Woodstock

WOODSTOCK, IL CONCERTO ROCK DELLA STORIA

 

Festival di Woodstock, 1969

È il 18 agosto 1969, decine di migliaia di persone hanno appena vissuto tre giorni che sono simbolo di un’intera generazione, sono scritti, fotografati, segnati nella storia, nelle pagine dei libri e nelle menti di tutti quelli che li hanno vissuti. Quattro giorni di gioia, trasgressione, sesso, droghe, umanità, stravaganza, vestiti colorati, urla, pianti, mani nelle mani, quattro giorni di pioggia, fango, coperte, condivisione, quattro giorni di musica rock. Oggi, quei quattro giorni li ricordiamo come il più grande festival della storia, il Festival di Woodstock.

Quattro giorni importanti per una generazione che voleva sentirsi libera di emanciparsi, cuberà da catene ideologiche e da logiche ottocentesche. Siamo a Bethel, stato di New York, 500mila persone, identificati in hippie, si perdono nella musica che va avanti fino alle 9 del mattino. Pace, amore e musica. Nessun episodio di violenza né di criminalità. Si contano due decessi, una per overdose di eroina e una per un trattore che non vide un ragazzo nel suo sacco a pelo. Ma anche due nascite.

Sotto effetto di marijuana e LSD una marea di giovani provenienti da tutto il mondo si trovano a cantare a squarcia gola, un’energia potentissima. L’evento si delinea tra difficoltà, colpi di fortuna, gli artisti e il pubblico. Nel frattempo a Berkeley gli studenti sono in rivolta; la guerra del Vietnam s’ingigantisce e Nixon chiede il servizio militare per i diciannovenni.

186.000 biglietti venduti, ma venerdì 15 agosto 1969 le barriere vengono abbattute e gli organizzatori annunciano che l’evento è aperto a tutti, gratuitamente. Si sogna una società fatta di pace e amore, certamente un sogno utopistico. Il programma prevedeva tre giornate: 15, 16 e 17, ma in realtà i giorni di musica furono quattro, la data del 18 agosto non era stata prevista, ma è stato il vero boom del concerto, il momento culminante, il massimo del divertimento.

Roseman, Artie Kornfeld, John Roberts e Mike Lang pubblicano un annuncio sul New York Times: “Giovani con capitale illimitato sono alla ricerca di interessanti opportunità di investimento e business, legali.” John Roberts ha appena ereditato un po’ di soldi ed è intenzionato ad investirli nella musica, con l’aiuto dei suoi tre amici. Il progetto originario è un po’ differente da quello che è stato poi Woodstock. John voleva creare uno studio di registrazione, nel quale tutti gli artisti rock dello stato di NY potessero incidere i loro brani. Lang e Kornfel, però suggeriscono un concerto, prima di aprire lo studio, programmato nella cittadina di Wallkill, tre giorni di seguito, i cui biglietti avevano il costo di 7, 13 e 18 dollari, a seconda delle giornate. Gli abitanti della zona però non accolgono bene l’idea del concerto. Arriva il divieto legale di organizzare concerti a Wallkill e zone limitrofe. Ad un mese dall’evento i quattro sono costretti a trovare un’altra location. Entra in scena Max Yasgur, proprietario del caseificio di 600 acri vicino allo stagno, nel quale migliaia di hippy fecero il bagno nudi, immortalano così uno dei momenti chiave di Woodstock. In questo enorme parco il 13 agosto erano già presenti 50.000 persone. C’è chi dice che si arrivò ad un milione di persone presenti. Un concerto del genere, gratis, riesce a smuovere tutto il Paese, e gli artisti, per arrivare sul palcoscenico dovettero muoversi con gli elicotteri e con le navette.

