CARLOS SANTANA & ALICE COLTRANE: Illuminations

È sempre il Coltrane mistico, dell’ultimo periodo, la guida di Santana, anche se la sua chitarra ha una voce per forza diversa dal sax. Per andare più a fondo ancora nel suo cammino, Carlos si affida alla vedova del maestro, che gli era stata compagna in alcuni album controversi del finale di carriera.

Anche in questo caso i giudizi dell’epoca furono troppo severi; ma è vero che il disco ha poche idee e troppo spesso nasconde la sua pochezza dietro la fulgida iconografia e le angeliche visioni di un "eternal now".

1965

Realizzato in parte a New Orleans, tra il quartiere francese e la parte americana, porta i segni di quella cultura e delle sue combinazioni poliglotte. Calda e effervescente la prima facciata, con Somethin’Hot, 66 e una splendente Crazy, più vaporosa la seconda.

L’avventura finisce qui, Dulli continua nei Twilight Singers.

JERRY CANTRELL: Degradation Trip

Con le sue atmosfere depresse e incatenate nel dolore non distanti da quelle degli AIC (puntando su una sezione ritmica di grosso calibro, con Robert Trujillo e Mike Bordin), diventa il disco dell’addio all’amico Layne Staley. Esce in due versioni: la prima singola è in un solo CD e la seconda è quella in due, limitata, Degradation Trip Volumes 1&2.

Oneness: Silver Dreams, Golden Reality

Con la metà dei ’70 pareva che Santana avesse abbandonato la sua "seconda vita". Ci ritorna invece anni dopo con gli stessi accenti appassionati, questa volta in compagnia di un altro jazz rocker "illuminato", Narada Michael Walden.

Brani per lo più strumentali ma anche qualche canzone e un suggestivo tema popolare, Silver Dreams Golden Smiles.

Saved

Profondamente segnato dal gospel e dalla nuova fede e prodotto ancora una volta da Jerry Wexler e Barry Beckett, è migliore di quanto si dica in genere. Ascoltare per credere canzoni come Covenant Woman, In The Garden e Are You Ready.

A disturbare sono soprattutto i testi, laddove l’uomo del dubbio si è trasformato nel profeta delle certezze.

Bringing It All Back Home

Distribuito in alcuni paesi anche con il titolo Subterranean Homesick Blues, è uno dei dischi fondamentali di Dylan e della storia del rock. Al giovanissimo cantautore riesce un’impresa pressoché impossibile: fondere in un solo linguaggio la tradizione del folk e del blues, l’energia del rock e la visionarietà della poesia di Arthur Rimbaud e Allen Ginsberg.

Basta citare la sequenza delle canzoni della seconda facciata per far comprendere l’importanza di questo album: Mr. Tambourine Man, Gates Of Eden, It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding, It’s All Over Now Baby Blue. Nella foto di copertina, che ritrae Dylan accanto a Sally Grossman, la moglie del suo manager, spiccano dischi degli Impressions, di Robert Johnson, di Lotte Lenya e dell’amico Eric Von Schmidt.

Tra i musicisti coinvolti nelle session va ricordato almeno il grande chitarrista Bruce Langhorne.

Dylan

Dylan passa alla Asylum di David Geffen e accenna in qualche intervista alla fondazione di una propria etichetta discografica. La Columbia minaccia di svuotare i suoi archivi senza la sua autorizzazione e di mettere sul mercato altri dischi così.

Dylan è fatto in gran parte con gli scarti di Self-Portrait, il che è tutto dire! Vale comunque la pena segnalare la cover di Ballad Of Ira Heyes del cantautore di origine indiana Peter La Farge. Abbastanza sgangherate le versioni di Mr. Bojangles di Jerry Jeff Walker e di Big Yeallow Taxi di Joni Mitchell.

Real Live

Diario di viaggio del tour che lo vede per la prima volta anche in Italia (due serate all’Arena di Verona). Della band di Infidels resta solo Mick Taylor, cui si aggiungono l’ex Faces Ian McLagen (tastiere), Greg Sutton (basso) e Colin Allen (batteria).

La presenza di Glyn Jones in fase di produzione è la garanzia per un suono centrato sul rock’n’roll (la versione di Highway 61 Revisited, impreziosita dagli assolo di Taylor è una delle migliori incise da Dylan), mentre Carlos Santana suona in Tombstone Blues. Le foto della copertina, compreso il primo piano scattato durante la conferenza stampa di Verona, sono di Guido Harari, uno dei pochi "fotografi rock" italiani conosciuti all’estero.

Everything

La freschezza dei primi due dischi sembra smarrirsi tra le pieghe di una produzione di taglio sempre più standardizzato. Non a caso il pezzo di punta, la ballata sentimentale Eternal Flame, verrà ripresa anni dopo dalle Atomic Kitten, celebrità pop dell’Inghilterra post-Spice Girls.

Hard Rain

Se a Sam Shepard era stato affidato il compito di scrivere il diario di bordo della Rolling Thunder Revue, a Don De Vito tocca districarsi fra i nastri registrati durante la seconda parte di questo strano tour. Costretto a rinunciare ai brani in cui erano presenti gli ospiti legati da contratti con altre case discografiche, Dylan fa comunque una scelta saggia e stravolge alcune delle sue canzoni più belle (è il caso di One Too Many Mornings).

L’intensità delle sue interpretazioni e la qualità della band — in pratica la stessa di Desire lo rendono uno dei suoi live migliori. Dylan partecipa anche, nell’autunno del 1976, al concerto d’addio della Band e la sua performance è documentata sia nel triplo LP (WB, 1978) sia nel film di Martin Scorsese intitolati The Last Walta.

