1977

l titolo del disco non è un omaggio alla data di pubblicazione di The Clash e Never Mind The Bollocks, bensì l’anno di nascita di Wheeler e del bassista Mark Hamilton. Nonostante la giovane età, la band confeziona un riuscitissimo tentativo di sposare melodie pop e sonorità punk. Godibile e a tratti entusiasmante, con due singoli-capolavoro come Girl From Mars e Oh Yeah.

Stakes Is High

Copertina in bianco e nero, immersione totale nella strada e nell’hip hop dei pionieri: la vaga aria di rilancio che si respirava in Buhloone Mindstate si concretizza nel disco più convincente dai tempi del debutto.

Sotto il ritrovato buonumore dei rapper circola molto jazz, che anima i titoli più incisivi: Supa Emcees, The Bizness, 4 More e Stakes Is High. Se tra gli artisti campionati compaiono i jazzisti Lou Donaldson e Chico Hamilton, non mancano le citazioni di Jackson Five, James Brown e Slick Rick, mentre Sunshine è esplicitamente legata alla High On Sunshine dei Commodores.

Spirit Chaser

L’ultimo capitolo dei Dead Can Dance è anche il meno etereo e sfuggente dell’intero catalogo. Le nuove "armonie di cielo e terra" hanno una dimensione ritmica più accentuata, che sfiora persino territori funky nelle tastiere di Song Of The Stars. Altrove, tra suoni della foresta e rumori tropicali, affiorano sentori di America Latina (Song Of The Disposessed). Ma la loro resta, fino all’ultimo, una musica intrinsecamente aliena.

Eat The Phikis

Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, indimenticati conduttori di Giochi senza frontiere, danno il via alla loro maniera all’album che contiene il brano della definitiva consacrazione del gruppo: La terra dei cachi, giunto secondo al Festival di Sanremo.

Giorgia è ospite in T.V.U.M.D.B. pezzo dedicato alle "ragazze che scrivono su vari supporti, siano essi diari o mezzanini le seguenti cose: love by Simona ’82 più altre scritte tutte storte di genere giovane", mentre El Pube utilizza un’irresistibile ritmo sudamericano per raccontare la storia di un commerciante di "necessaire per le esigenze di coppia".

I colpi di genio sono però Li immortacci, in cui Hendrix diventa "er chitara", Marley "er rastamanno" e Freddy Mercury "er mafrodito" e soprattutto Tapparella, amarcord dedicato a una "festa delle Medie" a base di Fonzies e spuma.

Richard D. James

Non ferma il suo processo creativo Aphex Twin e giustamente chiama quest’album col suo vero nome: già, perché Richard D. James è un insieme stupefacente di creatività musicale! C’è ancora techno, c’è drum’n’bass, c’è jungle, c’è breakbeat, c’è ambient: il tutto perfettamente miscelato insieme per un disco che, nel suo complesso, è perfetta colonna sonora di un viaggio tra i territori meno conosciuti e più sperimentali della nuova elettronica.

Avevate mai pensato a una lunga serie di tracce perfette per qualsiasi situazione, sia essa la pista da ballo, la camera alle 4 del mattino, il viaggio in macchina sotto la pioggia o una nuotata col sole dei Caraibi? La risposta è che questo disco esiste, si chiama Richard D. James.

Fungus Amongus

Quattro ragazzi del sud California — Brandon Boyd (voce), Mike Einziger (chitarra), Alex Katunich (basso) e José Pasillas (batteria) — esordiscono giovanissimi con un ex voto ai loro ispiratori: Faith No More, Mr. Bungle, Red Hot Chili Peppers e Primus. Pur derivativo, il mix bollente di funk, rap, hard rock, soul, eccetera, è ancora comprensibilmente acerbo, ma dimostra che i ragazzi non sono degli sprovveduti. Pubblicato per la loro etichetta (dal nome improbabile: Stopuglynailfungus Music on Chillum), è ristampato nel 1996 sotto l’egida della Sony.

