Trailer Park

Il vero debutto in società della Orton sintetizza in forma originale le sue precedenti frequentazioni della scena dance con l’impronta cantautorale di un Martyn o di un Nick Drake: nascono così ipnotiche ballate electro folk come She Cries Your Name e Touch Me With Your Love, sospese tra groove e melodia, campionatori e violoncelli.

Il fragile e seducente registro di soprano della vocalist tinge uniformemente un disco a due facce: l’arpeggio acustico da folk club prende il sopravvento in Don’t Need A Reason, Sugar Boy e nella cover delicata di I Wish I Never Saw The Sunshine (Ronettes), la pulsazione elettronica prevale in pezzi più sperimentali come Tangent e Galaxy Of Emptiness.

Daybreaker

Meno acustico e più denso dei precedenti, il nuovo album ripropone il trip folk tipico della Orton ma anche di altri giovani virgulti d’Oltremanica (David Gray, David Kitts).

In studio ci sono i suoi maestri d’elettronica, Chemical Brothers (nella pulsante canzone che intitola il disco) e William Orbit (nel finale suggestivo di Thinking About Tomorrow), e il fratello spirituale Ben Watt, ma anche "tradizionalisti" come Emmylou Harris e Ryan Adams, a testimoniare un allargamento di orizzonti che si spinge in direzione di generi meno frequentati (la bossa nova elettronica e lounge di Anywhere). In bocca resta però un retrogusto di già sentito.

SuperPinkyMandy

Beth Orton debutta con un album pubblicato solo in Giappone in limitatissime quantità e oggi praticamente introvabile (se non su bootleg). Produce un’altra star della scena elettronica, William Orbit, che sottopone ai suoi tipici loop pezzi cantautorali come She Cries Your Name (poi ripresa nel disco successivo) e Don’t Wanna Know ‘Bout Evil di John Martyn.

Pass In Time

Un po’ prematura, dopo tre soli album effettivi, questa antologia (doppia: il secondo CD contiene un’altra razione di remix e rarità) ha comunque il merito di recuperare qualche altra facciata B (Pedestal), tracce del primo rarissimo disco (compresa la cover di John Martyn) e due pezzi da Best Bit, EP pubblicato nel 1997: la title track, in bello stile pop funk, e una versione zingaresca di Dolphins (Fred Neil) incisa in compagnia di uno degli idoli della cantante, il cantante americano folk jazz Terry Callier.

Central Reservation

Ammalia ancora la cantautrice dalla voce brumosa e intrisa di malinconia, in un disco ancora più polarizzato del precedente tra ammalianti scansioni trip hop (Couldn’t Cause Me Harm, Stars All Seem To Weep) e intimismo acustico e minimalista (una So Much More dal tocco impressionista, la sequenza Blood Red River/Devil Song/Feel To Believe), con la presenza di ospiti importanti: Ben Harper (in Stolen Car e Love Like Laughter, ballate elettroacustiche), Dr. John e il suo pianoforte nel pop orchestrale anni ’60 di Sweetest Decline, Terry Callier e la sua chitarra in Pass In Time, un folk jazz alla sua maniera. C’è anche Ben Watt degli Everything But The Girl, che conduce su ipnotiche cadenze la title track presente in due versioni, perfetta incarnazione della doppia identità musicale della Orton.