Janis Ian Live: Working Without A Net

Ormai padrona di se stessa, la Ian fabbrica un’antologia dal vivo pescando nei cassetti esibizioni in gruppo e in solitaria dal 1990 in poi. Nessuna sovraincisione o abbellimento in postproduzione, e anche stavolta l’argenteria migliore è tutta apparecchiata in tavola: At Seventeen, Jesse, Silly Habits, Stars, Tattoo, Take No Prisoners, una Paris In Your Eyes all’epoca ancora inedita e una Society’s Child ancora una volta spogliata di ogni orpello ornamentale. Boots Like Emmylou’s e Cosmopolitan Girl strappano risate in platea, il ritornello di These Boots Are Made For Walkin’ (Nancy Sinatra), in coda, è il pretesto per chiudere in concerto in coro. 

 

Unreleased 1: Mary’s Eyes

Una prima raccolta di rarità (a tiratura limitata) inaugura l’etichetta della Ian, ironicamente battezzata “rude girl” riprendendo un commento a lei indirizzato da un giornalista della Associated Press. Compilata sulla base delle richieste dei fan, la collezione copre un vasto arco temporale (1971-1997) accumulando performance solitarie (la bella Make A Man Of You), di gruppo (La Cienega Boulevard) e dal vivo (l’ironica Cosmopolitan Girl). Come i volumi successivi della serie, finanzia un progetto di educazione musicale, Pearl Foundation, intitolato alla madre della Ian (è disponibile solo in download digitale). 

 

Billie’s Bones

A 53 anni, quasi invisibile al radar dei mass media, la cantautrice newyorchese sforna uno dei dischi migliori della carriera. Suoni e arrangiamenti prevalentemente acustici, calibratissimi e distillati con cura artigianale dai musicisti (con una menzione speciale per il dobro, il banjo e le lap & pedal steel di Dan Dugmore), ma soprattutto canzoni baciate da una solidissima ispirazione: sia quando la Ian calpesta con delicatezza i suoi territori d’elezione (When I Lay Down, Dead Men Walking, Matthew: ispirata, quest’ultima, all’assassinio di uno studente universitario gay che negli Stati Uniti ha scosso le coscienze): sia quando decide di rifarsi alla tradizione folk delle isole britanniche (Mockingbird, Mary’s Eyes, lo strumentale Marching Of Glasgow, la “murder ballad” da brividi Forever Young). Il raffinato tocco europeista di Amsterdam e Paris In Your Eyes la avvicina alla Mitchell anni Settanta, il valzerone country My Tennessee Hills la vede duettare con Dolly Parton e I Hear You Sing Again adatta in musica una toccante dedica di Woody Guthrie alla madre scomparsa. Il capolavoro però è la spettrale title track, derivata da un componimento poetico che Janis, ancora adolescente, aveva scritto nel 1968 in omaggio al suo idolo Billie Holiday. 

 

Folk Is The New Black

Nel titolo sta l’essenza di questo disco, ancora più austero e rigoroso del precedente. La Ian canta tutto dal vivo (in studio), i suoi accompagnatori ricamano fili sottili ma robusti di percussioni, basso, organo e, soprattutto, chitarre acustiche. Janis sembra vivere una specie di terza giovinezza: nel rag di Danger Danger sbeffeggia l’America (omo)sessuofobica di oggi, in The Great Divide incita alla solidarietà e al risveglio delle coscienze come fosse Guthrie o Pete Seeger, nella title track dirige un hootenanny, un divertente canto collettivo, per dire che il folk “è la nuova moda/ più economico del crack”. Ma ci sono anche schegge blues (Life Is Never Wrong), gospel (All Those Promises), r&b (i coretti Stax di Standing In The Shadows Of Love) e di infantile nonsense (The Crocodile Song). E una impareggiabile My Autobiography, in cui la Ian ricorda di aver avuto “una vita affascinante, un marito e una moglie”. Tutto vero.