È il 15 agosto, sono le ore 17, sale sul palco Richie Heavens con “High Flyin’ bird”, seguita da “Freedom”, canzone che diviene la colonna sonora di un evento che aveva la pretesa di cambiare il mondo. A seguire sul palco, Country Joe, gli Sweetwater, Tim Hardin, Melanie, The Incredibile String Band, Bert Sommer, Ravi Shankar, Arlo Guthrie e Joan Baez. La prima giornata è dedicata alla musica Folk. Sabato 16 agosto 1969, la musica inizia a mezzogiorno. Apre Carlos Santana che canta tra le tante canzoni “Soul Sacrifice”. Seguono Janis Joplin, i Grateful Dead, gli Who, che iniziano a cantare alle 4 del mattino. È il giorno di canzoni quali “White Rabbit” e “Someboody to love” dei Jefferson Airplain. Domenica molti dei partecipanti se ne vanno, inconsapevoli che il lunedì sarebbe arrivato sul palco il dio del rock, Jimi Hendrix, che suona per più di due ore, portando la sua interpretazione dell’inno americano “The Star – Spangled Banner”. Questa canzone di protesta si eleva da quel palco, contro l’esercito americano che combatteva la disastrosa guerra in Vietnam. Hendrix riesce a riprodurre il suono delle bombe, con la sua chitarra, aiutandosi con il suo anello, creando un vero e proprio scenario di guerra. Questo momento è rimasto nella storia come la vera essenza di Woodstock e di ciò che ne rimane. Accanto ad Hendrix, quel giorno salirono sul palco The Grease Band, Johnny Winter e un giovane, destinato a diventare un’altra leggenda del rock: Joe Cocker.

Pete Townshend, chitarrista The Who
Jimi Hendrix a Woodstock

L’insieme ha creato il mito. I bagni collettivi nel lago completamente nudi, i balli notturni intorno al fuoco, i tuffi nel fango che si creò dopo il temporale di domenica pomeriggio, le migliaia di persone bloccate nel traffico che sirilassano aspettando di muoversi fumando e suonando, il muro di folla pacifico. Tutto questo ha fatto di Woodstock un festival irripetibile perché è stata la prima volta di tutto. E le prima volte, si sa, non si dimenticano mai.

LA SCALETTA DEL FESTIVAL

Scaletta 15 agosto: 

Richie Havens

  • High Flyin’ Bird
  • I Can’t Make It Any More
  • With a Little Help from My Friends
  • Strawberry Fields Forever
  • Hey Jude
  • I Had a Woman
  • Handsome Johnny
  • Freedom

Swami Satchidananda

  • Invocazione per il festival

Sweetwater

  • Motherless Child
  • Look Out
  • For Pete’s Sake
  • What’s Wrong
  • Crystal Spider
  • Two Worlds
  • Why Oh Why
  • Let the Sunshine In
  • Oh Happy Day
  • Day Song

Country Joe McDonald

  • Janis
  • Rockin’ All Around the World
  • Flyin’ High All Over the World
  • Seen a Rocket Flyin’
  • The “Fish” Cheer/I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag

John Sebastian

  • How Have You Been
  • Rainbows all Over Your Blues
  • I Had a Dream
  • Darlin’ Be Home Soon
  • Younger Generation

Sweetwater

  • What’s Wrong
  • Motherless Child
  • Look Out
  • For Pete’s sake
  • Day Song
  • My Crystal Spider
  • Two Worlds
  • Why Oh Why

The Incredible String Band

  • Invocation
  • The Letter
  • This Moment
  • When You Find Out Who You Are

Bert Sommer

  • Jennifer
  • The Road to Travel
  • I Wondered Where You Be
  • She’s Gone
  • Things Are Going My Way
  • And When It’s Over
  • Jeanette
  • America
  • A Note That Read
  • Smile

Tim Hardin

  • If I Were a Carpenter
  • Misty Roses

Ravi Shankar

  • Raga puriya-dhanashri/Gat in sawarital
  • Tabla solo in jhaptal
  • Raga manj khamaj
  • Iap jor
  • Dhun in kaharwa tal

Melanie Safka

  • Beautiful People
  • Birthday of the Sun

Arlo Guthrie

  • Coming into Los Angeles
  • Walking Down the Line
  • Amazing Grace

Joan Baez

  • Oh Happy Day
  • The Last Thing on My Mind
  • I Shall Be Released
  • Joe Hill
  • Sweet Sir Galahad
  • Hickory Wind
  • Drugstore Truck Driving Man
  • I Live One Day at a Time
  • Sweet Sunny South
  • Warm and Tender Love
  • Swing Low, Sweet Chariot
  • We Shall Overcome

Scaletta 16 agosto: 

