The Happy Club

Commercialmente è un insuccesso, creativamente non vale il precedente, però è un album con una sua dignità e fantasia; forse un po’ dispersivo, per quel saltare fra vari stili e vari umori, con salde radici ancora nel folk rock ma sguardi anche al pop contemporaneo.

Geldof canta e suona le chitarre appoggiandosi a una piccola orchestra di musicisti amici (The Happy Clubsters) fra cui il violinista Bob Loveday, il vecchio amico Pete Briquette e Geoff Richardson. Un cameo per Karl Wallinger.

The Vegetarians Of Love

Geldof non ha fretta e si prende anni per realizzare un seguito, questa volta convincente. La musica recupera un certo spirito Boomtown, si fa semplice e da strada, mentre emergono piacevoli venature di folk irlandese che ricordano un po’ il gusto dei Waterboys, e anche tracce dylaniane (A Rose At Night).

Prodotto da Rupert Hine, il disco produce un singolo di successo come The Great Song Of Indifference, ripreso anni dopo in Italia dai Modena City Ramblers.

Deep In The Heart Of Nowhere

L’irlandese Bob Geldof (1954) è già una celebrità quando debutta come solista con quest’album; a suo credito non solo una brillante carriera con i Boomtown Rats ma anche un appassionato impegno nel campo del “rock sociale”, culminato nel 1985 con l’organizzazione dello storico concerto Live Aid. Nonostante la fama e le aspettative, però, il primo disco delude, con un pop rock anni ’80 piuttosto convenzionale, senza lo smalto dei Rats e con arrangiamenti spesso pesanti.

Geldof Bob

Nato nel 1951 da famiglia irlandese cattolica, Bob Geldof fonda i Boomtown Rats nel 1975 – con cui riscuote un discreto successo nelle charts britanniche – e intraprende la carriera solista nel 1986.

È inoltre noto per essere attivista e promotore di eventi benefici di rilievo mondiale. In veste di attore, è stato il protagonista del film di Alan Parker The Wall, ispirato all’album dei Pink Floyd.

Sex, Age & Death

Sono passati quasi 10 anni dall’ultimo album, e molte storie, anche drammatiche, come la separazione dalla moglie Paula Yates e la morte del suo compagno Michael Hutchence.

Geldof ha assorbito tutto e lo restituisce in forma di un disco amaro e scabroso, che non porta più tracce dello spirito lieve e brillante di un tempo. Un’opera non facile, a tratti ossessiva, con il marchio però forte della sincerità, anche spietata.

L’autore cita tra le ispirazioni Lennon, Cohen, Chet Baker, Peter Gabriel e i Pink Floyd; e proprio i Floyd sembrano la pista giusta, o meglio Roger Waters, con i suoi incubi e la voce che affonda come una lama in canzoni come Mudslide o Pale White Girls.