Religion

Incisa in formazione ridotta, la nuova raccolta dimostra che l’indignazione civile e la rabbia di Brandon sono tutt’altro che sopite a dispetto della fede religiosa (il feedback di Rainy Day, le chitarre lancinanti di Mile In My Shoes), né sono cambiati più di tanto i modelli di riferimento (i Cult e i Mission in Slayride, il rock gotico in Werewolve). Ma emergono anche spiccati elementi celtici, in ballate come Iona e la folkeggiante Magic Eye.

Grapes Of Wrath

Un passato recente come punk rocker (con i Theatre Of Hate) e una sponsorizzazione importante (quella di Mick Jones dei Clash), ciuffo biondo platino e ambizioni non da poco (i riferimenti storici nel nome del gruppo, quelli letterari del titolo dell’album), il cantante e chitarrista Kirk Brandon mostra pregi e difetti in ugual quantità in titoli come The Flying Scotsman, The Wheel e Grapes Of Wrath: musica vibrante ma enfatica, caratterizzata da un vigoroso impasto di chitarre e sax, con la voce del leader in arrampicata sulle ottave con il piglio teatrale di un cantante d’opera.

Kings Of London — Live

Le registrazioni provengono da un concerto dello stesso anno allo Shepherds Bush Empire, lo show è incentrato in maggior parte sul disco appena uscito e sugli altri dischi più recenti (il rock&roll di PrisonPlanet); sopravvivono, tra i titoli “classici”, Never Take Me Alive e Do You Believe In The Western World.

KIRK BRANDON: Anthology

Un box retrospettivo in quarantotto capitoli abbraccia non soltanto il catalogo degli Spear Of Destiny ma anche le prime incisioni del cantante e chitarrista con i Pack (fine anni ’70) e i Theatre Of Hate. Ne esiste anche una versione mini, ridotta ad un solo compact disc.

One-Eyed Jacks

Brandon e il suo gruppo (un quintetto che include il bassista e cofondatore Stan Stammers) sfoggiano le loro migliori virtù in questa eterogenea collezione: non solo rock muscolari e belluini al crocevia tra Cult, Alarm e Adam and the Ants (Rainmaker, le rullate marziali di Young Men, la feroce Liberator), ma anche reggae rock melodici (Everything You Ever Wanted) e rabbiosamente politicizzati (Attica), blues (Don’t Turn Away), atmosfere da science fiction (Forbidden Planet) e ballate di sapore nostalgico (These Days Are Gone). Prisoner Of Love è un tempo veloce dal riff chitarristico e dal ritornello accattivante, e Playground Of The Rich il pezzo migliore in catalogo: una ballata di denuncia sociale in chiaroscuro, con il bel sax di Micky Donnelly in evidenza.

Psalm Vol. 1 — 5

Cinque doppi CD dedicati ai fan di più stretta osservanza includono materiali registrati in concerto (e in piccola parte già editi), gran abbondanza di versioni alternative, i provini per l’album Outland (nel volume 2) e una curiosa versione, tra dub e rhythm&blues, della Get Up, Stand Up di Bob Marley (nel volume 3).

Live At The Lyceum 22.12.85

Registrato negli ultimi giorni dell’85, è forse il miglior documento dal vivo degli Spear Of Destiny: la scaletta pesca soprattutto da One Eyed Jacks e World Service, Incinirators sfoggia sax fiammeggianti e in fondo sventola una impetuosa Do You Believe In The Westworld, brano simbolo dei Theatre Of Hate.

SOD’s Law

Travolto, all’epoca dell’uscita, dalle traversie discografiche del gruppo (e ripubblicato nel ’98 dalla Snapper in versione rimasterizzata con tre brani in più), è questo uno dei dischi più apocalittici e polemici di Brandon, che sfoga la sua visionarietà dark in titoli premonitori come Babylon Talking, Killing Ground, Chemical Head, Burn Out. Il violino sostituisce spesso il sax come strumento solista.

The Preacher: Live 1983

Le registrazioni dal vivo provengono dal periodo più felice del gruppo: si parte a ritmo di sferzante reggae rock per poi lasciar spazio a titoli familiari nel primo repertorio come Aria Of The Devil, Africa e la title track, oltre che all’immancabile The Wheel. In programma anche parecchi titoli da One Eyed Jacks, all’epoca ancora inedito.

The Price You Pay

Sembra un po’ fuori tempo e fuori giri, Brandon: che qui si esibisce in una delle sue più spericolate performance vocali (So In Love With You) e scrive un altro pezzo destinato al palco, Radio Radio, senza lasciar segno al di fuori della cerchia dei fan più irriducibili; due brani in più nell’edizione CD.

World Service

Stessa formazione, ma il risultato stavolta è deludente. La new wave di Rocket Ship e I Can See mostra la corda, convince poco la sterzata rhythm&blues di Up All Night, di Once In Her Lifetime e del singolo pop All My Love, Come Back indugia sui consueti ritmi in levare e la bella introduzione di Mickey (pianoforte, archi e tin whistle) cede poi il passo a più consueti arrangiamenti di rock gotico. Spicca, in tanto eccesso, la chiosa di Harlan County, dove la voce di Brandon è accompagnata soltanto da un bel pianoforte in stile Roy Bittan.

Outland

Cambia la squadra (con l’ingresso dell’ex chitarrista degli Ants, Marco Pirroni) e la band centra il bersaglio delle classifiche con Never Take Me Alive, inno di resistenza destinato a scaldare i cuori in concerto: ma per il resto l’album annacqua spesso i sapori in un synth pop blandamente melodico (Strangers In Our Town, The Traveller) tradendo le aspettative introdotte dalla discreta ballata che lo apre, Outlands.

Volunteers

La bella ballata che intitola il disco, chitarra acustica e steel, è figlia di recenti esibizioni solitarie del leader. Ma gli Spear Of Destiny restano altrimenti fedeli al loro rock a tinte forti, nel muro del suono di Nothing Under The Sun e Paranoia come nell’impianto scheletrico e percussivo di Some Kind Of Normal. Nella sequenza anche una nuova versione, pleonastica, di Never Take Me Alive.

The BBC Radio One Live In Concert

Sul palco Brandon è dotato di un’energia animalesca che compensa, almeno in parte, i suoi eccessi e limiti compositivi. Lo dimostra anche in questa esibizione, anche se il cuore del set è rappresentato stavolta da brani di produzione più recente. I pezzi più amati (Young Men, Mickey, Liberator) arrivano a fine concerto.

Morning Star

A dispetto delle frequenti sortite acustiche, in studio Brandon tiene il piede premuto sull’acceleratore del rock duro: Mayday e Half Life sfoggiano riff granitici e taglienti, Lucky Man chitarre che evocano The Edge. Ma c’è anche qualche oasi melodica, tra le malinconie di White Rose e gli slanci lirici di Warleigh Road.