Quill

  • They Live the Life
  • BBY
  • Waitin’ for You
  • Jam

Keef Hartley Band

  • Spanish Fly
  • Believe in You
  • Rock Me Baby
  • Medley
  • Leavin’ Trunk
  • Halfbreed
  • Just to Cry
  • Sinnin’ for You

Santana

  • Waiting
  • You Just Don’t Care
  • Savior
  • Jingo
  • Persuasion
  • Evil Ways
  • Soul Sacrifice
  • Fried Neckbones

Canned Heat

  • A Change Is Gonna Come/Leaving This Town
  • Going Up the Country
  • Let’s Work Together
  • Woodstock Boogie

Mountain

  • Blood of the Sun
  • Stormy Monday
  • Long Red
  • Who am I But You and the Sun
  • Beside the Sea
  • For Yasgur’s Farm
  • You and Me
  • Theme For an Imaginary Western
  • Waiting to Take You Away
  • Dreams of Milk and Honey
  • Blind Man
  • Blue Suede Shoes
  • Southbound Train

Janis Joplin & The Kozmic Blues Band

  • Raise Your Hand
  • As Good as You’ve Been to This World
  • To Love Somebody
  • Summertime
  • Try (Just a Little Bit Harder)
  • Kozmic Blues
  • Can’t Turn You Loose
  • Work Me Lord
  • Piece of My Heart (con bis)
  • Ball and Chain (con bis)

Sly & the Family Stone

  • Chip Monck intro/M’lady
  • Sing a Simple Song
  • You Can Make It if You Try
  • Everyday People
  • Dance to the Music
  • I Want to Take you Higher
  • Love City
  • Stand!

Grateful Dead

  • St. Stephen
  • Mama Tried
  • Dark Star/High Time
  • Turn on Your Love Light

Creedence Clearwater Revival

  • Born on the Bayou
  • Green River
  • Ninety-nine and a Half (Won’t do)
  • Commotion
  • Bootleg
  • Bad Moon Rising
  • Proud Mary
  • I Put a Spell on You
  • Night Time is the Right Time
  • Keep on Choogin’
  • Suzy Q

The Who

  • Heaven and Hell
  • I Can’t Explain
  • It’s a Boy
  • 1921
  • Amazing Journey
  • Sparks
  • Eyesight to the Blind
  • Christmas
  • Tommy Can You Hear Me?
  • Acid Queen
  • Pinball Wizard
  • Do You Think It’s Alright?
  • Fiddle About
  • There’s a Doctor
  • Go to the Mirror
  • Smash the Mirror
  • I’m Free
  • Tommy’s Holiday Camp
  • We’re Not Gonna Take It
  • See Me, Feel Me
  • Summertime Blues
  • Shakin’ all Over
  • My Generation
  • Naked Eye

Jefferson Airplane

  • Introduction
  • The Other Side of This Life
  • Somebody to Love
  • 3/5 Of a Mile in 10 Seconds
  • Won’t You Try / Saturday Afternoon
  • Eskimo Blue Day
  • Plastic Fantastic Lover
  • Wooden Ships
  • Uncle Sam Blues
  • Volunteers
  • The Ballad of You & Me & Pooneil
  • Come Back Baby
  • White Rabbit
  • The House at Pooneil Corners

Scaletta 17 e 18 agosto 

The Grease Band

  • brani strumentali

Joe Cocker

  • Dear Landlord
  • Something Comin’ On
  • Do I Still Figure in Your Life
  • Feelin’ alright
  • Just Like a Woman
  • Let’s Go Get Stoned
  • I Don’t Need a Doctor
  • I Shall Be Released
  • With a Little Help from My Friends

Country Joe and the Fish

  • Rock and Soul Music
  • Thing Called Love
  • Love Machine
  • The “Fish” Cheer/I-feel-like-I’m-fixin’-to-die rag
  • Not so Sweet Martha Lorraine

Ten Years After

  • Good Morning Little Schoolgirl
  • I Can’t Keep from Crying Sometimes
  • I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always
  • Hear Me Calling
  • I’m Going Home

The Band

  • Chest Fever
  • Tears of Rage
  • We Can Talk
  • Don’t You Tell Henry
  • Don’t Do It
  • Ain’t No More Cane
  • Long Black Veil
  • This Wheel’s on Fire
  • I Shall Be Released
  • The Weight
  • Loving You Is Sweeter Than Ever

