The 30th Anniversary Concert Celebration

Pur essendo restio alle autocelebrazioni, il maestro si concede a un grande concerto al Madison Garden. Alcuni ospiti fanno una pessima figura, altri — vedi un Neil Young in splendida forma, Eric Clapton, Roger McGuinn, Tom Petty o George Harrison — riescono a vincere l’emozione e se la cavano alla grande.

Non indispensabile, ma a tratti commovente.

Good Stuff

I concittadini R.E.M. portano la voce di Kate al n.1 (Shiny Happy People), ma la Wilson lascia il gruppo. Il trio riesce a galleggiare piuttosto bene, e l’anno successivo si regala un po’ di facile successo con la canzone del film I Flintstones (nel quale appare col nome B.C.-52’s).

Images And Words

Il disco che ha segnato più di ogni altro l’heavy metal degli anni ’90, generando di fatto il progressive metal, un genere florido per tutto il decennio. Gli intenti dell’esordio, vengono focalizzati al meglio ed amplificati da brani bellissimi, Pull Me Under, Take The Time, Sourrounded e dalla corazzata Metropolis — Part I, ambiziosa sfida ai King Crimson d’annata.

Merito di un equilibrio compositivo perfetto, delle tastiere che tagliano riff di rara intensità e soprattutto della voce del nuovo arrivato James LaBrie, cantante canadese destinato a fare scuola per una vasta schiera di imitatori. Impeccabile il lavoro alla consolle di David Prater.

Italyan, Rum Casusu ´ikti

Sulle idee contenute in quest’album un gruppo più "calcolatore" avrebbe potuto costruire un’intera carriera ma Elio e i suoi sono così, generosi ed eclettici, spesso volgari ma divertentissimi. Diego Abatatantuono torna "terrunciello" in Supergiovane, Riccardo Fogli, i Chieftains e Skardy dei Pitura Freska partecipano a Uomini col borsello ma il momento più riuscito è forse Servi della gleba, cinico ritratto di un giovane prima schiavizzato e poi scaricato dalla sua fidanzata.

Sicuramente il disco più divertente dei capofila del rock demenziale italiano.

Imperfectly

Attorno alla DiFranco cresce già un piccolo culto, e l’interessata risponde con I’m No Heroine, dichiarazione onesta e disarmante di deviante "normalità" fedele all’antica etica punk. Il neo folk crudo e schizzato resta al centro del suo universo sonoro, dove il ritmo della narrazione (What If No On’s Watching, In Or Out) conta quanto i contenuti (l’amara ballata di emigrazione Every State Line).

The Southern Harmony And Musical Companion

Investito del ruolo di salvatore della tradizione southern rock, per la copertina di questo album, il gruppo si fa ritrarre alla maniera dei primi Allman Brothers Band, di cui vengono subito definiti gli eredi. L’album debutta al primo posto e fa conoscere la band anche in Europa.

Senza apportare la minima variazione ad un suono rispettoso del passato, ricco di feeling e dominato da solide chitarre e dalle interpretazioni vocali del bravissimo Chris Robinson, il disco (sempre prodotto da George Drakoulias) poggia su una serie di canzoni memorabili, l’iniziale Sting Me, la ballata Thorn In My Pride, i rock acidi di Black Moon Creeping e No Speak, No Slave, fino all’hit mondiale Remedy, senza dimenticare la convinta rilettura di Time Will Tell di Bob Marley.

Il tempo confermerà le intuizioni iniziali: è uno dei dischi più belli ed importanti del decennio.

Uh-Oh

Byrne insiste sulla pista latina, tramutando in quella lingua gli slanci bizzarri e nevrotici della sua giovinezza Talking Heads. Divertente, anche se con un repertorio ondivago. Nel cast musicisti brasiliani e americani, da Angel Fernandez (co-autore di tre brani) a Milton Cardona e Steve Sacks, più vecchi amici: Nona Hendrix, Terry Allen.

Check Your Head

Ai tre, nel frattempo stabilitisi in California e tornati ad impugnare chitarra, basso e batteria, si aggiunge il tocco lounge del tastierista Money Mark Nishita. Il disco è assai più versatile dei lavori precedenti, con l’hip hop che si mischia al punk rock d’origine e flirta con reggae, dub e sensazioni "exotica". Jimmy James, Pass The Mic e So Watc’cha Want permettono ai Boys di riaffacciarsi nella Top 10 americana.

Live

Straordinario doppio album che documenta un suono incorruttibile, sciorinato in un tour mondiale dove hanno spesso ricoperto il ruolo di band leader del carrozzone del festival itinerante Monsters Of Rock. In oltre due ore, ricavate da 153 concerti che hanno toccato 21 paesi, la band regala venti classici che hanno segnato la storia del rock duro degli ultimi due decenni.

Big Star Live!

Tracce di una band da tempo scomparsa riaffiorano in questo "broadcast" radiofonico per anni riciclato dai mercanti di bootleg. È il 1974 e i Big Star, in trio, danno fondo soprattutto al repertorio di Radio City. Suono spoglio, di stoffa grezza e più urticante che in studio (O My Soul). Ancora meglio l’intermezzo acustico, con Chilton perfettamente calato nel ruolo in un pezzo ironico ed amarognolo firmato da Loudon Wainwright III (Motel Blues).

Congregation

Un flusso travolgente di rock moderno, soul e gospel profano il cui ritmo drammatico ha affinità con il musical (The Temple è una cover da Jesus Christ Superstar) e il cinema. Per gli "afgani" è la prima grande prova di una scrittura unica, ai cui estremi stanno la burrascosa Turn On The Water (piano elettrico contro chitarra in wah wah) e il lento tipo Let Me Lie To You.

Dello stesso anno è Uptown Avondale (Sub Pop, 1992), mini con quattro cover di classici soul (Diana Ross & The Supremes, Al Green, Freda Payne e Percy Sledge) tra le tante incise dai quattro (altre sono sparse tra singoli e colonne sonore).

Nerve Net

Una piacevole sorpresa. Eno ficca la testa nelle fauci del nuovo mondo sonoro ma non pretende di rimanere imperturbabile; si appassiona, si accalora, si fa sballottare da orchestre electro rock come quella di Wire Shock o medita in scelta compagnia come in Ali Click o Pierre In Mist.

Un’evasione gradita dal mondo ambient; con 12 brani che l’autore ama aggettivare come "selvaggi e complessi", "dissonanti", "fluidi", "senza vincoli", "evanescenti".