JOHN PARISH & POLLY JOAN HARLEY: Dance Hall At Louse Point

In To Bring You My Love PJ Harvey tornava a collaborare con il chitarrista John Parish, assieme al quale militò, giovanissima, negli Automatic Dlamini. Nel successivo progetto, accreditato a entrambi, le musiche sono di Parish e la Harvey si “limita” a scrivere i testi e cantare, provando nuove alchimie vocali. Convivono brani ostici (City Of No Sun, Taut) e canzoni di spessore (That Was My Veil).

To Bring You My Love

Per molti è il vero capolavoro di PJ. Rappresenta un chiaro giro di vite fin dal look e dalle pose da rockeuse sofisticata, per arrivare alla ristrutturazione completa del suo parco musicisti, la produzione affidata a Flood e un modo diverso di comporre e arrangiare. Sciolto il trio, la cantautrice inglese comincia una carriera solista di nome, oltre che di fatto. Il demone che ora la abita è quello di un rock blues moderno sui generis, dai toni decisamente versatili e dagli accenti ora cerebrali, ora sentimentali e quasi mistici. Il sound duro e gotico di Meet Ze Monsta, il quasi noise di Long Snake Moan, l’incedere lento e sinistro della title-track si incrociano con l’atmosfera da psicodramma di Down by The Water, la paura e il desiderio, l’estasi e il tormento delle ballate folk C’mon Billy e Send His Love To Me. Allegato alla seconda tiratura di To Bring You My Love, il disco bonus The B-Sides (Island, 1995), in edizione limitata, raccoglieva una produzione minore ma con alcuni spunti degni di nota. 

 

Uh Huh Her

Un ritorno alla forma cruda dei primi dischi, se non dei demo, per un album eterogeneo simile a una collezione di schizzi. PJ si autoproduce secondo una sua rigida lettera (“se stai lottando con una canzone, togli quello che ti piace”). Ciò che conta davvero alla fine sono la voce e le storie; e i frammenti musicali, come la limatura blues sparsa intorno a Bad Mouth e The Letter, la poesia di Shame, No Child Of Mine, il glam chiassoso e anti machista di Who The Fuck?. Nessuna concessione o affabilità, bisogna convincersi a entrare nei solchi di questo disco ruvido e pieno di spine.

Dry

Il talento della cantautrice inglese si impone con questo LP prodotto per l’indipendente Too Pure; lanciato dai singoli Dress e Sheela-Na-Gig, contiene altri brani incisivi come Victory e Oh My Lover. Un rock istintivo, il suo, essenziale, potente, scarno, spigoloso, dalle evidenti inflessioni blues. Esile e ossuta, la ventitreenne Polly Jean Harvey ha doti e originali e una voce di spiccato carattere e sensualità, ora fragile e confessionale, ora più volitiva. I testi affrontano in maniera inedita il tema dell’identità femminile, in termini molto diretti e sentiti o con metafore che non celano un riferimento assai concreto (Happy and Bleeding). PJ Harvey è anche il nome del trio, completato da Rob Ellis al basso e da Steven Vaughan alla batteria. 

 

Is This Desire?

La ragazza spigolosa e fragile di un tempo è diventata autrice e performer a tutto tondo. La sua bravura cresce con l’esperienza. Le collaborazioni con Nick Cave, Pascal Comelade o Tricky ampliano il respiro di Is This Desire?, album in cui la sperimentazione è più intensa e tra le maglie filtrano anche trip hop e dub. Nei personaggi della sua penna, le varie Angelene, Leah, Catherine, Elise, PJ trae lo spunto per ampliare il suo orizzonte poetico/musicale.  

 

Rid Of Me

Per il secondo LP, la nuova vestale del rock alternativo beneficia di un contratto con una major, la Island che pubblicò i capolavori dell’amato Tom Waits. Produce Steve Albini, naturalmente alla sua maniera, violentemente scarna e quasi asettica. Con le chitarre martoriate in primo piano e il suono ai minimi termini, emaciato, nevrotico, il disco circoscrive i demoni, gli impulsi, le ossessioni di una PJ in stato di grazia creativa. Si comincia dalla furia retrattile della title-track, con sbalzi dinamici che vanno dal sussurrato lamento al marziale fortissimo, per proseguire tra serpentine garage rock (50ft Queenie), ferroso blues (Hook), e passare a un Dylan d’annata riletto in maniera spregiudicata, destreggiandosi tra altri numi tutelari come Captain Beefheart e Patti Smith.  

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Stories From The City, Stories From The Sea

Polly nella Grande Mela si ritrova cantautrice rock, assorbendo gli stimoli della grande metropoli. Big Exit è una canzone semplice, forte, tutta d’un pezzo, ottima per cominciare. Patti Smith è di nuovo a un passo in Good Fortune. Lo è Dylan, in You Said Something. La Harvey vive all’interno una splendida collaborazione con Thom Yorke, che porta a This Mess We’re In, cantata in coppia con la voce dei Radiohead. La versione battagliera della ragazza inglese, sin qui giovane donna matura, preso il sopravvento Kamikaze e This Is Love, si ammansisce in Horses In My Dreams, preannunciando il finale serafico di We Float.