Blood, Sweat & Tears

  • More and More
  • I Love You More Than You’ll Ever Know
  • Spinning Wheel
  • I Stand Accused
  • Something Comin’ on

Johnny Winter

  • Mama, Talk to Your Daughter
  • To Tell the Truth
  • Johnny B. Goode
  • Six Feet in the Ground
  • Leland Mississippi Blues/Rock Me Baby
  • Mean Mistreater
  • I Can’t Stand It (fu accompagnato dal fratello, Edgar Winter)
  • Tobacco Road (con Edgar Winter)
  • Mean Town Blues

Crosby, Stills, Nash & Young

Esibizione acustica

  • Suite: Judy Blue Eyes
  • Blackbird
  • Helplessly Hoping
  • Guinnevere
  • Marrakesh Express
  • 4 + 20
  • Mr. Soul
  • Wonderin’
  • You Don’t Have to Cry
  • Pre-Road Downs
  • Long Time Gone
  • Bluebird
  • Sea of Madness
  • Wooden Ships
  • Find the Cost of Freedom
  • 49 Bye-Byes

Paul Butterfield Blues Band

  • Everything’s Gonna Be Alright
  • Driftin’
  • Born Under a Bad Sign
  • Morning Sunrise
  • Love March
  • Rumpis Cumpis

Sha-Na-Na

  • Na-Na Theme
  • Jakety Yak
  • Teen Angel
  • Jailhouse Rock
  • Wipe Out
  • Who Wrote the Book of Love
  • Duke of Earl
  • At the Hop
  • Na-Na Theme

Jimi Hendrix

  • Message to Love
  • Hear My Train A Comin’
  • Spanish Castle Magic
  • Red House
  • Mastermind
  • Lover Man
  • Foxy Lady
  • Jam Back at the House
  • Izabella
  • Gypsy Woman / Aware of Love
  • Fire
  • Voodoo Child (Slight Return) / Stepping Stone
  • The Star-Spangled Banner
  • Purple Haze
  • Woodstock Improvisation / Villanova Junction
  • Hey Joe

Cult

Non Disponibile

Ossessionato sin dall’adolescenza (parte della quale passata in Canada) dai miti dei pellerossa, Ian Astbury (1962) si stabilisce a Bradford, nello Yorkshire, fondando i Southern Death Cult che, dopo l’esordio, modificano il loro nome, prima in Death Cult, poi nel definitivo Cult.

Forti sonorità hard-rock dal 1983 al 1995, e dal 1999 ad oggi.

The Cult

Ancora prodotto da Bob Rock questo album ci offre un gruppo a fine della corsa. Infatti i Cult si sciolgono l’anno seguente e Ian Astbury cerca di rilanciarsi con una nuova band, gli Holy Barbarians e con il modesto disco Cream (Beggars Banquet, 1996 &Stelle=2;) che frena sul fronte heavy per dare più spazio a sonorità progressive.

Più avanti tenterà la stessa strada solistica senza troppa convinzione con Spirit/Light/Speed (Beggars Banquet, 2000 &Stelle=2;).

David Bowie

Figura emblematica e poliedrica, trasformista e provocatoria, carismatica e dinamica, David Bowie è l’artificio incarnato nel mondo della musica e della moda.

DAVID BOWIE: UNO, NESSUNO, CENTOMILA

David Robert Jones, più conosciuto come David Bowie, nasce a Brixton, Londra, l’8 gennaio 1947. Il fratellastro Terry soffre di schizofrenia e passerà lunghi anni in ospedale psichiatrico dove morirà suicida nel 1985. Questa figura è fondamentale nella crescita di David, influenza la sua vita e la sua formazione. Terry gli fa conoscere autori come J. Kerouac, A. Ginsberg, E. E. Cummings, lo fa avvicinar al jazz e al rock’n’roll americano. La malattia del fratellastro rappresenterà a lungo un’ossessione per David, che vivrà sempre con la paura di impazzire a sua volta; quasi a voler esorcizzare la follia e sublimando il turbamento per la morte di Terry, scriverà nel 1993 il brano Jump (They Say).

