Billie’s Bones

A 53 anni, quasi invisibile al radar dei mass media, la cantautrice newyorchese sforna uno dei dischi migliori della carriera. Suoni e arrangiamenti prevalentemente acustici, calibratissimi e distillati con cura artigianale dai musicisti (con una menzione speciale per il dobro, il banjo e le lap & pedal steel di Dan Dugmore), ma soprattutto canzoni baciate da una solidissima ispirazione: sia quando la Ian calpesta con delicatezza i suoi territori d’elezione (When I Lay Down, Dead Men Walking, Matthew: ispirata, quest’ultima, all’assassinio di uno studente universitario gay che negli Stati Uniti ha scosso le coscienze): sia quando decide di rifarsi alla tradizione folk delle isole britanniche (Mockingbird, Mary’s Eyes, lo strumentale Marching Of Glasgow, la “murder ballad” da brividi Forever Young). Il raffinato tocco europeista di Amsterdam e Paris In Your Eyes la avvicina alla Mitchell anni Settanta, il valzerone country My Tennessee Hills la vede duettare con Dolly Parton e I Hear You Sing Again adatta in musica una toccante dedica di Woody Guthrie alla madre scomparsa. Il capolavoro però è la spettrale title track, derivata da un componimento poetico che Janis, ancora adolescente, aveva scritto nel 1968 in omaggio al suo idolo Billie Holiday.