The Verve

GLI ESORDI DEI THE VERVE

Wigan, Lancashire, estate 1990, durante una festa di 18 anni, avreste potuto vedere gli invitati salutare ed andarsene, lasciandolo il festeggiato da solo, come unico spettatore di una jam che andava avanti a strimpellare ininterrottamente da cinque ore. È il primo concerto dei Verve, divenuti poi The Verve a seguito di una battaglia legale con l’etichetta jazz Verve Records. Non avreste mai detto che quei capelloni sul palco un giorno darebbero arrivati in cima alle classifiche mondiali. L’unico che evidentemente sapeva come stavano le cose era lo sciamano alto e scheletrico che si contorceva con un microfono in mano e che profetizzo: “Ci vorranno tre dischi, ma c’è un posto anche per noi nella storia.” Richard Ashcroft aveva ragione.

Dalla grigia provincia inglese la band si fa notare a fatica con pezzi prevalentemente space-rock e shoegaze, in un’epoca dove ancora il grunge regna. La musica che propongono Ashcroft e il chitarrista Nick McCabe affonda le radici nel krautrock, ha una matrice cosmica e psichedelica e anche il gruppo nella sua estetica sembra ritagliato dagli anni Settanta, pantaloni a zampa, capelli lunghi, magliette attillate.

Appena ventenni, i quattro di Wigan iniziano a far parlare di sé più che altro per la durata dei concerti, lunghissime sessioni allucinogene sotto effetto di LSD ed ecstasy, il pubblico va lì più che altro per sballarsi, nessuno canta le canzoni, nessuno conosce i testi. Nel 1993 A storm in heaven riceve qualche buona critica, ma ottiene pessimi risultati in termini di vendite.

IL TEMPORALE DI DROGA

Negli anni dove la droga domina le diverse scene mondane, anche i The Verve vogliono sperimentare. Durante il tour Richard Ashcroft viene ricoverato d’urgenza per una forte disidratazione causata dall’abuso di alcol e droghe e il batterista Peter Salisburg finisce in manette per aver distrutto la camera d’albergo dove alloggiavano, in preda ad un delirio da mescalina.

A quei tempi ad aprire i concerti dei The Verve c’erano cinque sconosciuti di Manchester, gli Oasis dei fratelli Gallagher, con i quali il già ribattezzato “Mad Richard” stringe un legame indissolubile. È proprio grazie agli Oasis che la band decide di affidare la produzione del nuovo disco a Owen Morris, un genio che aveva appena compiuto un miracolo con Definitely Maybe, conferendogli un’identità sonora e la potenza che fece la fortuna dei Gallagher.

A quei tempi la prerogativa era riuscire a trasferire su disco l’energia che i gruppi proponevano dal vivo, mantenendo un equilibrio dei volumi e una pulizia acustica che divennero poi un marchio di fabbrica del Britpop: il risultato è A northern soul uscito nel 1995.  Le registrazioni si prolungano più del dovuto, Morris distrugge una finestra per la rabbia, promettendo di non lavorare mai più con Ashcroft e McCabe, che discutono tutto il tempo, cambiano idea in continuazione, sono sempre strafatti, quelle rare volte che si presentano in studio, pensando più alle donne che alla musica. Il disco vende più copie del precedente ma non entra comunque nella top ten, riceve buone critiche, ma rimane un fallimento se paragonato a quello che stava esplodendo intorno.

L’ERA DELLA FOLLIA

Al momento sembra che un posto nella storia per i The verve non ci sia, Ashcroft e soci non hanno le idee chiare, sono degli inetti depressi, inconcludenti come i loro brani che superano sempre i cinque o sei minuti. Non sono abbastanza belli, non sono abbastanza cervellotici, non sono abbastanza spirituali. I testi sono crepuscolari, fatalisti, venati di pessimismo che non colpiscono nemmeno gli adolescenti più depressi.

Il 1995 è l’anno dell’assurdo matrimonio di Richard con Kate Radley, ai tempi tastierista degli Spiritualized, nonché fidanzata e musa del frontman Jason Pierce, amico storico di Ashcroft e compagno di tournée. Tra una data e l’altra dei due gruppi, i due convolarono a nozze in gran segreto, riuscendo a tenere la notizia nascosta ai media per anni, ma non a Pierce, che un paio di giorni dopo dovette condividere il palco con entrambi, col cuore distrutto, le vene piene di eroina e forse con in testa già qualche strofa di Ladies and gentleman we are floating in the space, il disco capolavoro degli Spiritualized, ispirato in gran parte a questo dramma e che prende il titolo proprio dalle parole pronunciate da Kate in apertura, narra la leggenda,  estratte dal messaggio in segreteria con cui lasciò per sempre il povero Jason.