Nel 1957 la famiglia Jones si trasferisce nel quartiere periferico di Bromley, dove David frequenta la Bromley Tecnica High School, per diventare grafico pubblicitario. Nel ’59 gli viene regalato il suo primo sassofono e così inizia a studiare musica più seriamente. Un giorno, all’uscita da scuola, ha uno scontro con l’amico George Underwood, che gli sferra un pugno colpendogli l’occhio sinistro, che rimane lesionato e che assume un colore rossastro che gli vale il soprannome di red orb. Ma ne fa anche uno dei suoi segni particolari, infatti un occhio gli rimarrà sempre più azzurro, rispetto all’altro che è del suo colore naturale verde-marrone.

Sono gli anni Sessanta e la Swinging London vanta una scena rock sfavillante con i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, gli Who e gli Animals, per citarne alcuni. Il giovane David ne è profondamente affascinato, canta, suona il sax e prova a sfondare alla guida di gruppi underground come Manish Boys, The Konrads, King Bees e Buzz. Sogna di diventare il nuovo Little Richard, il suo idolo fin dall’infanzia.

LA NASCITA DI DAVID BOWIE

Il manager Kenneth Pitt gli successive di adottare il cognome Bowie per evitare confusione con Davey Jones dei Monkees. Inizia un periodo da solista, sottoscritto dall’indecisione stilistica, non sa decidersi tra il folk britannico, le tentazioni psichedeliche della Summer of Love californiana e il revival del blues. Il suo primo album, David Bowie, del 1967, mostra un cantautore acerbo e zoppicante.

Bowie si sente un pesce fuor d’acqua nella sua generazione, non trova la sua strada e non si conforma alla società, cerca rifugio nella religione buddhista. Trascorre tre mesi in isolamento monastico con quattro lama tibetani in Scozia, insieme alla compagna Hermione Farthingale.

Nel 1969 l’uomo sbarca per la prima volta sulla Luna, David Bowie fa uscire il suo singolo Space Oddity. Il brano è la prima ballata spaziale della storia del rock e la capostipite di quel filone fantascientifico che diverrà il segno distintivo del suo repertorio.

Bowie cresce come cantante ma anche come performer, grazie all’incontro con Lindsay Kemp, nel 1967, un mimo-ballerino, da cui apprende il linguaggio del corpo, il controllo di ogni gesto, la carica intensa e drammatica di ogni movimento. Impara a stare sul palco.

Il 20 marzo 1970 Bowie sposa l’americana Angela Barnett, conosciuta perché frequentavano lo stesso ragazzo. Il matrimonio durerà un decennio e regala a David il figlio Zowie.

Bowie assiste al concerto degli Hype, un quartetto di Londra che tira giù il palco del Roundhouse. La sua attenzione si concentra sull’effemminato cantante dalla chioma riccioluta, vestito con abiti di seta multicolor. È in questo stile che Bowie si identifica, seppellendo il timido menestrello folk degli esordi, imbocca definitivamente la via del rock sensuale e ambiguo.

Esce l’album The Man Who Sold The World, 1970. In copertina un Bowie in abiti femminili, i testi sono grotteschi, in bilico tra futurismo e orrore, il Superuomo di Nietzsche, le perversioni sessuali.

David Bowie matura un’estetica che si basa sull’ambiguità e sul trasformismo. Primadonna altezzosa, l’uso spregiudicato della sua immagine, la sua ostentata artificiosità, il suo voler essere un artista d’avanguardia lo trasformano nel Duca Bianco che tutti oggi conosciamo.

IL GLAM ROCK

Bowie sposa apertamente il glam rock esploso in Inghilterra sull’onda dei T. Rex di Marc Bolan, che diventerà suo grande amico. Hunky Dory è il risultato di questo sottogenere musicale.

Trionfano il disimpegno, il travestitismo e l’ambiguità sessuale, in un profluvio di lustrini e paillettes, boa di piume e rimmel, stivali e tutine spaziali. “Rock’n’roll col rossetto”, lo ribattezzerà John Lennon. Bowie, che già nel precedente album aveva anticipato la tendenza per il suo look, realizza di aver trovato la sua strada. La copertina del nuovo disco lo ritrae in una posa fatale alla Greta Garbo.

Mentre il rock si autocelebrava nelle grandi adunate pacifiste o nelle comuni hippie, il warholiano Bowie si specchiava nel suo camerino alla ricerca della giusta maschera per incantare il pubblico. La risposta verrà dalla combinazione impossibile tra un essere interstellare e un attore del teatro giapponese Kabuki.