Janis Ian II

Il disco “jazz” della Ian, contraddistinto con il numero romano II per distinguerlo dall’omonimo album di debutto. Accompagnata da una formidabile sezione ritmica (Richard Davis, Ron Carter e Steve Gadd), la cantautrice sfoggia tocco e padronanza tecnica al pianoforte mettendo in tavola un altro bel gruzzolo di articoli pregiati: Do You Wanna Dance? sta elegantemente in bilico tra Carole King, Joni Mitchell e Herbie Hancock, Silly Habits flirta inappuntabilmente con la tradizione (tanto da convincere il grande Mel Torme ad interpretarla in duo con l’autrice), That Grand Illusion è “sophisticated pop” allo stato puro, I Need To Live Alone Again continua la tradizione delle ballate spezzacuori. 

 

Greetings From Asbury Park, NJ

John Hammond, scopritore di talenti, fa firmare agli inizi degli anni ’60 il primo contratto discografico a Bob Dylan e poco più di dieci anni dopo a Bruce Springsteen.

L’esordio è un disco raffinato di canzoni folk/rock, molto apprezzato dalla critica musicale ma non dal pubblico. Etichettato come "il nuovo Dylan", Springsteen sembra frenato nella creatività e soprattutto nel sentirsi libero di osare di più. Un esordio acerbo con qualche perla: For You, Growin’ Up e Spirit In The Night.

BOB DYLAN/THE BAND: The Basement Tapes

Per arginare in qualche modo la diffusione "pirata" dei brani registrati da Dylan con la Band durante la lunga convalescenza del ’66/’67, la Columbia decide finalmente di pubblicarli in modo ufficiale.

Tra acetati e copie del leggendario Great White Wonder, il primo bootleg della storia del rock, molte di queste canzoni erano state incise da altri artisti – Million Dollar Bash dai Fairport Convention, Mighty Quinn da Manfred Mann, This Wheels On Fire da Julie Driscoll e Brian Auger, Tears Of Rage da Gene Clark — ma le versioni originali sono senz’altro quanto di meglio Dylan abbia scritto e inciso, muovendosi rischiosamente sul crinale che separa il neorealismo stile John Ford di Clothes Line Saga dal surrealismo folle di Odds & Ends.

Dirt

Dal metal ossianico di Them Bones al brano trainante Would?, un disco depresso come pochi. In Dirt ci sono droga (Junkhead, Godsmack), apatia (Angry Chair), desolazione (Down In A Hole) vissute dall’interno, la voce di Staley tossica e disperata, e litanie dure quali Rain When I Die e Rooster. Grande successo per un esorcismo generazionale contenuto in un ruvido mélange di stili rock.

IV

La recessione prosegue, benché tutti e tre i fondatori siano rientrati nell’organico. Tequila Sunrise fa la sua parte nelle rotazioni radiofoniche, ma non basta a far risalire le quotazioni di un marchio in declino sul fronte discografico, ma sempre gagliardo nelle prestazioni live, ormai oltre il confine dello show heavy metal.

Aftertones

La Ian resta fedele alla cifra stilistica dei due dischi precedenti sfoggiando ancora apprezzabile duttilità interpretativa: nella nuova collezione spiccano Love Is Blind, ballatona sentimentale con un impeto melodico alla Neil Diamond (numero uno in Giappone, dove anche l’album diventa un hit), l’afterhours di Belle Of The Blues, altro malinconico ritratto di una stella cadente, e l’intreccio vocale da manuale di Hymn, ricamato con le grandi voci ospiti di Odetta e Phoebe Snow. 

 

The Ghost Of Tom Joad

Dopo la pubblicazione di questo disco, Springsteen fa un lungo tour da solo nei teatri sparsi in tutto il mondo. Il pubblico ascolta in religioso silenzio le storie di emarginazione e di fame di emigranti che cercano fortuna senza trovarla.

Bruce canta la desolazione di chi si trova a cercare di conquistarsi illegalmente ciò che avrebbe invece il diritto di avere.

Blood On The Tracks

Dylan si lascia definitivamente alle spalle la crisi dei primi ’70, anche se questo album — per alcuni critici il suo migliore in assoluto — è in gran parte la cronaca della fine del matrimonio con Sara.

Le canzoni, anche quelle apparentemente "minori" come Buckets Of Rain e Meet Me In Morning, sono tra le migliori da lui mai scritte. Valga su tutti l’esempio di Tangled Up In Blue, in cui la struttura narrativa viene continuamente modificata, provocando un effetto di straniamento che l’autore oltre tutto alimenta, cambiandola ogni volta che la canta dal vivo.

Non vanno d’altra parte dimenticate Idiot Wind, una delle più feroci canzoni mai scritte sulla fine di un amore, Simple Twist Of Fate, Shelter From The Storm, You’re A Big Girl Now o You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go.

CARLOS SANTANA & JOHN McLAUGHLIN: Love Devotion Surrender

Santana scopre il misticimo orientale e si lega al guru Sri Chinmoy, lo stesso di cui è discepolo John McLaughlin. Nella nuova vita i due vengono ribattezzati Devadip e Mahavishnu e con quei nomi si propongono in un album molto atteso che viene accolto peraltro con delusione.

I loro intrecci di estatica chitarra, i loro voli radiosi verso "la casa del Signore" sono giudicati con sufficienza; e con sospetto vengono guardate le nobili cover dell’album, Naima e A Love Supreme, dal sancta sanctorum del repertorio di Coltrane.

Trent’anni dopo, venuta meno certa urgenza polemica, è un album che si può onestamente rivalutare.