiano del vocalist/organista Ron “Pigpen” McKernan), folk (Cold Rain And Snow) e nuovo materiale cantautorale (Morning Dew, rarefatta ballata postnucleare firmata da Bonnie Dobson e Tim Rose). Jerry Garcia è già un leader tra i pari: ma il caos creativo delle esibizioni dal vivo è tutt’altra cosa.

Without A Net

A dispetto delle ruggini, dal vivo la band californiana sfoggia ancora forma impeccabile e un suono scintillante e cromato, grazie alla celebrata intesa telepatica tra i suoi componenti. I Dead anni ’90 privilegiano il ritmo e l’improvvisazione di stampo jazzistico, qui avallata dalla presenza del sax di Branford Marsalis in una lirica e trascinante versione di Eyes Of The World. Garcia alterna i timbri della chitarra-Midi a quelli dei suoi tradizionali strumenti “custom”; la scaletta si chiude con una versione di Mr. Fantasy dei Traffic virata in chiave blues dalla voce roca di Mydland.