A METà TRA SUPERUOMO E ALIENO

Forse nessuno avrebbe scommesso un penny su David Bowie, androgino  in calzamaglia, dalla chioma color carota e dal trucco da drag queen di basso borgo. Un essere sgraziato e dannatamente kitsch, che sembra uscito da un fumetto di fantascienza trash. Eppure, sarà proprio nei suoi panni che Bowie raggiungerà per la prima volta quella fama mondiale a lungo inseguita e mai più mollata.

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars è un concept album su ascesa e auto-distruzione di un “plastic rocker”. E’ lui “l’uomo che cadde sulla terra”, il messia di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, il tempo che passa tra la sua ascesa e la sua caduta.

In questa parabola c’è tutta la rappresentazione dell’arte di Bowie: la messa in scena del warholiano “quarto d’ora di celebrità”, l’edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi e, non ultimi, i presagi di un cupo futuro orwelliano. “Extraterrestre”, e quindi libero dai tabù sessuali che incatenano l’umanità, Ziggy polveredistelle è la quintessenza dello spirito glam. In lui convivono passato e futuro: figlio dell’aura decadente del cabaret mitteleuropeo anteguerra, è proteso nello slancio avvenirista dell’Arancia Meccanica di Kubrick (1971), le cui note iniziali apriranno gli show dello Ziggy Stardust Tour.

E’ la maschera che incorpora tutti gli stereotipi del rock filtrati attraverso la lente grottesca del glam. Una caricatura del divo, destinato a essere idolatrato dal pubblico e stritolato dallo star-system. Un genio mutante, dunque. Ma il trasformismo è solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio.

Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come arte globale, aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive.  E’ grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam rock, punk, new wave, synth-pop, darkgothic, neosoul, dance.

LA MORTE DI ZIGGY

E’ inquieto e volubile, cerca nuove sfide, nuovi pianeti da esplorare. Così, alla fine del tour di promozione dell’album, compie un gesto simbolico e plateale: si sbarazza del suo ingombrante alter ego Ziggy Stardust facendolo “morire” sul palco. Di lì a poco anche l’epopea glam si dissolverà, nella polvere di stelle del suo eroe.

Pragmatismo di un artista che, uccidendo il personaggio che gli aveva regalato l’anelata celebrità, sa cogliere l’intima essenza delle dinamiche che governano i comportamenti del pubblico rock, che sotterra artisti con la stessa velocità con cui li osanna. Bowie non ha alcuna intenzione di restare schiacciato da un personaggio che avrebbe ben presto stancato il pubblico; la filosofia dei cambiamenti repentini finalizzati a tenere desta l’attenzione verso di sé, rivelatasi molto di più di una felice intuizione, lo guiderà negli anni a venire, fino a trasformarlo in un accorto businessman.

Per Bowie inizia un momento di transizione, ma anche di crisi, ne è la prova l’album Diamond Dogs, del 1974, in cui si presenta in copertina come un essere mostruoso, metà uomo, metà cane. Ispirato da Ragazzi Selvaggi di William Burroughs e da 1984 di Gorge Orwell, l’album anticipa l’umore della futura generazione della new wave, dove la paura per il futuro tecnologico travolge. Bowie dichiara di aver registrato l’intero album sotto della cocaina.

Dopo Ziggy, anche il Bowie glamorous è ufficialmente morto. Quello che rinasce, novella araba fenice, è un dandy che ha smarrito per strada zatteroni, paillettes e un bel po’ di mascara, ma ha conservato un look ambiguo e inquietante.

IL DUCA BIANCO IN AMERICA

Bowie si stabilisce a Los Angeles, dove inizierà uno dei periodi più cupi e drammatici della sua esistenza.

North Doheny Drive, Bel Air, qui sprofonda in un caos narcotico, preda di pusher e strozzini, e tormentato dai suoi demoni. Il suo matrimonio è al termine, i rapproti con i manager sono burrascosi, è scheletrico ed emaciato come un vampiro. Si ritira nel suo appartamento prigioniero delle sue fobie.

