Girl At Her Volcano

Pubblicato in origine nel formato inconsueto del vinile dieci pollici, questo mini album apre il capitolo della Jones “coverista” e interprete pura: sette canzoni (due registrate dal vivo) con incursioni nel repertorio standard (My Funny Valentine e Lush Life di Billy Strayhorn), una bella e malinconica versione di Walk Away Rene (Left Banke) e una spumeggiante Under The Boardwalk rinforzata dall’intervento di quattro vocalisti. La ballata orchestrale Hey Bub è invece una outtake autografa da Pirates.

Traffic From Paradise

C’è il grande chitarrista acustico Leo Kottke dietro questa svolta “roots” della cantautrice californiana (d’adozione). È lui, coautore di due brani, a cucire intorno alle sue nuove canzoni suoni limpidi, naturali e in punta di dita (con l’aiuto di ospiti di vaglia come Lyle Lovett e David Hidalgo dei Los Lobos): così nell’arpeggio chitarristico folkeggiante di Stewart’s Coat e nel valzer triste e scarno di Altar Boy, in Beat Angels (una ballata che profuma di confine messicano) e nella lenta, estatica Pink Flamingos, punteggiata dalle melodiose linee di basso di John Leftwich, ma anche nella cover inattesa di Rebel Rebel di David Bowie. Un disco sospeso, rarefatto e di grande intensità.

Live At Red Rocks

Una frizzante performance nell’anfiteatro naturale del Colorado rinfresca il vecchio catalogo della Jones con versioni (quasi) all’altezza degli originali e spesso dilatate. Improvvisazione, aneddoti, esuberanza, con una Coolsville impreziosita da assoli di tromba, il solare folk-jazz-reggae di Love Is Gonna Bring Us Back Alive rinforzato dalla voce di Lyle Lovett e, come bis, un tuffo nell’album dei ricordi con una vivace ripresa della Gloria di Van Morrison. Emozioni, buone vibrazioni e meno seriosità che in altre occasioni.

The Magazine

Notizie buone ma già sentite nel nuovo giornale di bordo della Jones. La cantautrice decide stavolta di asciugare la sua prosa e confeziona canzoni in formato più stringato: vario come sempre l’umore, tra l’essenzialità piano/voce della title track, i toni latineggianti di It Must Be Love e la vivacità swing blues di Juke Box Fury, quasi una Chuck E.’s In Love parte seconda.

Pirates

Rickie Lee ripete quasi il miracolo con una collezione di dilatate minisuite in chiaroscuro che pagano tributo a Kerouac e a Miles Davis, al soul e a Waits, al doo wop e a Springsteen. L’esuberante lirismo suburbano dei primi dischi del Boss sembra rivivere negli orizzonti ampi e il respiro epico di We Belong Together e i continui cambi di passo e d’atmosfera di Pirates (So Long Lonely Avenue). Gli altri modelli non sono meno nobili: la ballata pianistica Skeletons è nel solco del miglior Randy Newman, Living It Up evoca Carole King e i gruppi femminili di Phil Spector, Traces Of The Western Slopes è fusion ambiziosa che cita implicitamente Joni Mitchell e Laura Nyro ed esplicitamente Edgar Allan Poe.

The Evening Of My Best Day

Altri sei anni senza il becco di un inedito, ma il nuovo album si rivela un progetto ben meditato. Il vocabolario si è fatto ancora più vario, ra la bossa nova di Bitchenostrophy, le slide countreggianti di Lap Dog e il folk acustico di Sailor Song e A Tree On Allenford (dove la Jones ricorda la prima Suzanne Vega). Il resto riprende invece a parlare la lingua colorita degli esordi, tra il pop-jazz alla Court And Spark di A Face In The Crowd e il blues sporco di Mink Coat At The Bus Stop. Ma nelle nuove canzoni, al posto della fiction poetica, soffia spesso l’indignazione civile: la jazzata Ugly Man serve a disegnare un ritratto eloquente del presidente George W. Bush, Tell Somebody usa un saltellante gospel/r&b alla Blues Brothers per protestare contro il Patriot Act, la legge antiterrorismo che limita le libertà civili dei cittadini americani.

Flying Cowboys

Cinque anni di black out (dovuti a una gravidanza e a problemi con l’alcol), un cambio di etichetta, un nuovo produttore, e la Jones torna con un disco di raffinato e disciplinato pop rock, soffuso e jazzato. La nuova Rickie Lee è una sophisticated lady della canzone d’autore, che sotto la direzione di Walter Becker (Steely Dan) coltiva nostalgie Sixties (la cover di Don’t Let The Sun Catch You Crying di Gerry & The Pacemakers) e amori imperituri (la melodia e l’armonica di Just My Baby sembrano un altro omaggio alla prima Nyro). Ci sono anche incursioni nei ritmi giamaicani (Ghetto Of My Mind, Love Is Gonna Bring Us Back Alive), nel country corretto pop (Rodeo Girl) e nell’universo “cool” degli Steely Dan (la celebre Satellites), ma il meglio arriva ancora dalle ballate come Away From The Sky.

