Disintegration

A dieci anni dal loro esordio e alla fine del decennio che li ha visti diventare un complesso adulto e smaliziato, i Cure tornano per un attimo al trio di dischi dei primi anni ’80 (la title-track sta tra A Forest e One Hundred Years), alle atmosfere gonfie di tristezza e commozione. Negli arrangiamenti hanno un ruolo particolare la chitarra solista di Thompson e le tastiere di Chris O’Donnell, ex Psychedelic Furs (vedi Plainsong).

A distanza di anni Pictures Of You è la più adorata dai fan e la spiritata Lullaby un incubo per tutti gli aracnofobici. Si consuma la rottura con il membro fondatore Lol Tohlrust, cui per generosità sono attribuiti dei crediti che non avrebbe. Gli strascichi sono più umani che musicali, essendo stato una volta il migliore amico di Smith.

Japanese Whispers

Mini album nato attorno ai singoli che danno una spallata all’immagine seriosa di Smith & Co: Let’s Go To Bed, The Walk (i Cure in discoteca, tra suoni funky e sintetici) e la deliziosa The Lovecats, canzonetta jazz leggera e umoristica con cui il leader rilancia le sue quotazioni pop, in attesa di un organico più stabile.

The Top

Smith, diviso tra i Cure e i Siouxsie & The Banshees di cui è chitarrista (realizza anche un disco a nome Glove con Steve Severin), deve occuparsi pure del basso (Andy Anderson è alla batteria e Tolhrust e passa alle tastiere).

Il disco, in cui ogni canzone fa quasi storia a sé, prosegue il processo di allontanamento dal dark verso direzioni suadenti ma oblique (Bird Mad Girl, Pressing Up) e coloriture orientali (Wailing Wall, The Caterpillar). Shake Dog Shake farà da tesa apertura a molti concerti.

Mixed Up

Remixaggi di tendenza a cura di Paul Oakenfold, William Orbit, Francois Kevorkian e, tra gli altri, anche lo stesso Robert Smith e Chris Parry, il manager di sempre. È il periodo in cui l’ibrido rock/dance da Manchester è all’ordine del giorno. È inedita Never Enough.

Seventeen Seconds

Smith racconta di averlo scritto per gran parte in una sola notte, dopo essere stato malmenato da tre businessmen alla fine di un concerto a Newcastle. Simon Gallup è il nuovo bassista, occasionale ma importante la tastiera di Matthieu Hartley.

Lavoro scomponibile a coppie: il pop chitarristico e dai forti chiaroscuri di Play For Today e di M, vicino all’esordio, gli ectoplasmi vocali di Secrets e Three, il lento e ipnotico andare di In Your House e At Night, gli strumentali A Reflection e The Final Sound e quindi i due brani simbolo, la title-track e A Forest.

Soprattutto A Forest, per la condensa gelata che si respira tra la solennità nebulosa del synth, il rigore dell’arpeggio di chitarra iniziale e il tempo metronomico di basso e batteria; il singolo dark per antonomasia è un tour de force sensitivo di oltre sei minuti.

Kiss Me Kiss Me Kiss Me

L’apoteosi dei Cure degli anni ’80 si celebra in questo doppio LP. Una perla Just Like Heaven, ricalcata sulla precedente Inbetween Days (accusata a sua volta di rifarsi a Temptation dei New Order). Nei 17 brani, uno in più sulla cassetta, c’è un po’ di tutto: pop, rock, dark, funky (Hot!Hot!Hot!, Why Can’t Be You?) e il romanticismo di Catch e If Only Tonight We Could Sleep.

Wish

A metà tra Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Disintegration, l’eclettismo pop del primo e le riflessioni solenni del secondo. Non il miglior album della banda Smith, eppure un insieme composito, maturo, equilibrato; pochi i cedimenti. Friday I’m In Love, filastrocca jingle jangle, va di diritto tra le canzoni più orecchiabili dei Cure. Doing The Unstuck si piazza subito dietro.

Al posto di O’Donnell c’è Perry Bamonte (chitarra, tastiere).

Show

Molto simile a ciò che si dice un greatest hits con il pubblico. Show è registrato a Auburn Hills, nel Michigan, e dedicato al lato pop dei Cure. L’ultima parte poi, è assolutamente rock, con i brani più energici di Wish (From The Depth Of The Deep Green Sea, Cut) e Never Enough. Complementare a Paris.

Three Imaginary Boys

Robert Smith (voce, chitarra), inglese originario di Crawley, nel Sussex, è un ventenne alla guida di un trio nato sui banchi di scuola. Gli esordienti Cure si distinguono per un pop rock fresco e malinconico, la cui ossatura netta è da cercarsi nei tre accordi del punk appena visto passare: linee melodiche che partono sovente dal basso di Michael Dempsey, chitarra con funzione ritmica e di spalla al lavoro scarno di Lol Tolhrust (batteria).