Gli amici che lo vanno a trovare trovano un Bowie circondato da pareti scarabocchiate da enormi pentagrammi, nel frigo la sua urina per proteggersi dai malefici, convinto che due fan volevano impadronirsi del suo sperma per essere fecondate, per portare avanti una stirpe di esseri satanici.

Ma in questo scenario, David, al lume di candele nere che allontanano gli spiriti, partorisce un disco rivoluzionario, Station to Station. È pronto un nuovo personaggio da idolatrare, il “Duca Bianco“: pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia bianca, capelli rosso-biondi impomatati e tirati all’indietro. Un essere algido e aristocratico, alienato dalla paranoia urbana e isolato nel suo mondo di musica robotica. Su di lui Bowie sfogherà tutte le ossessioni del periodo, inclusa la malsana attrazione per la mitologia nazista evocata in alcune farneticanti interviste.

LA TRILOGIA BERLINESE

Bowie si trasferisce con l’assistente Coco Schwab e con Iggy Pop a Berlino, dove è subito attratto dall’atmosfera mitteleuropea della città. La scena musicale elettronica, il cinema espressionista di Lang, Murnau e Pabst, il cabaret brechtiano, la nuova pittura tedesca affascinano il suo animo decadente. In questo scenario, matura la celeberrima trilogia Low-Heroes-Lodger, frutto del sodalizio con Brian Eno.

Dopo un disco, diverse collaborazioni cinematografiche e un anno speso a scrivere, comporre, suonare e dipingere, Bowie lascia Berlino, dopo appena un anno per tornare negli Stati Uniti.

LA DEPRESSIONE ARTISTICA

Registrato a New York, Scary Monsters (And Super Creeps) è l’anello di congiunzione tra la fase “avanguardistica” di Bowie e la sua successiva deriva pop-dance. Anche grazie all’ennesimo cambio d’immagine, l’album raccoglie nuovi proseliti tra i musicisti che confluiranno nel movimento new romantic.

Dieci anni pieni, esaltanti, irripetibili. E infatti non si ripeteranno. Da allora in poi, la carriera di Bowie scivolerà via quasi sempre in discesa, alternando clamorosi flop a sporadici sussulti del genio che fu.

Il primo passo verso il baratro del secondo decennio bowiano viene generalmente fatto coincidere con la svolta di Let’s Dance (1983), ultimo tentativo di Bowie di dire qualcosa, in un susseguirsi di  mille intuizioni senza riuscire ad afferrarne una.

La crisi creativa viene però brillantemente mascherata dal sontuoso Serious Moonlight Tour, che celebra il mito di Bowie con coreografie mozzafiato, con un formidabile ensemble di musicisti e con una scaletta accattivante.

Distratto dagli innumerevoli interessi extramusicali e appagato dal successo planetario raggiunto, Bowie smarrisce la via e imbocca il precipizio con Tonight, nel 1984. Anche la carriera cinematografica di Bowie vira verso film di dubbio gusto. Forse è il miracoloso intento di alimentare la sua leggenda facendo musica scadente. Non sa bene cosa stesse facendo, inebriato dal successo perde l’entusiasmo. Crede di non aver più niente da dire e pensa a guadagnare convito di essere ormai vicino alla fine.

L’incontro con Reeves Gabrels dà una svolta alla sua depressione artistica. Un nuovo progetto lo aspetta. I Tin Machine è il gruppo del chitarrista Reeves, con cui Bowie collabora, con un esito modesto.

IL RITORNO DI DAVID BOWIE

Dopo sei anni torna da solista, con la voglia di suonare e sperimentare. Black Tie White Noise del 1993 risente dell’euforia a seguito del matrimonio  di David con la splendida modella somala Iman Abdulmajid, tenutosi a Firenze un anno prima.

Ormai svincolato dall’ansia di sbancare le classifiche, il dandy di Brixton si dedica alle più svariate attività: collabora come editorialista con il periodico Modern Painters; allestisce con Brian Eno la raccolta di fondi “War Child: Little Pieces From Big Stars”, a Londra, presso la Flowers East Gallery, coinvolgendo numi del rock come Paul McCartney, Bono, Pete Townshend e Charlie Watts; inaugura alla Cork Street Gallery di Londra la prima mostra dei suoi lavori: dipinti, sculture e due disegni per carta da parati realizzati per Laura Ashley; partecipa nei panni di Andy Warhol al film Basquiat.  E che per Bowie sia un momento di risveglio creativo lo confermerà anche il successivo album in studio.

