Heartattack And Vine

Meno rotondo del precedente ma animato dallo stesso gusto, con lampi di chitarra e un moderno folk rock che si alternano al più classico pianoforte & orchestra. Il grande Larry Taylor fra i collaboratori. Fra le canzoni, Ruby’s Arms e quella Jersey Girl che si degnerà di riprendere perfino il Boss.

Blood Money

Pubblicato in contemporanea con Alice, è una raccolta di canzoni nuove ispirate a un racconto celebre dell’800, il “Woyzzeck” di George Buchner. “Musica per carne, ossa, terra. Le canzoni hanno radici che scendono nel profondo: gelosia, rabbia, la ruota della carne umana. È come se la musica e le parole fossero invecchiate per anni in una botte e avessero preso un suono strano e distorto.” Come il precedente, è un album ritmicamente scabroso e con stravaganti fioriture di timbri. Waits lavora poco con il pianoforte, pochissimo con le chitarre e molto invece con organo a pompa, marimbe, corni francesi, strane percussioni; anche una calliope pneumatica del 1929, a cui dedica una struggente Calliope Music, e uno Stoh, un violino modificato con una bocca di tromba in uso nelle orchestre anni ’20.

Bone Machine

Un album cupo e umorale, che risente degli influssi di Black Rider (pubblicato dopo ma in realtà composto prima). Un senso di morte, di malattia, di dissoluzione, ben espresso dalla tenebrosa grafica e dalle ombre lunghe delle 16 canzoni, in parte scritte da solo, in parte con la moglie. Arrangiamenti ossuti, minimali, All Stripped Down, come vuole una canzone del repertorio; con pochi collaboratori scelti, fra cui il solito Taylor, David Hidalgo dei Los Lobos e Keith Richards (co-autore e inteprete di That Feel).

Closing Time

Quando declina il sogno del rock West Coast, all’inizio dei ’70, appare uno strano cantautore con voce di fumo, l’aria burbera e un cuore romantico grande così. Si chiama Tom Waits e sbarca il lunario con i lavori più umili, suonando in piccoli locali di Los Angeles e provincia, fino a che non lo scopre Herb Cohen, il manager di Frank Zappa e Tim Buckley. Proprio come con Buckley, anni prima, Cohen affida il suo pupillo all’ex Lovin’ Spoonful Jerry Yester. Ne viene un disco timido ma aggraziato, con alcune canzoni già molto belle: come I Hope That I Don’t Fall In Love With You, come Martha (ripresa poi da Buckley) e soprattutto Ol’ 55 (un successo per gli Eagles).

Swordfishtrombones

Waits registra l’album e sta per pubblicarlo con la Asylum quando cambia idea e passa alla Island. C’entra molto la qualità del repertorio; con uno scarto imprevisto, il “falco della notte” abbandona Los Angeles, le sue ore piccole e le sue storte serenate per un nuovo mondo più fantastico e astratto, scandito da dure, angolose percussioni. Qualcuno dei vecchi fans si intimorisce, qualcuno si offende; in realtà è una nuova vita. Fra i brani, Down Down Down, Frank’s Wild Years e Johnsburg, Illinois (è la città natale della moglie Kathleen Brennan, sua musa e madre dei due figli).

Rain Dogs

Waits non torna indietro e disegna un album ancor più crudo e duro, accettando la compagnia di bei teppisti della scena avant jazz come Marc Ribot, Ralph Carney, Greg Cohen, John Lurie, Robert Quine (ma anche il fido Larry Taylor). Sempre voglia di raccontare la vita da una strana postazione, con toni più enigmatici, accenti più scabrosi. In repertorio due canzoni mille volte riprese: Clap Hands e Downtown Train (Rod Stewart ne farà un successo). Non solo polvere e graffi: la dolcissima Time ha una melodia che sembra uscita da uno spartito italiano degli anni ’60.

The Black Rider

Un soggetto per il teatro, con la regia di Robert Wilson, ispirato a varie opere del passato (il Franco Cacciatore di Carl Maria Von Weber, il Tiratore Fatale di DeQuincey, anche il Faust di Goethe) ma con il beat imprint di William Burroughs, a cui vanno ricondotti alcuni testi. Un disco gotico negli spazi di “Guerre stellari”, Brecht e Weill sublimati in un cielo trapuntato di gospel jazz. Waits accentua la sua ricerca di strumenti insoliti, come il chamberlain, immaginando di essere un piccolo Harry Partch dei tempi nuovi.

Nighthawks At The Diner

Un live in studio per piano e voce, con occasionali interventi di “creativi e fantasiosi musicisti ad alto voltaggio Levitico-Deuteronomico”. Il Waits più autentico, cantastorie stranito alla deriva dei suoi pensieri, con canzoni che possono ripiegare in tre minuti o srotolarsi per chissà quanto (Nighthawk Postcard va oltre gli 11 minuti). Apre un indimenticabile “bollettino meterologico delle emozioni”, chiude Spare Parts scritta con l’amico Chuck E.Weiss; fra i brani anche un testo non suo, Big Joe And Phantom 309, on the road della leggenda dell’Olandese Volante.

The Early Years

Una antologia di provini del giovane Waits, luglio-dicembre 1971. Li pubblica il manager Herb Cohen, senza il permesso dell’artista. Naturalmente acerbi ma interessanti; anche perché le canzoni sono quasi tutte inedite.

Mule Variations

Stanco dei continui compromessi e di metodi che non condivide, Waits abbandona il mondo delle major e si consegna a una piccola indie specializzata in punk con la promessa che potrà fare come davvero gli pare. L’esordio è fulminante: un album che riconcilia i waitsiani della prima ora e quelli del dopo-Trombones, con ballate di grande respiro, carezze di burbero romanticismo e soprassalti di malumore in un mondo in bianco e nero, selvatico, che somiglia alla campagna americana dei Coen in Fratello Dove Sei? Un disco di blues, a tratti, un blues ossuto sporco spaventevole che davvero suona come “la musica del diavolo”, da Charley Patton a Beefheart. Con i Larry Taylor, Ribot, Carney soliti ma anche Charles Musselwhite e, in Big In Japan, il duo Claypool/Lalonde. Da ricordare anche Get Behind The Mule e l’autobiografica “Eyeball Kid.

Blue Valentine

La title track scioglie il cuore, come quella Christmas Card From A Hooker In Minneapolis che una volta ancora rivela il Waits migliore, quello che estrae diamanti dai bassifondi dell’umanità, dalle storie di malaffare. Ma è tutto l’album che gira bene (Whistlin’ Past The Graveyard, A Sweet Little Bullet) anche se qualche fan storce il naso per un suono un po’ ripulito, a tratti perfino “elegante”. L’album apre con una citazione da West Side Story. La ragazza che amoreggia con Tom nel garage “aperto 24 ore” in copertina è l’ancora sconosciuta Rickie Lee Jones.