Il brio Pop punk (l’esotica Fire In Cairo) si stempera comunque in un sentore crepuscolare, proiettando ombre lunghe e vistose sulle più lente Another Day e Three Imaginary Boys. Stenterete a riconoscere Foxy Lady di Hendrix, trattata alla maniera dei Devo di Satisfaction.

The Head On The Door

Stavolta Robert Smith ha ritrovato una vera band con due cavalli di ritorno, Gallup e Porl Thompson (era chitarra solista in una delle prime versioni dei Cure), e il nuovo batterista Boris Williams. Ancora le canzoni sono singoli episodi, volutamente senza filo conduttore. Close To Me e Inbetween Days non possono mancare da nessuna antologia.

Per quanto non più dark in senso stretto, i Cure hanno definito adesso il loro look da icone con ampi vestiti scuri, cespugli corvini e rossetto sbavato. L’immagine si appoggia ai videoclip del regista Tim Pope. Il più popolare è proprio Close To Me, in cui Pope riprende i musicisti chiusi in un armadio.

Paris

Il live parigino esce appena un mese dopo quello registrato in America. In Francia il pubblico ama di più i Cure gotici di One Hundred Years, The Figurehead e Charlotte Sometimes (il singolo uscito prima di Pornography). Tre brani (At Night, Play For Today, In Your House) vengono da Seventeen Seconds.

Concert — The Cure Live

Registrazioni dal vivo del 1984. La formazione è quella di più breve durata, con Anderson, uscito dopo una crisi isterica, e con Phil Thornalley al basso. Tra i diversi live pubblicati dai Cure questo è il primo e il meno quotato, creato in maniera sobria per fare da anti bootleg.

La versione su cassetta, formato molto in voga all’epoca, aggiungeva Curiosity — Cure Anomalies 1977-84, insieme di vecchi provini e nastri dal vivo.

Faith

Se nasce il mito dei Cure come gruppo dark è per la trilogia di cui Faith rappresenta il secondo capitolo. Funereo, e ben più introverso del già autunnale Seventeen Seconds, amato tantissimo da Chris Parry, il manager, che lo considerava il capolavoro dei Cure, è un disco chiuso su se stesso, impenetrabile; produce come singolo Primary, la canzone più rock, la più atipica rispetto ai mesti madrigali All Cats Are Grey e The Funeral Party.

La cassetta dedicava il lato B alla colonna sonora di Carnage Visors, film di animazione astratta proiettato in genere prima dei concerti.

Wild Mood Swings

 

Delusione. Le strizzatine Mariachi di The 13th, non troppo distante dalla vecchia Caterpillar, vogliono uscire dalla routine anche se fanno storcere più di un naso e i duri e puri dell’intero album preferiscono ricordare la sola Want. I selvaggi cambiamenti d’umore promessi sono tra Numb, Jupiter’s Crash, This Is A Lie, molto malinconiche, e le più vivaci Return, Strange Attraction e Mint Car. Gone invita tutti a uscire dal proprio guscio e godersi il mondo.

Ennesimo cambiamento, torna O’Donnell, escono Thompson e Williams e alla batteria arriva Jason Cooper.

Bloodflowers

Non più sbalzi d’umore ma sfumature sulla linea d’ombra di Disintegration e affini, fino a quella gotica di Pornography. Non è forse un caso che un DVD di un concerto a Berlino presenti integralmente i tre album, come se fossero legati da un fil rouge (anzi, noir).

Quando esce quest’album, e soprattutto dopo la sua tournée, pensano tutti che sia la degna conclusione del gruppo, tanto che viene annunciato un imminente disco solista di Smith. Invece i Cure continuano. Firmano un nuovo contratto, più tardi, con la I Am del produttore nu-metal Ross Robinson.

Pornography

Realizzandolo Robert Smith pensava al disco definitivo dei Cure, qualcosa "sullo stesso piano delle sinfonie di Mahler". La struttura strofica assume dimensioni da sinfonia post punk (One Hundred Years) o da marcia celtica (The Hanging Garden).

Musica plasmata da collera e disincanto; la batteria, squadrata e regolare, gli strumenti e le voci rimbombano su di un proscenio tragico posto tra le volte di un’immaginaria cattedrale.

Rock gotico più un’iperbole negativa della psichedelia, affascinata dal trauma e dalla psicopatia quale risorsa estrema dell’immaginario (A Short Term Effect). Dopo Pornography, i Cure saranno davvero tutta un’altra cosa.

Standing On A Beach — The Singles

Operazione discografica complessa e multimediale. Il 33 giri raduna i lati A dei tredici singoli da Killing An Arab fino a Close To Me. Il CD l’intera collezione più quattro brani (10:15 Saturday Night, Play For Today, Other Voices e A Night Like This).

La cassetta si chiama Standing On A Beach — The Singles (& Unavailable B-Sides) e ha i magnifici tredici sul lato A, con quello B tutto dedicato alle rare b-sides. Sempre collegato è il video Staring At The Sea-The Images.