Rickie Lee Jones

La Los Angeles colorita dei “barrios” chicani e dei bassifondi, delle gang di quartiere, delle battone e dei disperati in fuga da se stessi scopre una nuova musa: i protettori (Tom Waits e Chuck E. Weiss, compagni di scorribande alcoliche) sono una garanzia, ma la Jones (che arriva da Chicago) ci mette molto del suo in questo sfavillante poema di romanticismo urbano. La voce è un trillo stridulo che sa tramutarsi in ruggito d’orco (Coolsville), gli strumentisti (Randy Newman, Dr. John e la crema dei session men californiani) da sogno, le canzoni piccoli e movimentati cortometraggi in musica: da cui prendono vita road song febbrili e visionarie come Last Chance Texaco e Night Train, storie di locali malfamati e di strade illuminate al neon, di bulli e di denaro facile, servite in salsa blues, jazz e funk (Easy Money, Weasel And The White Boys Cool, Danny’s All-Star Joint), ballate jazz e poesia beatnik (ancora Coolsville), orchestrazioni da Brill Building (On Saturday Afternoons In 1963) e un biglietto da visita irresistibile come Chuck E.’s In Love, dedica swingante all’amico Weiss. Un esordio davvero folgorante.

It’s Like This

Ancora un album di cover, che per metà batte gli stessi sentieri di Pop Pop, con nobili pezzi a firma di Gershwin, Bernstein/Sondheim, Hoagy Carmichael e Charlie Chaplin (la sempre struggente Smile). Meglio però la prima parte, con i felpati ritmi pop jazz di Show Biz Kids (Steely Dan) e Low Spark Of High Heeled Boys (Traffic), il soul sincopato di Trouble Man (Marvin Gaye) e una bella versione della beatlesiana For No One con Joe Jackson al pianoforte.

Pop Pop

Tornano le cover, in una raccolta che serve forse alla Jones per segnare il territorio di appartenenza dopo un periodo di sbandamento artistico e personale. Accompagnatori impeccabili e virtuosi (Robben Ford alla chitarra, Charlie Haden al basso, e il bandoneon dell’argentino Dino Saluzzi), repertorio a spasso tra il pop e il jazz dell’epoca d’oro, con due inattese incursioni nel genere psichedelico (ma Up From The Skies di Hendrix è resa in chiave swing, e Comin’ Back To Me dei Jefferson Airplane è ancora più rarefatta dell’originale): il tutto è reso con classe, ma con un tono fin troppo monocorde ed estenuato.

Naked Songs — Live And Acoustic

Voce, chitarra e pianoforte, Rickie Lee scarnifica e disossa le sue rigogliose composizioni musicali proponendole, in concerto, con arrangiamenti (quasi) ad alzo zero. Alla cura “dimagrante” vengono sottoposti anche i classici, Weasel, Young Blood e Last Chance Texaco (sempre meravigliosa): l’effetto è ipnotico, ma in certi frangenti prevale il torpore.

Rare Space

Attraverso il suo Website e un’etichetta specializzata in dischi a edizione limitata, la Jones rende disponibili una bella serie di concerti che pescano in un arco temporale esteso dal 1982 (Europe 1982 e Hamburg) al 2000. Le registrazioni non sono trattate con remixaggi o correzioni e dunque variano in qualità, ma abbondano gli ingredienti stuzzicanti per i fan più accaniti: un ottimo show in compagnia del pianoforte di Joe Jackson (Seattle 2000), un’ospitata di Taj Mahal su Chain Austin, esibizioni intime (The Chicago Sessions) o in edizione deluxe (la formazione allargata con coristi e sezione fiati di Live At The Roxy), una dose di cover poco ascoltate (Ring Of Fire, People Get Ready, I’m A Man/Hoochie Coochie Man su Chain Austin, The Old Laughing Lady di Neil Young su Live In Portland, Girl From Ipanema su Joe’s Pub 1999, selezioni di Cat Stevens e Taj Mahal su Philadelphia), e una collezione di performance rare e inusuali (Rare Space).

Ghostyhead

Sempre inquieta e desiderosa di cambiamenti, la Jones si tuffa spericolatamente dentro le onde elettroniche che spazzano le coste della musica pop fine anni ’90. Ne esce un album sperimentale e coraggioso, scandito da scansioni trip-hop e da suoni tecnologici “sporchi” e tenebrosi: il vestito è aggiornato, ma il corpo delle canzoni meno consistente del solito.