Flowers

Il disco migliore (finora) dei Bunnymen riformati fa buon uso di una produzione ridotta ai minimi termini, con arrangiamenti lineari che puntano nuovamente sulle carte più sicure, la voce fragile e tenebrosa di McCulloch e le chitarre ipnotiche ed evocative di Sergeant. Buono anche il repertorio, tra il pop rock di Everybody Knows e i delicati sapori lisergici di King Of Kings.

Evergreen

McCulloch e Sergeant si sono già riavvicinati con il progetto neo-psichedelico Electrafixion (Burned, WEA, 1995, &Stelle=2;) e sembrano intenzionati, fin dall’ambientazione notturna e floreale della copertina (che ricorda quella di Crocodiles), a rinverdire i fasti degli esordi.

Ci riescono solo in parte, con una sequenza di ballate nostalgiche ad alto tasso melodico come In My Time, Just A Touch Away e Nothing Lasts Forever: quest’ultima, in particolare, evidenzia il debito maturato da Oasis, Blur e tutto il brit pop anni ’90 nei loro confronti, ma anche la difficoltà di tenere il passo con i più freschi discendenti.

Live In Liverpool

La rimpatriata dell’agosto 2001, con due concerti tenuti nella città natale, riconsegna ai fan un gruppo tutto sommato non infiacchito dal tempo.

McCulloch (voce da rock star decadente) e Sergeant (riff rock e vibrato spettrale di chitarra) sono in forma, e il repertorio più fresco (le doorsiane King Of Kings e An Eternity Turns) non sfigura affatto accanto ai vecchi classici.

Crystal Days 1979-1999

Settantadue canzoni (con abbondanza di inediti) ripercorrono l’intera carriera dei Bunnymen, bypassando del tutto il solo disco inciso senza McCulloch.

Molte cose sfiziose: il primo demo di Monkeys (con Julian Cope alle tastiere) e il primo, raro singolo per la Zoo Records; un lato B, Angels And Devils, registrato a San Francisco negli studi dei Grateful Dead; una svagata All You Need Is Love (dal singolo Seven Seas) con Sergeant al sitar e citazioni varie, da Dylan a James Brown; pezzi recuperati dalla nastroteca BBC e scampoli dal "covers tour" dell’85 in Scandinavia, con grezze riletture live di Soul Kitchen (Doors), Heroin (Lou Reed), Paint It, Black (Rolling Stones), Friction (Television) e altri episodi formativi della band.

Alla fine, resta l’impressione di un fiore mai completamente sbocciato.

Echo & The Bunnymen

Non Disponibile

Del trio di punta della Liverpool post punk (con lui, Julian Cope dei Teardrop Explodes e Pete Wylie degli Wah!), Ian McCulloch è il più ombroso, ambizioso e seducente. 

Gli Echo & The Bunnymen si formano nel 1978, sonorità post punk e neo-psichedeliche che segneranno un trentennio di storia musicale contemporanea.

Insieme fino al 1993, la band si scioglie in seguito ai ripetuti cambi di line-up che condurranno all’album Reverberation (1990), tonfo commerciale e di critica, per poi riformarsi nel 1996 e risultare tutt’oggi all’attivo.

Ocean Rain

All’elettronica, ai riverberi e agli echi ambient dei due album precedenti si sostituiscono stavolta i suoni organici e poderosi di un’orchestra d’archi, diretta da Adam Peters.

Ne scaturisce un album suggestivo e maestoso, che a qualche leziosità di troppo (Thorn Of Crowns) affianca gioiellini di pop sinfonico come Silver, Seven Seas e la ultraromantica The Killing Moon (McCulloch confesserà in seguito di averla immaginata per la voce di Frank Sinatra).

Con il suo avvolgente, e a volte ridondante, melange di chitarre acustiche, violini e strumenti elettrici (ispirato, pare, al Forever Changes dei Love), Ocean Rain incarna le nuove ambizioni di McCulloch, crooner degli anni ’80.

Ristampato WB 2003 con vari bonus, fra cui una versione in studio di All You Need Is Love e due inediti live 1984.

IAN McCULLOCH: Candleland

Desideroso di coltivare le sue ambizioni cantautorali, il leader dei Bunnymen confeziona un album intenso, che aggiunge ai sapori consueti echi di Leonard Cohen, Cure e New Order.

Si alternano atmosfere rock (In Bloom) e favolistiche (la title track ospita la voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins), ma l’episodio più toccante è Start Again, delicata elegia alla memoria del padre e dell’ex compagno d’avventure Pete De Freitas, entrambi scomparsi da poco.

Crocodiles

L’album di debutto di questo quartetto è una piccola, grande folgorazione: new wave e psichedelia anni ’60, Doors e Joy Division amalgamati in canzoni secche come staffilate, concise come i tempi richiedono, ma anche ricche di esoteriche, impalpabili sfumature (a partire dal primo singolo Pictures On My Wall).

L’impeto lirico di Villiers Terrace, il riff ipnotico di Rescue, il garage rock di Crocodiles e i ritmi marziali di All That Jazz (con la chitarra riverberata di Will Sergeant e i ritmi metronomici di Pete De Freitas in primo piano) contribuiscono a farne uno dei debutti più eclatanti del decennio.

Ristampato WB 2003 con generosa aggiunta di bonus, fra cui l’EP di Shine So Hard e tre demo inediti.

Heaven Up Here

Al secondo disco, i Bunnymen osano molto di più: badando però più ai valori produttivi e alla costruzione delle scenografie sonore (abbondano i sintetizzatori in sottofondo e il lavoro chitarristico su effetti e pedali) che ai contenuti intrinseci delle canzoni.

McCulloch e i suoi puntano sull’effetto drammatico (la lunga Over The Wall, quasi sei minuti, ha una grandeur quasi spectoriana), sui chiaroscuri (All I Want), sul ritmo (The Promise, It Was A Pleasure) e sul fascino maudit (The Disease) ma sfiorano a tratti l’autoindulgenza.

Ristampato WB 2003 con quattro inediti live, Sydney, 1981.

The Peel Sessions EP

Nel momento di massima crisi della band, dagli archivi BBC spunta un mazzo di canzoni (quattro) registrate agli albori del gruppo, quando il batterista De Freitas non era ancora della partita (ed Echo era il nomignolo affibbiato alla batteria elettronica che ne faceva le veci): suono scheletrico ma vibrante, con alcuni pezzi (Read It On Books, I Bagsy Yours) che non trovarono posto nel primo album.

Echo & The Bunnymen

Un lungo silenzio non serve a ricaricare le batterie, e il nuovo disco finisce a tratti vittima di un blando synth pop. Non manca qualche colpo di coda: il bel refrain di Lips Like Sugar e una Bedbugs & Ballyhoo più doorsiana della cover, abbastanza didascalica, di People Are Strange (in studio, a suggellare il legame di discendenza, c’è anche Ray Manzarek).

Porcupine

Il suono del quartetto di Liverpool (come le sue suggestive copertine naturalistiche suggeriscono) si fa sempre più "panoramico" e grandioso.

Le nuove incisioni, messe a punto tra i ghiacci di Islanda, ricordano più il rock epico dei contemporanei U2 e Simple Minds che i modelli "underground" del passato, differenziandosi per l’impiego di materiali strumentali anche inusitati: il violoncello di The Back Of Love e le marimba di Never Stop, innestati su ritmi da dancefloor; e il sinuoso violino indiano di L. Shankar, attorno cui si attorciglia a spirale la melodia vincente di The Cutter.