UTAH PHILLIPS & ANI DiFRANCO: The Past Didn’t Go Anywhere

Il folk singer e poeta vagabondo Utah Phillips è uno dei modelli ispiratori della cantautrice, che incornicia i suoi reading e le sue storie di strada su uno sfondo di ritmi trip-hop, arpeggi acustici e pennellate ambient. Suggestiva "spoken word", che richiede naturalmente buona conoscenza della lingua inglese per essere apprezzata appieno.

Carnegie Hall Concert: June 18, 1971

Eccolo finalmente pubblicato per intero, il concerto apoteosi con cui Carole King festeggia a casa propria il successo straordinario di Tapestry. L’occasione è solenne, ma la performance è opportunamente sobria ed elegante, quasi da club: per metà in solitaria, mentre nella seconda parte intervengono discretamente la chitarra di Kortchmar, il basso di Larkey (suo secondo marito), un quartetto d’archi e, nei bis, l’immancabile James Taylor.

In scaletta qualche pezzo da Writer, qualche anticipazione dal successivo Music e una deliziosa medley tra Will You Still Love Me Tomorrow (Shirelles), Some Kind Of Wonderful e Up On The Roof (scritte entrambe per i Drifters).

Beautiful Freak

Album d’esordio che è un lampo di genio: Novocaine For The Soul, per intenderci, una Loser più cantabile e con la cultura dello stop & go. Rock, pop, country, hip hop, canzone d’autore postmoderna da ascoltare e riascoltare — assieme a Beatiful Freak o a Lucky Day In Hell — in un coktail di eclettismo, ironia, malinconia.

Infinite

Un esordio poco più che decoroso per una carriera dagli sviluppi straordinari. Le 11 tracce del debutto discografico mostrano un artista ancora alla ricerca di un proprio stile, ma già in grado di offrire sprazzi di classe in brani come 313, Infinite e Open Mic.

Al disco partecipano i compagni di strada Proof, Eye-Kyu, Thyme e Denaun Porter; tiepida la critica, che considera il giovane Mathers un emulo bianco di Nas e AZ.

Libera

Lasciati i Matia Bazar all’inizio degli anni ’90, Antonella Ruggiero dà il via alla sua carriera solista con un disco che accosta classiche ritmiche pop-rock a suoni della tradizione orientale. Una formula non del tutto convincente ma decisamente meno banale di quella che aveva caratterizzato gli ultimi album incisi dalla cantante assieme alla band genovese.

To The Faithful Departed

Classico contraccolpo post-trionfo, capitato peraltro a molti. Firmato quasi tutto dalla O’Riordan nel nome di un rinnovamento che tale non è, sposta l’asse stilistico dal pop al rock made in USA. Registrato con un produttore americano, dedicato al pubblico americano, con qualche sbandierata sulla scia di Zombie (War Child e Bosnia) e strizzate d’occhio agli U2 (Forever Yellow Skies).

Three Snakes And One Charme

Immediato riscatto con un album stupendo, che in meno di 50 minuti offre dodici canzoni impeccabili, tutte firmate dai fratelli Robinson, coppia inossidabile che celebra il southern rock in Under A Mountain e Nebakanezer, l’hard rock spruzzato di funky di (Only) Halfway To Everywhere, il Soul con l’andatura notturna di Bring On, Bring On, omaggia il country nei suoni rurali di One Mirror Too Many e Girl From A Pawnshop.

Buona la produzione di Jack Joseph Puig, secondo molti, colpevole del mezzo passo falso dell’album precedente.

Sutras

Canzoni quasi acustiche, atmosfere pacate, rilassate, lente, con minimi arrangiamenti, qualche suono di harmonium, mellotron, tabla, violoncello. Ispirate a testi di Sai Baba, Edgar Allan Poe e Saffo.

Il tutto è sorprendente se si considera l’etichetta e il produttore (Rick Rubin), specializzati in musica molto ma molto più forte. Sarebbe stato molto più bello in altri tempi ma è comunque il più interessante dell’ultimo periodo.

