Pablo Honey

La prima prova semiacerba. Pablo Honey è un disco di indie pop smanioso di incrociare tre chitarre elettriche (You, Anyone Can Play Guitar) quanto capace di smithsiane (in)delicatezze (Thinking About You). Thom Yorke (voce, chitarra), Ed O’ Brien (chitarra), Colin Greenwood (basso) e Phil Selway (batteria), da Oxford, iniziano sognando REM e Pixies ma hanno un debito verso gli U2 (Stop Whispering). Al pregiudizio della stampa nazionale, che vede i Radiohead solo come cloni di Bono & C., rimedia il successo americano del singolo Creep: uno psicodramma in amniocentesi grunge, croce e delizia per i suoi autori, che macera l’alternanza tra strofe lente e arpeggiate e il ritornello a forte combustione introdotto con un indovinato effetto di chitarra di Jonny Greenwood (chitarra, tastiere), la più giovane delle cinque teste di radio (fratello di Colin).

Com Lag

Uscita giapponese commemorativa del tour 2004 nel paese del Sol Levante. Raggruppa tutti i lati B dai singoli di Hail To The Thief: curiosità come Gagging Order, la versione Los Angeles di I Will, il remix Skttrbrain per mano di Four Tet.

I Might Be Wrong

Marginale solo in apparenza. Distrutta con Kid A e Amnesiac ogni convenzionale creatività, in concerto il gruppo di Oxford compie il passo successivo, far (ri)nascere l’organico in quel grado zero digitalizzato. Si spiega così anche ciò che verrà dopo. Per ora si gustano le nuove versioni dal vivo e i brividi che salgono lungo la schiena nell’inedita True Love Waits (solo voce e chitarra acustica di Thom Yorke).

Kid A

Seguendo i sillogismi di Mr. Dillingpole, Kid A sarebbe allora il migliore del XXII secolo. Questo ha a che fare con le accademiche onde martenot di Olivier Messiaen, i cluster armonici, il sistema binario, l’elettronica esoterica e la musica delle sfere ben più che con il rock splenico a tre chitarre, primo santino del gruppo di Oxford. In apertura lo schematico minimalismo di Everything In Its Right Place, la foglia morta Kid A, il jazz abbarbicato intorno al basso di The National Anthem, l’indefinito contorno alla melodia di How To Disappear Completely, la canzone che si nega a se stessa (“I’m not here” ripete il ritornello), e l’ambient di Treefinger sono i pentagrammi al silicio su cui volteggia l’avvoltoio Optimistic, unico pezzo a tracciare un solco tra lui e il passato che sia meno che vertiginoso. La dissolvenza dei ghiacciai di In Limbo precede gli scatti ipnagogici, convulsi con cui Idioteque si fa preannuncio della nuova era glaciale. Salomonica Morning Bell (almeno in questa versione un po’ chitarra e un po’ elettronica arcana), tutto il percorso è invece suggellato da Motion Picture Soundtrack, che passeggia su di una salvifica arpa, onde lotofaghe e un harmonium da resurrezione.

The Bends

The Bends è già un sensazionale passo in avanti, anche se sulla scia dei primi ispiratori dei Radiohead. Ma la personalità c’è. L’intelligenza emotiva, anche. È splendido in particolare il lavoro fatto dalla band con il produttore John Leckie; si sente come ogni brano sappia trarre da se stesso tutta la linfa e l’energia necessarie per sé e per ripercuotersi su di un sublime piano generale. Come gli U2, meglio degli U2, i Radiohead sanno fare della catarsi rock un umanesimo da stadio (o da grandi arene, poco cambia); dalle risonanze elettrolitiche di High And Dry e di Fake Plastic Trees, ballate — semiacustiche — satellitari e sensitive, la voce di Thom Yorke trae il suo te deum, un canto poetico nella totale fragilità dell’individuo. Mentre My Iron A Lung rappresenta l’addio a Creep, lo stato pre embolia di The Bends, l’epilessia di Bones e le modalità saltanti e antistatiche di Just proiettano l’intersezione sfalsata delle chitarre in una distorta stratosfera, la ventosa Planet Telex, la fiaba surreale di Nice Dream, il fluttuare nel dormiveglia di Bulletproof… I Wish I Was, le sfumature elevatrici di senso di Black Star e i fermo immagine e i “time lapse” filmici nell’arpeggio di Street Spirit illuminano un lato più languido, con il groppo in gola. Le anime lacerate cercheranno qui la loro musica preferita.

Hail To The Thief

Continua il work in progress dei Radiohead sulle strutture della musica popolare. Per Hail To The Thief, il cui titolo si riferisce alle contestazioni a George Bush Jr, il quintetto sceglie la via della rapidità e reattività. Reattività di pensiero, rapidità di azione. 2+2=5 trova una terza via tra chitarra rock e elaborazioni elettroniche: è punk con un diploma in ingegneria informatica. L’album è piuttosto un insieme di momenti diversi: brani franti nello sviluppo (Sit Down. Stand Up) come nel ritmo (Backdrifts), tonalità minori e immagini serali (e seriali) allarmanti (dal crepuscolo di The Gloaming al bosco e all’allegria naufragi di There There, al panico che si tocca in We Suck Young Blood, Wolf At The Door e nella scientifica Myxomatosis). Un Thom Yorke allarmato per i destini del mondo scrive la palingenetica Sail To The Moon per il suo figliolo Noah. Dove andranno i Radiohead, se non sul lato oscuro della luna?

