Don’t Tell The Band

Più durezza e meno improvvisazione, in un disco che soffoca un poco le qualità naturali del sestetto: Give e Sometimes (dei Firehose) sfiorano l’hard citando i Black Sabbath, Little Lilly sfoggia un ritornello a presa immediata, la title track torna al country mentre This Part Of Town conserva la liquidità di certe cose dei Phish. Meglio il secondo CD, 26 minuti dal vivo con la jam di Chilly Water&t ; e lo strumentale Action Man.

Live In The Classic City

L’intero concerto (quasi tre ore e mezza) del 1ú aprile 2000 al Classic Center di Athens diventa la miglior vetrina delle qualità del gruppo, poderosa macchina macinamusica. Concerto caledoiscopico, tra evocazioni ripetute di Duane Allman e Jerry Garcia (la sequenza iniziale Action Man/Chilly Water/Pleas, i riff insinuanti di Lilly, I’m Not Alone, One Arm Steve: tutte con Houser sugli scudi), le ballate di Vic Chesnutt (Blight), il soul jazz di Bear’s Gone Fishin’ e il tiro gospel di Tall Boy, cover (ancora Cale e Talking Heads: ma c’è anche il funk di George Clinton) e ospiti in parata: Derek Trucks e Chuck Leavell degli Allman, Col. Bruce Hampton, il sax di Randall Bramblett sulla meditativa Mercy e sulla ballata western Blue Indian.

Everyday

Ampiamente rodata sul palco, la predilezione per trame musicali dilatate trova sbocco nelle nuove incisioni: il suono, imbastito su robusti intrecci di chitarre (due), tastiere e ritmi (in gran evidenza anche le percussioni e il basso di Dave Schools, un pilastro della scena jam), è piuttosto omogeneo, tra movimentate ballate elettriche come Postcard e Hatfield, oasi di relax (Pickin’ Up The Pieces), rock blues più canonici e rimandi al suono di New Orleans (Better Off).

BRUTE: Co-Balt

Registrato in appena tre giorni, il nuovo disco con Chesnutt è un poco inferiore al precedente: il cantautore mette a disposizione ingannevoli ritornelli cantabili (You Got It All Wrong) e miniature country (Expiration Day, con armonica e steel); i Panic tessono le loro spesse trame tra i riff elettrici di Scholarship e il rockabilly/r&b di You’re With Me Now.

Panic In The Streets

Facile far confusione, dato che la copertina è quasi identica a quella di Life Fuse Get Away. Invece si tratta delle versioni CD di due concerti già commercializzati sotto forma di videocassetta: il primo, registrato ad Athens nel 1998 e noto appunto come Panic In The Streets, contiene estratti dal concerto di lancio del succitato album (con una scaletta in parte coincidente, anche se molto più breve); il secondo, Live From The Georgia Theatre, riproduce un’altra esibizione casalinga (ma del 1991), con una versione acustica e intimista di Mercy intervallata dalle accelerazioni ritmiche di Makes Sense To Me.

Light Fuse Get Away

Il primo album dal vivo (di una lunga serie) fotografa il gruppo nel momento in cui è già diventato un’attrazione di massa per il pubblico dei concerti: molti, in scaletta, ingredienti tipo della loro dieta live (la placida ballata Pilgrims, la melodia folk di Porch Song, le jam dilatate di Rebirtha e Barstools And Dreamers), omaggi agli amatissimi J.J. Cale (ancora Travelin’ Light) e Talking Heads (una bluesata e poco riconoscibile Papa Legba), il sax di Branford Marsalis che svolazza elegantemente su Pickin’ Up The Pieces.

Bombs & Butterflies

L’etica e l’estetica neo hippie di Bell e compagni sono esplicitate nel titolo, un richiamo alla Woodstock di Joni Mitchell. Il repertorio offre invece futuri cavalli di battaglia per il palcoscenico (le trascinanti Rebirtha e Tall Boy, in vigoroso stile gospel rock), il funk di Radio Child, i colori iridescenti di You Got Yours, una bella ballata soul rock (Hope In A Hopeless World) e lo strumentale pianistico di Happy. L’agile Aunt Avis è un’appendice al progetto Brute e porta la firma inconfondibile di Chesnutt.

Night Of Joy

Ancora con la Dirty Dozen Brass Band, per un’altra dose massiccia di groove, funk e New Orleans Sound. Nell’implacabile tritacarne dell’ensemble allargato finiscono stavolta altri classici “black” come Use Me (Bill Withers) e I Wish (Stevie Wonder), riff alla Sly Stone (Thought Sausage) e da club r&b anni ’60 (Thin Air), la Louisiana di Bayou Lena e le galoppate blues fusion di Bust It Big e Rebirtha (oltre 17 minuti). McConnell non è Houser, ma se la cava egregiamente.

BRUTE: Nine High A Pallet

Più un disco di Vic Chesnutt che dei Widespread Panic, che al singolare e talentuoso concittadino fanno per lo più da versatile gruppo di accompagnamento: il cocktail è decisamente gradevole, nel country con armonica e lap steel di Westport Ferry come nell’acid rock bluesato di Blight, nella acustica sfrontatezza di Good Morning, Mr. Hard-On e nell’andamento indolente di Protein Drink/Sewing Machine.

