Then and Now! 1964-2004

Per chi non se la sente di affrontare la spesa del doppio CD della Ultimate Collection. I successi ci sono proprio tutti e a questi gli Who aggiungono due nuove registrazioni, le prime in studio dai tempi di It’s Hard. Real Good Looking Boy contiene una citazione di I Can’t Help Falling In Love, i cui autori sono regolarmente citati, mentre Old Red Wine è firmata da Pete Townshend. Nel primo brano al basso c’è Greg Lake, nel secondo Pino Palladino; alla batteria siede Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr.

Live At Leeds

Un live fondamentale. Non solo per la storia degli Who. C’è chi attribuisce a questo concerto — tenuto il 14 febbraio 1970 all’Università di Leeds — la paternità dell’hard rock e di tutto quello che ne è derivato, ma non ci sarebbe bisogno di tanta retorica per sottolinearne la selvaggia bellezza. Il culmine del concerto, neppure a farlo apposta, è nella travolgente versione di Summertime Blues di Eddie Cochran, che in un certo senso aveva anticipato l’insoddisfazione di My Generation. L’ultima ristampa del 2001 in Deluxe Edition (Polydor, 2001, 2CD) — la penultima in tiratura limitata, del 1995, è semplicemente spettacolare — è l’unica a proporre (finalmente) tutto il concerto per intero. Alla fine del 1970 Townshend comincia a lavorare a un altro ambizioso progetto, Lifehouse. Concepito in un primo momento come film, viene in seguito adattato per il palco del teatro londinese Young Vic (una delle performance degli Who tenute per l’occasione è inclusa nella Deluxe Edition di Who’s Next), ma una serie di difficoltà ne impediscono la realizzazione. Le canzoni scritte da Townshend per Lifehouse emergono dapprima in Who’s Next, poi nei suoi dischi da solo e in quelli del gruppo. Naufragato anche un altro tentativo di farne un film — con Nicolas Roeg come regista — nel 1999 Townshend ne realizza una versione per BBC Radio 3 con il drammaturgo Jeff Young. Nel 2000 viene infine pubblicato The Lifehouse Chronicles, sei CD con demo, brani orchestrali e il radiodramma per intero.

Tommy

Intuendo una tendenza propria anche ad altre band — i Kinks e i Pretty Things — Townshend compone e realizza con gli Who la più importante opera della storia del rock. Mrs. Walker, sposata con un ufficiale dato per morto durante la Prima Guerra Mondiale, dà alla luce il piccolo Tommy e si innamora di un altro uomo, Alas. Il capitano Walker ritorna e in un impeto di gelosia lo uccide. Tommy, che ha assistito al delitto; diventa cieco, sordo e muto. Passato indenne attraverso una serie di disavventure, il ragazzo scopre di essere un campione con il flipper. Diventa una celebrità. Un medico individua la fascinazione di Tommy per la sua immagine riflessa nello specchio, sua madre lo manda in frantumi e questo gli restituisce i sensi perduti. Interpretato come un miracolo questo evento fa diventare Tommy una specie di profeta. Organizza raduni di massa e in uno di queste esplosioni di isteria collettiva una ragazza, Sally Simpson, viene gravemente ferita. Tommy e i suoi genitori organizzano quindi un campo in cui i “fedeli” possano radunarsi. La via per la loro salvezza consiste nel mimare, con una benda, un bavaglio e una cuffia, il comportamento di Tommy prima della miracolosa guarigione. Quando i discepoli finalmente si ribellano e distruggono il campo, Tommy si ritrova da solo in uno stato di apparente nirvana. La performance degli Who è superlativa e il successo di Tommy li consacra a livello internazionale. Il film che Ken Russell trae dalla storia scritta da Townshend nel 1975 (con Daltrey nel ruolo del protagonista) appartiene forse più al geniale regista che al chitarrista degli Who, ma non fa che accrescere la popolarità della band, che nel frattempo ha partecipato anche al Festival di Woodstock. Va segnalata naturalmente la Deluxe Edition (Polydor, 2003) 2CD, rimixata e rimasterizzata dallo stesso Pete Townshend.

The Who Sell Out

L’anno chiave della storia del rock si rivela decisivo anche per gli Who, che cominciano a conquistare il pubblico americano con una micidiale performance al Festival di Monterey. Sell Out è un netto passo avanti rispetto a A Quick One ed è anche uno dei loro dischi migliori. Townshend reagisce alla retorica invadente della “summer of love” con un’analisi impietosa della vita dei teenager inglesi. Concepito come una trasmissione radiofonica, Sell Out è scandito da jingle pubblicitari surreali — una critica feroce al consumismo — e contiene uno dei capolavori senza tempo degli Who, I Can See For Miles. Anche quando sfiorano le atmosfere psichedeliche tanto diffuse in quel momento — è il caso ad esempio di Armenia City In The Sky, scritta da Speedy Keene, grande amico di Townshend e futuro leader dei Thunderclap Newman — gli Who mantengono la loro identità. Anche in questo caso va segnalata la copertina, opera di David King e Roger Law, che mette alla berlina la pubblicità e sottolinea alla perfezione i contenuti del disco. È stato rimasterizzato e pubblicato su CD nel 1995.

