Philophobia

Brumoso ed ellittico, la cifra stilistica principe degli Arab Strap: le pacate scansioni della drum machine, gli arpeggi chitarristici di Malcolm Middleton e la spoglia intonazione di Aidan Moffat, crooner porno per chilometri di confessioni intime da fondo del bicchiere o di un’intera esistenza, nei 13 episodi in cui è diviso questo esplicito diario sentimentale.

L’anno dopo ai concerti viene venduto Mad For Sadness (1999), un live in edizione limitata registrato a Londra alla fine del 1998.

The Week Never Starts Round Here

Il duo scozzese è ancora crisalide, il debutto un feto triste e scheletrico. Già è inconfondibile, tuttavia, il bricolage elettronico/acustico da pub all’ora di chiusura. Western fantasma (I Work In A Saloon), stornelli celtici (General Plea For A Girflriend), odi a Kate Moss e un singolo dal decollo indolente che la dice già lunga: The First Big Weekend.

Monday At The Hug & Pint

Possono indisporre al primo ascolto quanto conquistare un attimo dopo. Il pop lo-fi degli Arab Strap usa sempre più spesso gli archi come risonanza emotiva (memorabili The Shy Retirer e Loch Leven). Fucking Little Bastards è invece un tambureggiante e rumoroso rock post shoegazing. Peccato per qualche logorrea di troppo; non tutto è al livello delle cose migliori.

The Read Thread

Il ritorno all’ovile coincide con il miglior risultato artistico. C’è tutto il demone ipocondriaco di Moffat e Middleton nel capitolo più ispirato della coppia.

Ballate rarefatte (Scenery), post punk venereo (Last Orders), languori orchestrali (Haunt Me) e su tutto ancora la voce cisposa del cantante, con le sue storie da Bukowski di Scozia, dal voyeurismo di Love Detective al duetto con la sirena di The Long Sea.