Ma è solo l’inizio della follia, troppe tensioni, troppa droga, troppa pressione, l’aria è irrespirabile e non passa giorno senza che le idee discordanti di Ashcroft e McCabe non sfocino in furiosi litigi, in cui si inceppano a vicenda del fallimento che incombe più che altro nelle loro paranoie. La band si scioglie nonostante le cose non stessero andando così male.

Il loro punto debole è sempre stata la fragilità emotiva di tutti i componenti, crollati ad un passo dal traguardo, spaventati dal reale successo, un equilibrio precario che in qualche modo è rintracciabile nelle loro sonorità decadenti.

LA FUGA DI RICHARD E IL RITORNO DI McCABE

Le cronache del tempo citano un Richard Ashcroft scappato a New York, dove tenta di intraprendere una carriera da modello, una carriera breve. Non che il belloccio emaciato non fosse perfetto come icona heroin chic in una campagna di Calvin Klein al fianco di Kate Moss, ma la sua vocazione è centralmente un’altra.

Nella sua unica apparizione pubblica del 1996 suona in apertura agli Oasis, mostrandosi sul palco con una chitarra acustica, caso raro fino ad allora, e presenta qualche bozza di quello che sarebbe stato il suo primo album da solista.

Poco dopo Richard ricompone la band, ma senza McCabe, al suo posto entra Bernard Bulter, che però capendo l’andazzo si defila dopo nemmeno una settimana di prove. È il giorno di Natale, e forse che siamo tutti più buoni è vero, dal momento in cui Richard prende il telefono e chiede a McCabe di tornare e la risposta è affermativa.

URBAN HYMNS: IL CAPOLAVORO 

La band va in ritiro spirituale, si chiude in studio e produce ottimi pezzi scritti a due mani da Ashcroft e McCabe, il risultato è straordinario, brani che sublimano alla perfezione la demonologia dei The Verve. Urban Hymns è un disco completo ed equilibrato, per non dire perfetto. Il singolo Bitter sweet symphony è al secondo posto in classifica, il pubblico è in visibilio, ma loro sono i The Verve, e qualcosa deve per forza andare storto. Arrivano niente meno che  i Rolling Stone a fargli causa, accusando la band di aver plagiato la canzone The Last Time.

Una volta tanto il gruppo sembra non abbattersi, anzi, tirano fuori il singolo The drugs don’t work, il primo e unico nella storia dei The Verve a raggiungere la vetta della classifica UK, stessa sorte tocca a Urban Hymns che guarda tutti dall’alto, sbaragliando la concorrenza.

“The Verve” e “resilienza” sono due termini contrari, ed è proprio questo il bello: la debolezza, l’incostanza, l’instabilità, non sai mai cosa riservano, causano solo arte pura e senza controllo, non è per tutti, perché ha un costo altissimo. Durante il tour del 1998 Jones sviene all’improvviso sul palco, il ritmo della fama è troppo frenetico, la rivalità tra McCabe e Ashcroft si acuisce di nuovo e il chitarrista abbandona ancora una volta, con una mano rotta, all’apice del successo: è la fine dei The Verve.

 

In-A-Gadda-Da-Vida

La band cambia alcuni componenti e firma il secondo album, che passerà non solo alla piccola storia del gruppo ma anche alla storia del rock in generale. È impressionante la forza d’urto del tema-guida, con i suoi vortici di tastiere e chitarre che esplodono per 17 minuti, con il canto arcigno del leader Doug Ingle. Registrato in studio in una sola take, senza sovraincisoni, In A Gadda Da Vida (storpiatura “da sballo” di In A Garden Of Eden) diventerà uno degli inni più classici del California rock e del primo hard, e verrà usato suggestivamente da Brian DePalma in una lunga scena del suo Omicidio a luci rosse. Ristampato dalla Rhino nel 1995 con una divertente copertina 3D e due ulteriori versioni del tema-guida: quella del successivo Live (aprile 1970) e l’edit di 2 minuti e 52″ usato all’epoca come 45 giri e per i passaggi radio.

Heavy

Originari di Los Angeles, gli Iron Butterfly sono un quintetto di chitarre e tastiere con una vena hard rock insolita per l’epoca ma una spiccata inclinazione anche per la melodia. Il loro primo disco si distingue per la crudezza del suono, con ampio ricorso a feedback e distorsori. Fra i brani, uno strumentale con curiosi effetti elettronici come Iron Butterfly Theme e una cover di Get Out Of My Life Woman, di Lee Dorsey.