30 Years Of Maximum R&B

La discussione tra i “completisti” sulla validità di questo box è ancora aperta, ma basterebbe la presenza di outtake come Fortune Teller e Melancholia, per non parlare della registrazione dello scontro tra Townshend e il leader degli yippies Abbie Hoffman a Woodstock, per giustificarne l’acquisto.

It’s Hard

Glyn Johns torna in cabina regìa e il suono è sempre più lontano dagli “esperimenti” di Who Are You. Quando le tastiere compaiono — vedi Eminence Front — ricordano più Baba O’Riley che altro. Migliore di quel che in genere si dica. L’edizione su CD rimasterizzato è del 1997.

Join Together

È la testimonianza su disco del “reunion tour” del 25ú anniversario del 1989. Meno imbarazzante di quel che si potrebbe pensare, ma al tempo stesso riservato ai fan più accesi e fedeli.

Who Are You

L’energia che Roger Daltrey riesce ancora a trasmettere viene messa in seria discussione dall’uso massiccio delle tastiere e dei sintetizzatori, che a Townshend e ad Entwistle devono sembrare il modo migliore per realizzare i loro complicati arrangiamenti. Glyn Johns, cui viene affiancato Jon Astley, sembra impotente di fronte allo strapotere della coalizione Townshend/Entwistle. Alla fine si salvano soltanto Trick Of The Light e la travolgente Who Are You, che verrà in seguito usata come sigla della fortunata serie televisiva americana CSI. Un’ultima annotazione la merita Keith moon, che in piena session di registrazione di Music Must Change esclama: “Lo so che questa roba fa schifo, ma anche se fa schifo io sono ancora il migliore… il miglior batterista ‘alla Keith Moon’ del mondo!” L’edizione su CD rimasterizzato è del 1996.

The Who By Numbers

Tornati al “formato canzone”, gli Who incidono un disco che non viene valutato dalla critica in modo obiettivo. E d’altra parte per una band con una storia così importante è difficile non deludere il pubblico e la stampa. Il disegno di copertina — unite i punti con un tratto seguendo la progressione dei numeri — è di John Entwistle, che come al solito è l’eminenza grigia della band, silenzioso e immobile mentre intorno a lui si scatena il caos. La produzione di Glyn Johns si fa sentire nella cura con cui vengono registrati i tamburi di Keith Moon. Azzeccato il singolo Squeeze Box, ma anche Slip Kid, Imagine A Man, Blue Red And Grey e They Are All In Love si fanno apprezzare. Il punk sta per travolgere i vecchi gruppi degli anni ’60 e ’70, ma gli Who si difendono con onestà e dignità. L’edizione su CD rimasterizzato è del 1996.

Face Dances

Il produttore questa volta è Bill Szymczyk, noto per la sua collaborazione con gli Eagles, mentre dietro i tamburi siede l’unico batterista in grado di reggere il paragone con Keith Moon, l’ex Faces Kenney Jones. L’ubriacatura delle tastiere è per fortuna soltanto un ricordo del recente passato e l’album, a partire dall’incalzante You Better You Bet, è senza dubbio più equilibrato e riuscito di Who Are You. La copertina, coordinata da Peter Blake, è costituita da sedici ritratti degli Who da loro stessi commissionati ad altrettanti pittori (tra questi spicca il nome di David Hockney). L’edizione su CD rimasterizzato è del 1997.

My Generation

Profondamente segnato dal rhythm & blues e preceduto da quattro singoli — due dei quali davvero micidiali: I Can’t Explain e My Generation — esce alla fine del 1965 ed è un esordio più che interessante per il giovane quartetto londinese formato dal chitarrista e autore Pete Townshend (1945), dal cantante Roger Daltrey (1944), dal batterista Keith Moob (1946-1978), e dal bassista John Entwistle (1944-2002). Il produttore Shel Talmy (lo stesso dei Kinks) coordina le session, cui prende parte il pianista prodigio Nicky Hopkins. Nella scaletta non viene inserita I Can’t Explain (che arriva all’ottavo posto nelle classifiche dei 45 giri) ed è definita da Townshend “un disperato tentativo di copiare i Kinks”; la parte del leone la fa quindi My Generation, che diventa subito l’inno dell’inquietudine giovanile ed è usata dagli Who per chiudere i loro esplosivi concerti. La band diventa famosa per la distruzione degli strumenti sul palco, un gesto liberatorio che metterà a suo tempo sottosopra anche il palco del Festival di Monterey. Nel 1966 gli Who pubblicano altri tre singoli vincenti: Substitute, che sancisce la rottura con Talmy e il passaggio alla Reaction, The Kids Are Alright e I’m A Boy. Pubblicato in USA come The Who Sings My Generation (Decca, 1966), con una diversa selezione di brani, è stato ristampato anche in Deluxe Edition (Polydor, 2002) 2CD.