Ain’t Life Grand

Stabile e compatto nello schieramento strumentale, il sestetto propone stavolta un menù più vario: riff elettrici scolpiti nella roccia (Little Kin, Heroes), galoppate chitarristiche a briglia sciolta (Houser svetta in titoli come Can’t Get High), ma anche bei country rock corali (Ain’t Life Grand) e ballate acustiche dolcemente ritmate e in odor di pop music (Airplane, i sapori giamaicani di Raise The Roof).

‘Til The Medicine Takes

Il gruppo è in crescita e, rinforzato a tratti dai fiati scoppiettanti della Dirty Dozen Brass Band e dalla tonante ugola gospel di Dottie Peoples, confeziona una delle sue migliori prove di studio. La fusion morbida di Bear’s Gone Fishing, il violino di You’ll Be Fine, il country&western di The Waker e l’eccellente honky tonk blues di Blue Indian (uno dei pezzi più pregiati in catalogo) bilanciano gli episodi più allmaniani (Climb To Safety, Surprise Valley). La voglia di nuovi orizzonti è manifestata dall’arruolamento in studio del dj Colin Butler, incaricato di far scratching con giradischi e vinili.

Another Joyous Occasion

Un festival stordente di fiati, chitarre e (soprattutto) percussioni, che l’indemoniata Dirty Dozen Brass Band contribuisce a trasformare in una celebrazione della musica di New Orleans. Apre, a tema, una pimpante Fishwater, seguita da classici della Crescent City (la parata carnevalesca di Big Chief, il voodoo funk I Walk On Guilded Splinters di Dr. John), da una Superstition (Stevie Wonder) con il piede sull’acceleratore e da pezzi forti dei Panic (Coconuts). Chiude un ipnotico dance mix da studio di Arleen, confezionato dal produttore di fiducia John Keane.

Live From The Backyard In Austin, TX

Venduto solo in allegato all’omonimo DVD, il CD contiene un’altra performance brillante ma troppo simile ad altre già in circolazione. Ritmo elevato come sempre, tra l’r&b percussivo di rock e l’hardcore elettrico di Imitation Leather Shoes (c’è anche l’immancabile Tall Boy). Tra gli ospiti sul palco, il sax familiare di Bramblett e Luther Dickinson dei North Mississippi All Stars.

Über Cobra

Il nuovo live, registrato come il precedente alla House of Blues di Myrtle Beach (South Carolina), è acustico, e l’approccio “unplugged” si adatta bene anche ai brani più duri del repertorio come Imitation Leather Shoes (che nella circostanza assume tonalità bluegrass). Interessante, ancora una volta, la scelta delle cover, con l’apertura affidata ad un’esuberante Walk On (Neil Young), l’ennesima ripresa dai Talking Heads (la countryeggiante City Of Dreams) e un classico white soul di Steve Winwood (Can’t Find My Way Home).

Ball

La morte di Houser (a 40 anni, per cancro) getta un’ombra malinconica sul gruppo, evidente nel fingerpicking introduttivo di Fishing e in ballate sofferte come Tortured Artist, memore di certo Brit Pop. Qualche episodio più trascurabile (Sparks Fly) non altera la qualità complessiva di un disco più meditato nella scrittura (Time Waits, la mistica Meeting Of The Waters, il delicato quadretto tutto acustico di Longer Look) ma come sempre a suo agio tra le scansioni rock blues (Papa Johnny Road, Don’t Wanna Lose You) e gli interludi strumentali dilatati (Nebulous, a tratti davvero eterea e impalpabile). La bella ballata che chiude il disco, Travelin’ Man, è firmata dallo scomparso chitarrista, sostituito degnamente da George McConnell.

Space Wrangler

Voce arcigna e pastosa alla Greg Allman (John Bell), una chitarra solista cresciuta alla scuola dei grandi connazionali della Georgia (Michael Houser), la band di Athens (la città dei R.E.M.) debutta coniugando solide radici southern rock ad un gusto per l’improvvisazione tipico della scena jam. Tra il fluido scorrere della title track, i ritmi tropicali di Coconut, le atmosfere rurali di The Take Out e le estese fughe strumentali di Chilly Water e Travelin’ Light (J.J. Cale) si creano le premesse per un ruolo di leadership nel neonato movimento neopsichedelico. La ristampa Capricorn del 1992 aggiunge tre brani, tra cui un’originale medley fra Me And The Devil Blues di Robert Johnson e Heaven dei Talking Heads.

Widespread Panic

Ingaggiati proprio dall’etichetta storica della Allman Brothers Band, Bell e compagni pagano esplicito omaggio ai predecessori in titoli come Send Your Mind (r&b firmato Van Morrison), l’incalzante boogie rock Walkin’ (For Your Love) e Barstools And Dreamers, liquida jam di quasi 10 minuti dove Houser sfoggia anche ottima tecnica slide. Resterà una delle migliori prove di studio del gruppo, a suo agio con la ballata di stampo “sudista” (C. Brown, The Last Straw) come con i ritmi funk (Weight Of The World, ospiti i fiati dei Memphis Horns), capace di strani ibridi country ska (Love Tractor) e di improvvisazioni in scioltezza tra jazz, blues e e psichedelia (Pigeons, la stupenda Mercy e una I’m Not Alone che evoca i Grateful Dead).