Once Upon A Time

Pochi dischi di grande successo sono stati così odiati dai fan. La band evita di includervi la prima pietra dello scandalo, il brano di Keith Forsey Don’t You (Forget About Me) incluso nel film Breakfast Club (e rifiutato da Brian Ferry), hit mondiale ben eseguita ma in odore di pop e commercializzazione. Il tratto più evidente è la ricerca della coralità (smaccata in Alive And Kicking) in un LP in cui Kerr insegue l’afflato di Bono, Burchill quello di The Edge, e McNeill impacchetta il tutto con zuccherose tastiere. La base ritmica, forte del nuovo bassista John Giblin, picchia — ma il suono non è mai rock, al più è pop da stadio. Eppure, il disco, colorato (da Jimmy Iovine) quanto il precedente era in bianco e nero, ha una sua epica intensità, grazie anche alla preziosa voce della corista Robin Clark. Con grossa sorpresa di chi li conobbe nel 1980, i Simple Minds risultano la band perfetta per il Live Aid.

Neon Lights

A sottolineare che la loro crisi non se la inventano i critici, esce un disco di brani altrui, tanto per prendersi una vacanza dalla mancanza di ispirazione. Vengono mestamente omaggiati Kraftwerk, Neil Young, Doors, Roxy Music, Echo and the Bunnymen.

Sister Feelings Call

Originariamente pubblicati insieme, e poi divisi in due, derivano dalle stesse sessions (con Steve Hillage dei Gong come produttore), che portano all’addio di McGee ma anche i primi riscontri di vendita grazie al singolo Love Song. Le ritmiche non sono mai banali, e il contrappunto tra la freddezza delle tastiere, l’autorevole chitarra di Burchill e la ieratica voce di Kerr produce piccoli gioielli come The American, Seeing Out The Angel e Theme For Great Cities.

Real To Real Cacophony

Fulminea sterzata verso un suono più scarno e sintetico, con risultati più che buoni. La voce di Kerr si rivela adatta a brani inquietanti come Real to Real, Factory, Premonition. Dal punto di vista stilistico, l’album è a una distanza siderale da quelli che pochi anni dopo porteranno il gruppo scozzese alla fama.

Street Fighting Years

Dopo otto dischi in sette anni, giunge una pausa di riflessione. Pausa di lunghezza terribilmente anticommerciale, così come un autogol è la pubblicazione, qualche mese prima, di un EP col meglio dell’album: Mandela Day, The Belfast Child e la cover di Biko di Gabriel. Prodotto da un irriconoscibile Trevor Horn, il disco delude su tutti i fronti: pesante, pretenzioso, prevedibile, imbrigliato dal desiderio di aprire le coscienze ai problemi del mondo ma anche dall’abiura dell’elettronica (gli U2 stanno predicando al mondo la santità del verbo acustico. Poi ci ripenseranno). Va sprecata anche la presenza di Lou Reed in This Is Your Land.

Sparkle In The Rain

Col produttore-star del momento, Steve Lillywhite (U2, XTC), realizzano un album di sapore pop ma dal suono stranamente sporco. In altre mani, brani pop come Up On The Catwalk o Speed Your Love To Me risulterebbero disturbanti: qui vengono posti come tappeto per consentire al gruppo di cercare l’abituale trance ritmica in East At Easter, Street Hassle di Lou Reed, Shake Off The Ghosts, o nella tonante tarantella Waterfront. Nel tour americano, il gruppo è spalla dei Pretenders: alla fine, i cantanti dei due gruppi (Kerr e Chrissie Hynde) si sposeranno.

Real Life

McNeil lascia e Giblin lo segue. Kerr e Burchill sono ora i Simple Minds, ma non sanno più chi sono. Qualche buona canzone ci sarebbe anche (Rivers of Ice, Travelling Man, Stand By Love), ma il gruppo ha ormai un suono confuso (tra pop, progressive e world music), rigonfio come la voce di Kerr, quasi una caricatura della perfetta popstar sensibile.

Neapolis

Pallidi segnali di vitalità, anche se il ritorno di Derek Forbes faceva sperare in qualcosa di più. Tutto suona come già sentito, e meglio. Ma in fondo è giustificabile la ricerca di appigli sonori nel passato. Se davvero hanno ancora qualcosa da dire, fanno una gran fatica a dirlo.

New Gold Dream (81-82-83-84)

Dopo tre anni ad alto voltaggio, la tensione viene diminuita. Con inattese iniezioni di funk e di pop, che portano al proscenio il basso di Forbes e la batteria del neoentrato Mel Gaynor, la band raccoglie molti più estimatori. In alcuni casi si cede a “ganci” accattivanti (Someone Somewhere in Summertime, Glittering Prize, Promised You A Miracle), mentre altrove riemerge l’elettronica tantrica dei dischi precedenti (Big Sleep, New Gold Dream). Ospite a sorpresa, Herbie Hancock in Hunter And The Hunted.