Margin Walker

Molto meno incisivo sotto il profilo strettamente musicale, Margin Walker ha impresse chiare le linee guida del pensiero fugaziano. Non si può parlare dei quattro di Washington DC senza menzionarne l’impegno etico e l’indipendenza dalle logiche dello show business. MacKaye e compagni privilegiano il dialogo con i fan, tengono bassi i prezzi dei concerti e si autogestiscono attraverso la Dischord, indie gestita anche come serbatoio di talenti.

Instrument

Il disco è legato al documentario omonimo sulla band filmato da Jem Cohen. Dei diciotto episodi, diversi sono classificati come demo e altri sono strumentali semi-improvvisati nella direzione delle ultime ricerche del gruppo.

Steady Diet Of Nothing

Secondo LP più coriaceo, in cui Reclamation è figlia dell’apoteosi di Repeater e lo sembrerebbe anche Runaway Return. Ma se si considera l’insieme, questo è pieno di durezze e complicazioni formali. Mostra in ogni modo quanto la band sia disposta a spingersi sempre oltre le proprie certezze.

End Hits

L’album con cui i Fugazi vanno incontro al post rock. Le combinazioni strumentali acquistano un valore autonomo anche dove interviene la voce. Il linguaggio diventa complicato, pressoché algebrico, ben figurato nelle fughe e nei giochi contrappuntistici di Arpeggiator.

Repeater

Il post hardcore dei Fugazi, che dell’hc ha tutta la potenza catartica ma in più lo swing ritmico dei Gang Of Four e l’ipofisi dub dei PIL, si trova la strada spianata da questo grandissimo LP. Repeater mette un po’ d’accordo tutti, chi ama l’emotività dissonante di una title-track i cui poliritmi sfociano diretti nello strumentale Brendan #1, e chi il lirismo di Turnover e Blueprint, chi canta a squarciagola Merchandise, riassunto di tutta la filosofia della band, e chi resta attonito di fronte a Shut The Door, dove il doppio canto melodico/urlato di Picciotto/McKaye è la messa in scena di una reale tragedia. Nel CD è compreso anche l’EP 3 Songs (Dischord, 1990 &Stelle=2;) in cui c’è l’incalzante Song # 1.

In On The Killtaker

Si potrebbe dirlo una reazione a Steady Diet Of Nothing. I Fugazi vi predicano un verbo diretto, specie in Facet Squared, Public Witness Program e Great Cop, che guarda da vicino l’hardcore e riguarderebbe il nuovo rock alternativo, se i quattro (rinunciando, pare, a delle grosse offerte da una major) non rimanessero alfieri di un’indipendenza non solo stilistica.

Fugazi

Ian MacKaye (voce, chitarra), ex Minor Threat, forma il quartetto con Guy Picciotto (voce, chitarra), Joe Lally (basso) e Brendan Canty (batteria). I Fugazi danno alle platee subito un anthem della forza di Waiting Room: basso srotolato su scansioni vagamente reggae, chitarre stoppate che esplodono nel ritornello e il serrato canto/controcanto di MacKaye e Picciotto, proposta che le cronache non tardano a battezzare “post-hardcore”.

Argument

I costrutti rigorosi del post rock visti da un’ottica hardcore. I Fugazi tendono ormai a questo, misurare l’aggressività in geometrie, la melodia in esperimenti, la coerenza in quadratura. Le figure percussive, con più di una eco di Dub, di Cashout o le ascensioni “surfedeliche” di Full Disclosure dicono di un suono vivo, evoluto, riconoscibile, in grado di sorprendere ancora. Il contemporaneo EP Furniture (Dischord, 2001 &Stelle=2;) è più vicino alla prima maniera (l’omonima canzone è simile a Waiting Room).

Red Medicine

La laceranti pennate di Do You Like Me? ci riconsegnano un gruppo in gran forma, restituito ai suoi estimatori dopo un periodo di forzata inattività e con nuove idee: il chitarrismo ondulato di Bed For Scraping, la melodiosa Forensic Scene, le aperture della conclusiva Long Distance Runner. L’approfondimento tecnico di Red Medicine è anche il pronostico di certe mosse future, in particolare la svolta legata al successivo End Hits.