Nel 1995 esce Outside che rievoca il periodo berlinese, ricco di sperimentazioni elettroniche. L’ex Duca Bianco sembra risorto, sia come musicista, sia come cantante, con prove interpretative degne dei suoi anni d’oro.

Nel 1997, Bowie festeggia i suoi 50 anni con un mega-party al Madison Square Garden di New York, che riunisce amici vecchi e nuovi come Lou Reed, Sonic Youth, Robert Smith, Billy Corgan, Foo Fighters e Frank Black, tutti insieme sul palco a cantare con lui. Anche il suo look si adegua ai tempi: capigliatura da porcospino, orecchino e pizzetto mefistofelico nascondono le rughe degli anni. Bowie è riuscito miracolosamente a mantenere giovane il suo mito anche dopo vent’anni di musica, conquistando nuove schiere di fan e di musicisti-ammiratori.

ANIMALE NELLA JUNGLE MUSIC

Anziché cavalcare l’onda nostalgica del ritorno al passato, Bowie risale la corrente e si tuffa in un nuovo universo sonoro, quello dei club underground, scandito dai ritmi frenetici della jungle e del drum’n’bass.

Scritto e prodotto in sole due settimane, il nuovo album Earthling risulta un successo. Uscito dalla crisi, Bowie deve comunque portare avanti la lotta contro il tempo, il Dorian Gray del rock non accetta che gli anni passano.  L’ex glam-boy che viaggiava su Marte quando l’uomo era a malapena arrivato sulla Luna passa ogni notte sveglio, alla ricerca di una nuova sfida, fedele all’imperativo di Oscar Wild della “vita come un’opera d’arte”.

Con Hours, che esce nel 1999, il copione cambia ancora: si torna al passato, alle ballate classiche e un po’ nostalgiche. Nel complesso, però, il disco si rivela di scarso successo, dando l’impressione che la fiammata seguita al periodo Tin Machine si sia nuovamente spenta.

Nel 2002 realizza Heathenun disco piuttosto monotono, che regala qualche raro picco emotivo, soprattutto grazie alle interpretazioni, sempre memorabili, di Bowie, divenuto nel frattempo padre della piccola Alexandria Zahra Jones. Nemmeno Reality del 2003 inverte la rotta.

la STELLA DEL ROCK VOLA NELLO SPAZIO

A 10 anni dall’ultimo lavoro i studio esce The Next Day, è la dimostrazione che il talento di Bowie non si è esaurito, ma che è ancora un artista in grado di stupire ed emozionare. A suggellare l’evento, arriva anche la più grande mostra retrospettiva mai dedicata alla sua carriera, allestita al Victoria And Albert Museum (fino al 18 luglio) e contenente 300 oggetti provenienti direttamente e in esclusiva dal suo archivio privato di New York. Si possono quindi ripercorrere cinquant’anni di carriera di una delle icone del rock attraverso lettere private, disegni, artwork, scatti e fotografie esclusive di Herb Ritts e Helmut Lang, oltre, naturalmente, ai suoi eccentrici abiti.

Forse è vero che Bowie non si potrà mai capire, ma solo seguire nelle sue zigzaganti traiettorie, nella sua sincera artificiosità. Perché i suoi personaggi sono sì il diaframma che continua a frapporre tra sé e il mondo, ma anche le testimonianze più verosimili della sua personalità.

Blackstar, che esce all’inizio del 2016, è la conferma della sua ritrovata creatività. L’esaltazione per il nuovo disco però si spegne velocemente quando il 10 gennaio 2016 David Jones Bowie si spegne dopo 18 mesi di lotta contro il cancro. La sua morte non è stata differente dalla sua vita, un’opera d’arte. Ha fatto Blackstar come un regalo ai suoi fan e ai suoi amici.

 

Beyond Good&Evil

Con ostinazione, enfasi e sempre con la guida discografica di Bob Rock, i Cult ritornano sulla piazza con un album che cerca di sintetizzare quelle caratteristiche che quindici anni prima li avevano portati in alto. Ma i tempi sono cambiati e poco aggiunge la vigorosa batteria di Matt Sorum ai sogni dei due leader di sempre.