Radiohead

Non Disponibile

I Radiohead sono una rock band inglese proveniente dall’Oxfordshire, formatasi nel 1986 con il nome originario di "On a Friday". Hanno venduto oltre 45 milioni di dischi in tutto il mondo.

I Radiohead rilasciarono nel 1992 il loro primo singolo, Creep, tratto dall’album di debutto Pablo Honey (1993). La canzone fu un inaspettato successo mondiale e, almeno all’inizio, la band venne etichettata come una one-hit wonder. L’album, seppur ben accolto negli Stati Uniti, passò quasi inosservato in Inghilterra.

Il successo in patria arrivò solo con il secondo album, The Bends (1995), che fece guadagnare alla band numerosi fans. La reputazione del gruppo crebbe ancor di più con l’uscita del terzo album, OK Computer (1997), riconosciuto da diversi critici come una pietra miliare nella musica rock degli anni Novanta.

Con i loro due album Kid A (2000) e Amnesiac (2001), usciti a distanza di soli otto mesi l’uno dall’altro, la popolarità dei Radiohead arrivò ai massimi livelli.

Il loro sesto album, Hail to the Thief  è uscito nel 2003. Dopo quattro anni di assenza dalle scene, nel 2007, hanno completato le registrazioni del loro settimo album, intitolato In Rainbows. Nel 2011 è uscito il loro ottavo album in studio, King of Limbs, pubblicato, come il precedente, prima in formato digitale e solo successivamente sui tradizionali supporti (LP e CD).

Amnesiac

I brani di Amnesiac e quelli di Kid A sono stati registrati durante le stesse sedute; Morning Bell è addirittura ripresa in un modo assai diverso. Non è un ritorno all’ordine dopo l’insubordinazione intellettuale di Kid A, e non è tuttavia quel monolite lunare; la linea di Amnesiac sembra più morbida si è affievolita quella cortina fumogena di effetto sorpresa. Il compito di rappresentare il quinto LP dei Radiohead va innanzitutto ai singoli che per Kid A non c’erano stati: Pyramid Song e il suo trasporto doloroso da spiritual, una spagnoleggiante Knives Out, quindi il dancefloor lastricato di ciottoli di I Might Be Wrong (diventato inno olimpico). All’interno, tra il taglia e cuci digitale anti globalizzazione (Dollars And Cents), Yorke continua a usare la voce come strumento al pari degli altri, non esitando a filtrarla e farla sembrare una sardina in una scatola di latta schiacciata (Packt Like Sardines In A Crushed Tin Box). La circolarità ansiogena di Like Spinning Plates è il frutto di una ricerca molecolare capace di smuovere la materia nel profondo. Il finale, con Life In A Glasshouse, equivale a una marching band di New Orleans che suona una colonna sonora western.

My Iron Lung

Il pop è morto (Pop Is Dead annunciava il singolo precedente), il grunge anche, e neanche Thom Yorke si sente benissimo. Punto intermedio tra la ricerca di un’identità e la sua definizione matura.

OK Computer

Hanno ispirato questo terzo LP dei Radiohead, tra gli altri: Miles Davis, i Can, Dj Shadow, Johnny Cash, il compositore polacco Krystof Penderecki (per il finale, con i violini a un quarto di tono uno dall’altro, di Climbing Up The Walls), il rock progressivo più nobile. E i Pink Floyd. E i Beatles. Valori astronomici si segnalano da Airbag all’ultima The Tourist, alla sottovalutata, e invero brillantissima, Let Down. Tra (super)guide interstellari, caldi accordi di Rhodes con chitarre laser (Subterranean Homesick Alien) e androidi paranoici: rapsodia metrica bohemienne, Paranoid Android unisce forma sonata, tre canzoni in una alla A Day In The Life e ascensori per il paradiso (misure jazz/calipso, avvilupparsi progressivo della chitarra, coro da cappella, ripresa, nuovo assolo di chitarra, fine). Yorke parla di amore fra gli orizzonti di gloria di Lucky e intona con voce da de profundis la storia di Romeo e Giulietta in Exit Music (For A Film); ci si smarrisce per un istante di Karma Police tra il Lennon solista e il Doppio Bianco, ma è per rincontrarsi procedendo in direzioni opposte. Su di un presente (Fitter Happier) e un futuro (No Surprises, un carillon al monossido) anestetici, incombe infatti l’elettroshock di Electioneering. Con tutto questo i Radiohead realizzano insieme il Dark Side Of The Moon e il Sgt. Peppers del loro tempo geneticamente modificato. James Dillingpole del Daily Telegraph ha definito questo LP di quasi immacolata reputazione come “il migliore del XXI secolo, dove The Bends era il migliore degli anni ’90”.