The Covers Record

Dopo aver disseminato di cover i suoi precedenti lavori, la cantante decide di dedicare un intero album alla rilettura di brani altrui. L’equazione «bella voce più belle canzoni uguale belle cover» è perfettamente rispettata, con una scaletta all’insegna dell’eclettismo: da (I Can’t Get No) Satisfaction degli Stones a Naked If I Want To dei Moby Grape, da Paths Of Victory di Bob Dylan a Red Apples di Smog.

Interpol

Già chiusa la parentesi Capitol, i newyorchesi tornano all’ovile (la Matador) ma devono registrare la defezione del bassista Carlos D, per l’ultima volta al lavoro con la band. Anche sul piano musicale, l’album, complice la produzione di Alan Moulder, è più vicino ai primi due LP, tra ballate ombrose e il tiro ritmico quasi ballabile del singolo Barricade

 

You Are Free

Eddie Vedder e Dave Grohl ospiti illustri in un album prodotto da Adam Kasper, già all’opera negli ultimi lavori delle band capeggiate dalle due superstar del (fu) Grunge. Eppure le quattordici canzoni dell’album sono prevalentemente acustiche e la voce lascia raramente la ribalta agli strumenti.

Il cantante dei Pearl Jam si limita a fare la seconda voce nella conclusiva Evolution e nella struggente Good Woman, mentre l’ex Nirvana suona la batteria nei pochi brani che ne richiedono la presenza.

Un album nervoso, intenso e a tratti dolcissimo.

Turn On The Bright Lights

Un altro gruppo di New York che esplode appena dopo gli Strokes, con la differenza che il cuore e l’anima degli Interpol bruciano per la new wave britannica, dando comunque per scontati i comuni ricordi di Velvet Underground e Television (Obstacle 1). Spesso, in questo album, si incrocia lo spettro dei Joy Division, con una batteria in stile metronomo, il basso meccanico e tagliente di Carlos D e il baritono lapidario di Paul Banks, emulo di Ian Curtis; talvolta fanno capolino i Wire e in Say Hello To The Angels gli Smiths. Vi sono anche squarci di bellezza autentica tra la coda di PDA, altrove immersa in fantasmi proto-dark, e l’elegiaca NYC, etereo omaggio alla città madre in un’intermittenza di luci e oscurità.

Moon Pix

L’album che segna la definitiva transizione di Cat Power verso il cantautorato, sia pur di matrice rock. Accompagnata da Mick Turner e Jim White dei Dirty Three, Chan Marshall punta ancora una volta sulla sua voce e su capacità di scrittura fuori dal comune. Il loop di batteria di American Flag è campionato da Paul Revere, brano contenuto nell’album d’esordio dei Beastie Boys.

What Would The Community Think

Due album pubblicati nello stesso anno presuppongono un repertorio assai ampio all’interno del quale pescare. Notevole anche la gamma dei suoni: la title track è un’atipica ballata per voce, chitarra e piano ma non mancano episodi che sfiorano il punk.

Due le cover cui la voce Cat Power dona nuove sfaccettature: Fate Of The Human Carbine di Peter Jefferies e Bathysphere di Bill Callahan, meglio conosciuto come Smog.

Antics

Il secondo disco degli Interpol si colloca sulla falsariga del debutto, tanto nel suono quanto nei riferimenti stilistici (a cui si possono aggiungere gli Psychedelic Furs e i Chameleons). Bella l’apertura di Next Exit, non sono da meno Evil e C’mere mentre l’incisività delle melodie di NARC, Take You On A Cruise e Slow Hands rende più intrigante anche la loro atmosfera dark.