Landing On Water

Una copertina ridicola anticipa il disco più infelice e misero della lunga carriera; pesante, deprimente, registrato in trio con il batterista Steve Jordan e il chitarrista/produttore Danny Kortchmar (e tutti e tre suonano anche il sintetizzatore).

Dead Man

In un periodo di ritrovato agonismo artistico e sovrapproduzione, passano relativamente inosservate le musiche, quasi tutte strumentali, di un bel film di Jim Jarmusch, che inaugurano l’etichetta personale Vapor. Non è una classica colonna sonora e neppure un tipico disco di Neil Young ma ha una sua stimolante originalità, e comunica un senso di inquietudine e disturbo che ben si accordano alle immagini un po’ desolate del film.

Freedom

La nuova stagione artistica, ovvero Neil Young che torna a essere Neil Young, inizia con il disco più bello di tutto il decennio, e che finalmente suona come ci si aspetta. Anticipato dai cinque brani di Eldorado (EP inizialmente pubblicato solo in Giappone), è un album elettrico/acustico, come da manuale, aperto e chiuso da Rockin’ In The Free World, così come fu per Rust Never Sleep, con una notevole selezione di canzoni nuove, finalmente familiari (Don’t Cry, Someday, Hangin’ On A Limb), e la cover di On Broadway.

Old Ways

Trascinato in tribunale dalla Geffen per quel protratto suicidio commerciale, Young è costretto a recuperare toni e modi del passato con una raccolta di canzoni rimaste nei cassetti, in uno stile tra Harvest e Comes A Time, con un accento country più deciso (The Wayward Wind) ma anche con fastidiosi arrangiamenti tipici di Nashville. Solo un contentino ai discografici, solo una tregua.

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: Weld/Arc

Il periodo di esuberanza artistica manda in archivio un altro disco dal forte impatto, a tratti anche brutale nell’impatto elettrico di brani vecchi (Like a Hurricane, Cortez The Killer, Tonight’s The Night), nuovi (Mansion On The Hill, Fuckin’ Up, Crime In The City) e cover (Blowin’ In The Wind, Farmer John). Con i Crazy Horse? Alla prima tiratura era allegato un terzo CD (Arc), composto esclusivamente da feedback e distorsioni di chitarre, ricavato cucendo insieme le code di vari brani dal vivo.

Hawks & Doves

Una cosa che Young ama fare è spiazzare pubblico e critica appena può, e mentre si parla ancora delle spigolosità rock degli ultimi due LP arriva nei negozi una raccolta di brani acustici umorali, un po’ country, con una breve dedica a Hendrix (Little Wing) e un recupero di una vecchia enigmatica canzone del 1974, The Old Homestead, peraltro splendida. Un disco trascurato all’epoca, da rivalutare.

Harvest Moon

L’altra faccia di Young, quella del folksinger acustico, torna in superficie nel ventennale di Harvest, con un’operazione dichiaratamente nostalgica, forse anche troppo. Bella eleganza formale, però, e un’apprezzabile misura; gli eccessi di orchestra e sentimento di una volta vengono limati e riconsiderati in una più equilibrata scelta di canzoni (Harvest Moon, Unknown Legend, From Hank To Hendrix).

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: Live Rust

Colonna sonora di un film concerto derivato dal disco precedente, con Young e i Crazy Horse in ottima forma: una parte acustica (splendida After The Gold Rush) e un travolgente rock elettrico che passa in rassegna tutti i classici, da Cortez The Killer a Cinnamom Girl a Like A Hurricane. Per una parte della stampa americana, a questo punto Young è l’artista più importante del decennio.

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: Rust Never Sleeps

Negli anni del punk, Neil Young (di nuovo con i Crazy Horse) torna a essere personaggio carismatico e influente con un disco abrasivo, che incanta la nuova generazione e farà epoca: rock elettrico e ballate acustiche, aperto e chiuso dalle due parti di My My Hey Hey, come le due facce di un artista che vive il proprio ruolo in maniera sempre tormentata ma creativa. “Rock & Roll will never die” diventa uno dei motti della nuova generazione rock.

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: Broken Arrow

Young insiste sull’accoppiata rock elettrico + Crazy Horse ancora per un paio di album. Non sono brutti dischi ma iniziano a ripetersi, tanto che alcuni provano rimpianto, un po’ paradossalmente, per il capriccioso eclettismo degli anni ’80. Vigore strumentale, abbondanza di feedback e lunghissimi assoli seppelliscono voce e canzoni, peraltro molto sbilanciate. In repertorio anche il classico blues di Jimmy Reed, Baby What You Want Me To Do. La versione su doppio LP contiene un brano in più, Interstate.

Trans

Young viene accolto alla Geffen con molte aspettative, tutte disattese da opere a dir poco sconcertanti, che sembrano voler rompere a tutti i costi con il passato. Si inizia con un disco elettronico, tra Devo e Kraftwerk, con discrete canzoni che Young canta usando un Vocoder; il clima è spettrale,la voce alterata ha un che di autoparodistico. Per i vecchi appassionati è una vera sciagura.

Journey Through The Past

A seguire un disco milionario, Young sorprende un po’ tutti con una dimessa colonna sonora di un film autobiografico che hanno visto in pochi, con canzoni di Buffalo Springfield, CSN & Y e dello stesso Young, versioni diverse, un inedito (Soldier).

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: Life

Il rapporto con la Geffen si trascina stancamente e qui, per fortuna, giunge a termine. Un altro disco poco venduto, liquidato troppo in fretta se si pensa alla qualità di certe canzoni (Inca Queen, Long Walk Home) ma comunque sotto la sufficienza.