Wild Mood Swings

 

Delusione. Le strizzatine Mariachi di The 13th, non troppo distante dalla vecchia Caterpillar, vogliono uscire dalla routine anche se fanno storcere più di un naso e i duri e puri dell’intero album preferiscono ricordare la sola Want. I selvaggi cambiamenti d’umore promessi sono tra Numb, Jupiter’s Crash, This Is A Lie, molto malinconiche, e le più vivaci Return, Strange Attraction e Mint Car. Gone invita tutti a uscire dal proprio guscio e godersi il mondo.

Ennesimo cambiamento, torna O’Donnell, escono Thompson e Williams e alla batteria arriva Jason Cooper.

Dove c’è musica

Innamorato pazzo della showgirl Michelle Hunziker (Più bella cosa), beato padre di famiglia (L’aurora), venerato dal pubblico per le sue ballate sentimentali (Stella gemella), è come uno stilista al suo meglio: confeziona capi eleganti, e a quello che succede “ai bordi di periferia” non dedica più di un vago ricordo (Lettera al futuro).

La sua fase creativa è finita, e la multinazionale Eros si gode una Buona vita.

Live At Budokan

Doppio CD dal vivo in Giappone nel 1995, con sezione fiati. Concerto non brutto ma che soffre di un repertorio che non consente ancora grandi possibilità. Il problema, però, è forse più a monte: come altri grandi prima di loro (Beatles, Kinks, XTC) anche i Blur non passeranno alla storia per quel che hanno offerto sul palco.

Sempre per il mercato giapponese sono disponibili due raccolte ibride di brani sparsi in studio e dal vivo, inediti sugli album ufficiali inglesi: The Special Collectors Edition (Food, 1994) e Bustin’ + Dronin’ (EMI, 1998 2CD), con un disco di remix e uno di brani dal vivo nel 1997. E sempre in tema di curiosità accessorie va segnalato anche il Blur Box Set del 1999, una sorta di beauty case con 22 CD singoli.

In A Bar Under The Sea

Non ha canzoni incisive quanto l’esordio ma molti momenti diversi per tipo di musica e atmosfera, funk (Fell Of The Floor Man), jazz (A Shocking Lack Thereof), power pop (Memory Of A Festival), melodia facile (Little Arithmetics), viaggi in zona colonna sonora (Theme From Turnpike) e ancora i Velvet Underground (Roses). Gli arrangiamenti, ricercati e minimalisti, sono la nota più curiosa.

What Would The Community Think

Due album pubblicati nello stesso anno presuppongono un repertorio assai ampio all’interno del quale pescare. Notevole anche la gamma dei suoni: la title track è un’atipica ballata per voce, chitarra e piano ma non mancano episodi che sfiorano il punk.

Due le cover cui la voce Cat Power dona nuove sfaccettature: Fate Of The Human Carbine di Peter Jefferies e Bathysphere di Bill Callahan, meglio conosciuto come Smog.

Recurring Dream — The Very Best Of Crowded House

Per disaccordi interni e ambizioni solistiche dei due Finn, i Crowded House annunciano la separazione nel giugno 1996, pubblicando in contemporanea una raccolta dei brani migliori del repertorio. In Australia viene pubblicato con un bonus CD registrato dal vivo.

I due fratelli pubblicano insieme Finn Brothers (Parlophone, 1995), un altro disco che conferma il loro straordinario gusto per il pop beatlesiano, poi proseguono per loro conto.

AFRIKA BAMBAATAA&THE SOULSONIC FORCE: Lost Generation

Il rilancio del marchio si spiega con il tentativo di riportare in auge il vecchio successo con il titolo di Planet Rock ’96, ma i tempi d’oro sono lontani. AFRIKA BAMBAATAA PRESENTS TIME ZONE: Warlock & Witches, Computer Chips, Microphones And You (Profile, 1996). Ritorna il marchio Time Zone, che oltre dieci anni prima Bambaataa condivideva con John Lydon, e il suono si riporta in zona hip hop, con l’intervento di giovani rapper, tra cui primeggia la giovane Queen Asia.

This Is Time Zone riprende il famoso singolo, con l’aggiunta di una sezione fiati. Confrontate alle produzioni del periodo, tuttavia, le basi non sono competitive quanto il personaggio Bambaataa, a ragione riconosciuto come figura-chiave per la nascita e lo sviluppo del movimento.