Unplugged

Un ellepi all’anno: il ritmo delle produzioni in studio di Jay-Z è massacrante, ma si può fare di più. Un live, per esempio. Che il rapper realizza con una certa presunzione in chiave acustica, nell’ambito della collana proposta al pubblico da MTV. Episodio transitorio, poco rappresentativo della sua verve, e persino buonista, come si conviene a un oggetto reclamizzato come strenna natalizia nel dicembre del 2001.

U

Sottotitolato “una parabola surreale in canzoni e danza”, il doppio album soffre, nella trasposizione dal palcoscenico teatrale al disco, la presenza di troppa “incidental music” riempitiva e la mancanza dell’elemento scenico: soprattutto nel materiale più leggero (Bad Sadie Lee, Robot Blues). Le qualità arcane delle ballate di Williamson emergono ancora in Juggler’s Song e nell’elegiaca Queen Of Love; Malcolm LeMaistre, direttore della compagnia teatrale che allestisce lo spettacolo, entrerà presto in pianta stabile nel gruppo come vocalist e polistrumentista.

Universal Hall

I due dischi precedenti hanno dimostrato la grande ispirazione dei vecchi Waterboys (Too Close To Heaven) e la mediocrità di quelli nuovi (A Rock In The Weary Land). Forse pungolato dalle critiche, Scott ritorna a sonorità più rodate, richiama il violinista Steve Wickham (che aveva suonato con lui in Fisherman’s Blues) e mette su disco una buona scelta di ballate tra folk e rock, tese, dai toni epici o introspettivi, che dopo anni incerti riconsegnano ai fans una delle più brillanti band della scena inglese.

Unplugged… And Seated

La cosa migliore che Stewart riesce a fare negli anni 90 è accodarsi alla redditizia moda unplugged e rivisitare i vecchi successi in versione acustica: tutti seduti sui soliti sgabelli, con il vecchio compare Ron Wood alla chitarra, Stewart passa in rassegna tutta la carriera nel modo che gli riesce meglio, facendo sfoggio solo della sua voce, senza lustrini o arrangiamenti alla moda. Per una volta, l’ultima, sono d’accordo tutti, anche la classifica, che fa segnare il miglior risultato del decennio.

Unplugged

La mania dell'”unplugged” tocca anche E.C. ma non gli fa male. Il disco è buono soprattutto per il repertorio, che tocca il presente (Tears In Heaven) ma ama spingersi soprattutto indietro, fino a Layla e al blues di Nobody Knows e Rollin’ And Tumblin’. Clapton capeggia un sestetto più due coriste, con Chuck Leavell e Andy Fairweather Low.

U.F. Off — The Best Of

Basta citare pochi titoli dei brani qui inclusi per capire la grandezza di questa raccolta: Little Fluffy Clouds, Blue Room, Towers Of Dub rappresentano il Top della produzione degli Orb. Accanto a questi altri grandi successi.

UT

Marcia indietro talmente decisa da costruire il disco attorno a Dante Alighieri, citato sulla copertina e nel brano Paolo e Francesca. Di Palo domina la scena, mentre De Scalzi canta solo in I cavalieri dell’Ontario. Alla fine esce dal gruppo, ma inibisce agli altri l’uso del nome. Per qualche anno esisteranno, contrapposti, N.T., ovvero De Scalzi e D’Adamo, e Nico, Gianni, Frank e Maurizio. Questi ultimi incidono Canti d’innocenza, Canti d’esperienza, mentre i N.T. pubblicano Atomic System e Tempi dispari con Tullio De Piscopo.

Una città per cantare

Nel 1979 Dalla e De Gregori vogliono Cellamare come arrangiatore nel tour Banana Republic; riproposto al grande pubblico col nome Ron, il cantante pubblica un disco che va molto bene, grazie anche al brano iniziale, cover di The Road di Jackson Browne: i succitati “padrini” Dalla e De Gregori cantano una strofa a testa.