Sandinista!

A cavallo del decennio, i Clash sono per molti "l’unica rock band che conta". Loro se ne assumono la responsabilità, pubblicando un monumentale triplo LP (poi reimpacchettato in due cd) che allarga a dismisura il punto d’osservazione sul turbolento mondo circostante.

La musica è, coerentemente, un melting pot: oltre alla consueta playlist a base di rock, reggae e dub (celebrato con un’intera facciata) le antenne di Radio Clash captano stavolta valzer ribelli, ritmi disco, carnevali antillani, invocazioni gospel e i nascenti fermenti dell’hip-hop nero-americano (l’iniziale The Magnificent Seven).

Sicuramente ridondante, eccessivo e imperfetto: ma la miriade di epigoni successivi, nel mondo (Manu Chao, Rancid, Billy Bragg) e in Italia (Gang), dimostrerà negli anni la lungimiranza della sua visione "no global" e senza frontiere.

Combat Rock

L’ultimo disco della line-up classica, prima dell’allontamento di Mick Jones, è il più fortunato commercialmente ma anche il più diseguale della produzione: da una parte i singoli killer (la stonesiana Should I Stay Or Should I Go?, la disco-rock arabeggiante e stralunata di Rock The Casbah), dall’altra i riempitivi che denunciano una band in lenta disgregazione.

Il gioiello è Straight To Hell, ballata percussiva e onirica che immortala al meglio la ruvida, visionaria poetica di Joe Strummer; in Ghetto Defendant la voce recitante è di Allen Ginsberg.

The Clash

White Riot e Complete Control sono concitate e febbrili come un reportage dal fronte, Garageland è una appassionata dichiarazione di identità, Police & Thieves (di Junior Murvin) il prototipo di una mistura reggae-rock incendiaria come una molotov. L’edizione americana (Epic, 1979) scompagina la scaletta originale ma include altre pietre miliari: il rock fuorilegge di I Fought The Law e (White Man)In Hammersmith Palais, altra irresistibile incursione nella musica giamaicana.

The Clash On Broadway

Ben confezionato, il box retrospettivo non aggiunge però un gran che a quanto già si sa della band: travolgenti le tracce dal vivo (I Fought The Law, English Civil War), bella l’inedita cover soul Every Little Bit Hurts, interessanti per i collezionisti i demo originari di Janie Jones e Career Opportunities, poi pezzi-chiave del primo album.

London Calling

L’odio-amore nei confronti dell’America, vista come terra di radici musicali e di complotti internazionali, scaraventa i quattro londinesi in una nuova dimensione: il terzo disco, doppio, è un’enciclopedia di suoni che non dimentica l’ardore punk (Clampdown e l’incandescente title-track) ma si espande con entusiasmo incontenibile fino ad includere il jazz da club afterhours, il rockabilly (la cover di Brand New Cadillac), ballate in stile Spector, ska/reggae rivoltosi e pulsante pop-rock (la traccia fantasma Train In Vain).

Tutto perfetto, rètro e moderno al tempo stesso: dalla copertina ("lettering" in stile primo Elvis, la foto in bianco e nero di Simonon che distrugge il basso sul palco), alla produzione scintillante ed asciutta del mago Guy Stevens, fino alle (grandi) canzoni, che parlano di violenza urbana (The Guns Of Brixton) e terrorismo basco (Spanish Bombs) in un utopico e febbrile anelito di internazionalismo rock.

L’edizione del venticinquennale, su doppio CD, regala un nutrito gruzzolo di demo (anche inediti, i cosiddetti "Vanilla tapes") saltati fuori dai cassetti di Mick Jones e, nella sezione DVD, interviste, filmati dal vivo e un documentario di 45 minuti girato in studio dal video maker giamaicano Don Letts.

Cut The Crap

L’assenza di Headon e Jones, licenziati uno dopo l’altro dagli ex compagni, è più grave del previsto: i sostituti (due i chitarristi, Nick Sheppard e Vince White) mancano di personalità e Strummer, mal consigliato dal manager Bernie Rhodes, affoga in un disco mal prodotto, caotico, datato nel recupero di superate sonorità punk rock, goffo quando tenta di saltare sul treno di sonorità dance ed elettroniche alla moda.

Dalla palude spunta un solo fiore: This Is England, impagabile coro da stadio che fotografa alla perfezione lo stato di una nazione.

Giv’em Enough Rope

La produzione "mainstream" e iperprofessionale dell’americano Sandy Pearlman (Blue Oyster Cult) alza il volume delle chitarre ma imbriglia l’irruente spontaneità del quartetto, ora irrobustito dal drumming di Topper Headon. Salvano il disco Stay Free, ode di Jones all’amicizia virile, e il poderoso trittico iniziale (Safe European Home su tutte).