Carl & The Passions: So Tough

Il passaggio alla Reprise, con l’etichetta personale Brother, vede all’opera una band che non ha più l’innocenza Surf né le brillanti intuizioni di metà ’60 ma che fa del mestiere la propria forza. Le composizioni non sono né belle né brutte, e gli album testimoniano di una carriera che ha già offerto quasi tutto e prosegue per inerzia.

Carl&The Passion è il nome della vecchia band di Carl Wilson; per ragioni ignote due facciate dell’album sono le stesse di Pet Sounds, il che rende automaticamente le altre due molto inferiori.

Holland

In un tentativo di rinnovamento artistico la band si trasferisce in Olanda dove allestisce dei nuovi e costosissimi studi di registrazione, dai quali esce un disco che unisce ambizione e sperimentazione, entrambe poco riuscite.

Si salvano Sail On Sailor e la concept suite California Saga.

Clear Spot

Per una grande etichetta come la Reprise escono due LP un po’ più accessibili, che provano a percorrere sentieri rock blues un po’ più lineari del solito. Il tentativo, evidente, è quello di arrivare al grande pubblico ma Beefheart non è bravo con i compromessi e preferisce azzerare la carriera e ricominciare da capo in Inghilterra, dove le condizioni sono più favorevoli.

Good Stuff

I concittadini R.E.M. portano la voce di Kate al n.1 (Shiny Happy People), ma la Wilson lascia il gruppo. Il trio riesce a galleggiare piuttosto bene, e l’anno successivo si regala un po’ di facile successo con la canzone del film I Flintstones (nel quale appare col nome B.C.-52’s).

Loose

Il nucleo primitivo dei Crazy Horse si riduce al binomio Talbot/Molina, visto che Whitten non è più in grado di suonare a causa dei suoi problemi di tossicodipendenza. I due decidono comunque di andare avanti e dopo aver convocato qualche amico del loro giro — l’ex Rockets George Whitsell (voce, chitarre), Greg Leroy (voce, chitarre), John Blanton (voce, tastiere) — pubblicano un secondo album molto più debole, che non si discosta molto dai clichés del folk rock californiano dell’epoca.

Crazy Horse

Può apparire strano che Neil Young sia presente nell’album d’esordio della sua band soltanto come autore, ma in fondo questo tirarsi da parte è una dimostrazione di stima e di affetto. Soprattutto per Danny Whitten, che dimostra nell’occasione di possedere tutte le qualità di un leader.

Le sue canzoni — a partire dalla tenera e malinconica I Don’t Want To Talk About It, ripresa in seguito anche da Iain Matthews e Rod Stewart, e dall’elettrica e inquieta Downtown, scritta a quattro mani con Young — sono molto belle e altrettanto efficaci sono le interpretazioni vocali e la regia delle chitarre elettriche, suonate dall’elite del folk rock americano dell’epoca.

La formazione dei Crazy Horse è ampliata rispetto a quella che accompagna Young in Everybody Knows This Is Nowhere ed è composta, oltre che da Whitten, Talbot e Molina, da Nils Lofgren (chitarra) e Jack Nitzsche (piano). Quest’ultimo, arrangiatore prediletto di Phil Spector, è anche il produttore del disco con Bruce Botnick e si cimenta in una rara performance vocale nella sua Crow Jane Lady. Ultima, ma non meno doverosa citazione, spetta a Ry Cooder, che impreziosisce con la sua inconfondibile slide un paio di brani.

Riascoltando Crazy Horse, non si può evitare di rimpiangere il grande talento di Whitten, stroncato da un’overdose nell’autunno del 1972.

Baja Sessions

Essendo nato a Stockton, una delle località californiane più importanti per il surf, Isaak non poteva esimersi dal celebrare questo sport (uno dei suoi preferiti con il pugilato) facendosi ritrarre a cavallo di un’onda. Come scrive lui stesso nelle note di copertina, Baja è una località sulla costa del Pacifico “circondata dall’oceano e dal mare” dove è facile calmarsi e suonare la chitarra. Isaak riprende da Silvertone la languida e tenera Back On Your Side, rende finalmente un omaggio a Roy Orbison con Only The Lonely ed evoca un Messico da sogno con South Of The Border (Down Mexico Way). E il nuovo chitarrista, Hershel Yatovitz, non fa troppo rimpiangere James Calvin Wilsey.

 

Me And Mr. Johnson

A corto di idee, ma forse anche con sincero slancio di ammirazione, Clapton dedica un intero album al suo maestro, Robert Johnson. Bella idea, peccato che il signor J e lui siano agli antipodi; forte, intenso, posseduto dagli spiriti il primo, superficiale e paraculo il nostro Slowhand.

La materia viene così diluita e fatta diventare pappa radioTV; un bluesettino anemico in abito Armani a disegnare in fumetto quello che in origine era una tenebrosa bolgia dantesca. Realizzato con un quintetto-base composto da Steve Gadd, Nathan East, Andy Fairweather Low, Doyle Bramhall II e Billy Preston.

In repertorio alcuni brani leggendari (Love In Vain, Come On In My Kitchen, If I Had Possession Over Judgement Day) ma non tutti; mancano per esempio Ramblin’ On My Mind e Crossroads, vecchi cavalli di battaglia di EC.

Forever Blue

L’album si apre con un blues alla John Lee Hooker, Baby Did A Bad Thing, e segna l’abbandono di James Calvin Wilsey, che fino a questo momento aveva dato un vero e proprio marchio di fabbrica al suono di Isaak. Quest’ultimo non riesce a ripetere il successo di Wicked Game, ma scrive sempre e comunque delle belle canzoni (una su tutte: Somebody’s Crying), segno che neppure i sempre più numerosi impegni cinematografici come attore riescono a distoglierlo dalla musica.