DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP: Damage-Live

Robert Fripp è stato compagno di Sylvian fin dagli inizi della carriera solistica, spendendo il suo lato più fantastico, onirico, via dalle tenebre King Crimson. Una strana coppia, in fondo, che però trova un suo equilibrio: la chitarra austera e potente di Fripp spinge Sylvian fuori dal suo guscio e di converso il signor Japan è capace di dare levità e spazio a quei complessi paesaggi della mente. Realizzato con Trey Gunn (in entrambi i dischi), Pat Mastellotto e altri collaboratori.

Nel 2001 Sylvian ha voluto ritornare su Damage, cambiando il mixaggio (in origine "troppo spostato verso la chitarra di Fripp") e sostituendo un brano.

Approaching Silence

Tre pezzi ambient originariamente concepiti come colonna sonora di installazioni in gallerie d’arte. The Beekeeper’s Apprentice (con il percussionista Frank Perry) ed Epiphany erano già stati editi nel 1991 in un elegante CD libro a tiratura limitata, Ember Glance; la lunga title track (38 minuti) è invece inedita e si riferisce a una prova del 1994 con Fripp.

Sylvian David

Non Disponibile

Il cantante e tastierista David Batt, in arte David Sylvian, scioglie i Japan all’apice della fortuna, novembre 1982, dopo aver compiuto con loro un singolarissimo percorso dalla pop dance modaiola al rock raffinato e intellettuale.

A quel punto si dedica all’attività solistica, temperando ancora più sottili le sue canzoni; che così diventano trasparenti acquarelli, miniature di gusto orientale con tratti di ambient music, intimismi da canzone d’autore e il segno onirico dei Frippertronics.

Gone To Earth

Sylvian è attivissimo ma disperde la produzione in mini album, varie collaborazioni e una pregevole cassetta a tiratura limitata (Alchemy: An Index Of Possibilities, Virgin, 1985). Occorre attendere due anni per il nuovo album, che si presenta diviso in due: un disco di sfumate canzoni secondo la lezione di Brilliant Trees e un altro di morbidi brani strumentali con l’aiuto di Bill Nelson, Fripp, BJ Cole, Steve Nye.

Camphor

La stessa idea di Everything & Nothing applicata non alle canzoni bensì ai brani strumentali. In origine Sylvian voleva creare "un mosaico sonoro con spezzoni dei miei brani più lunghi, frammenti che in pochi minuti rendessero l’idea complessiva di quei lavori"; alla fine è approdato a qualcosa di più tradizionale, una antologia con giusto qualche remix e ritocco del sempre puntiglioso autore.

La prima tiratura riportava un bonus CD.

Everything & Nothing

Una raccolta in 29 quadri che non è greatest hits e neanche antologia nel senso classico del termine. È piuttosto una rilettura, uno sguardo “con il senno di poi” a una originalissima vicenda artistica più che ventennale. Sylvian non solo ha scelto ma cambiato remixato ricantato, per amor di perfezione, estraendo dagli archivi anche qualche inedito, fino ai lontani giorni Japan.

Dead Bees On A Cake

Dopo 12 anni Sylvian torna a quell’aristocratica forma di canzone, a quelle miniature intarsiate sul guscio di un pensiero o di un’emozione che avevano segnato l’inizio della sua carriera solistica. Una vena delicata, crepuscolare, attraversa i 14 brani del disco; e una chiara voce in pace con sé e con il mondo scandisce il misurato passo dell’album e ne lega i lontani elementi (il paradossale blues di "Midnight Sun", la decadenza fin de siècle di Shining Of Things, l’angoscioso rumorismo di Pollen Path, il jazz emotivo di Wanderlust) salvo tacere in Praise, dov’è uno straordinario canto in giapponese. Fra i collaboratori, Kenny Wheeler, Bill Frisell, Marc Ribot, Talvin Singh.

DAVID SYLVIAN/HOLGER CZUKAY: Flux + Mutability

Sylvian abbandona il mondo delle canzoni e va a esplorare l’universo dei suoni; per una diecina d’anni non tornerà sui suoi passi. In questi due album collabora con l’ex leader dei Can nel segno di una ambient delicata e spettrale. Registrazioni agli studi Can, con musicisti tedeschi fra cui Michael Karoli e Markus Stockhausen.

Blemish

Il primo disco di David Sylvian fuori dalla Virgin, esordio della sua etichetta Samadhisound, è una perla in un’ostrica dura. Un album di pochi suoni per lo più elettronici, pensato scritto e realizzato in non più di 6 settimane, che porta alle estreme conseguenze l’idea minimalista di "canzone" modellata negli anni: pensieri sparsi, parole come lampi fuggevoli su uno sfrangiato tappeto musicale che sa essere raso e dolcezza (l’incanto di The Heart Knows Better, come un sogno Blue Nile) ma anche ruga profonda, amara (i tre brani con il chitarrista improvvisatore Derek Bailey, ospite inatteso di un album condotto per lo più in solitudine).