Ufficialmente dispersi

Improbabilissima nel cantare le gesta di Che Guevara in Il comandante Che o nel denunciare il dramma della guerra afghana in Kabul, sfodera l’antica, inestinguibile rabbia nel comporre, col fido Piccoli, Stiamo come stiamo (duetto con Mia Martini) e l’invettiva contro l’ex marito Borg in Viva la Svezia. Inaspettatamente, è un disco vero.

TIR

Le premesse erano importanti: al disco collaborano, oltre a molti degli autori comparsi nel precedente, musicisti come Walter Calloni, Stefano Cerri, Walter Calloni, Fausto Leali, la stessa sorella Mia. Il risultato però è un disco senza acuti, forse troppo fine per la dirompente interprete.

Io

Uno dei pochi “flop” di Corrado Rustici, capace di portare oro alla causa di Aretha Franklin, Zucchero ed Elisa, ma incapace di trovare, come avevano fatto Lavezzi e Fossati, un centro di gravità permanente per una Bertè sempre più irrequieta, nonostante l’esordio come autrice. Sono gli anni della stucchevole partecipazione a Sanremo col finto pancione e del matrimonio con Borg celebrato dal servizievole sindaco socialista di Milano Pillitteri.

Streaking

Nell’Italia divisa tra Canzonissima e gli Inti Illimani, arriva lei, nata a Bagnara Calabra nel 1950, sorella minore di Mia Martini, e promette di non fermarsi di fronte a nulla. Scelte musicali (curate da Enrico Riccardi) francamente incerte, ma i testi sono audacissimi per l’epoca: c’è persino il debutto discografico di un diffuso termine che indica l’organo sessuale maschile. La copertina non è da meno: la cantante mostra ogni lato del suo talento.

Made In Italy

Inciso a New York con i Platinum Hook, cosa che lascia indifferente il pubblico: del resto è un album di finto funk-rock inutilmente compiaciuto che pone fine al sodalizio artistico e sentimentale con Lavezzi. Le interpretazioni straziate che ogni tanto sono il pregio della Bertè qui emergono come limite.

Carioca

Il brasiliano Djavan, già frequentato nel disco precedente, è l’autore e produttore di un album dedicato alla edonistica “voglia di Brasile” dell’Italia anni ’80. Traducono in italiano nientemeno che Ruggeri e Lauzi. Un disco a parte, in equilibrio tra furbizia e spontaneità. Certo Djavan non è Vinicius, e neppure Toquinho.

Un pettirosso da combattimento

Batoste sentimentali, familiari (la morte di Mia Martini) e discografiche (non c’è etichetta che si arrischi a metterla sotto contratto): anche fisicamente provata, non fa che mettersi nei guai. Va a Sanremo e insulta la Luna, poi viene addirittura squalificata dallo Zecchino d’Oro; per Rap di fine secolo, incluso nella versione originale dell’album ma non dalle ristampe, un autore le fa causa. Ma in questo assurgere a personaggio drammatico nasce un disco terribilmente personale e vero, dove guarda a tutte le sue delusioni (c’è anche Padre davvero, lanciata tanti anni prima dalla sorella, cui dedica Zona venerdì).

Savoir faire

Si tenta di riproporre la formula del disco precedente, ma l’interpretazione della cantante è insoddisfacente, e in generale la confezione non rende giustizia al contenuto: il personaggio Bertè, giunto ai suoi vertici di esibizionismo (è iniziata la pirotecnica storia d’amore con il tennista Bjorn Borg) distoglie l’attenzione dai brani scritti da Ruggeri, Maurizio Piccoli, il Luigi Tenco di Ragazzo mio.

Bandabertè

Il disco della consacrazione: tra Dedicato di Ivano Fossati e il primo reggae italiano di E la luna bussò dell’innamorato Lavezzi, la cantante calabrese si candida a principessa dei perdenti, riuscendo nonostante un atteggiamento perennemente sopra le righe, a ispirare fior di autori.

Jazz

Pop italiano di gran classe, e ci mancherebbe altro: scrive e produce Ivano Fossati, scrive (e firma tra l’altro l’eccelsa Il mare d’inverno) Enrico Ruggeri, scrive Bernardo Lanzetti (Ho chiuso con il rock’n’roll). Peccato ancora questa fissa un po’ spocchiosa dei sessionmen americani.

Dimmi che mi ami

Album dimezzato: l’avventura con l’etichetta dell’ex marito di Anna Oxa, il miliardario Pacolli, abortisce a metà dell’opera. Ne deriva un minialbum che è una pezza d’appoggio per l’ennesima partecipazione sanremese a metà tra anticonformismo vero, connaturato, e le bizze da diva in difficoltà.

Traslocando

Non cambia lo scenario (New York) né i musicisti (i sopravvalutati Platinum Hook), ma cambia il cavaliere: via Lavezzi, entra in scena Ivano Fossati, che per la Bertè e per il nuovo tipo di donna che rappresenta scrive la canzone-manifesto Non sono una signora, con la quale vince il Festivalbar e risolve a proprio vantaggio la curiosa, acerrima rivalità con Donatella Rettore che ne caratterizza questa fase della carriera.

LoredanaBertè

Ancora una volta accanto a quella protettiva di Lavezzi (è suo il singolo In alto mare) arrivano altre grandi firme (Pino Daniele, Ron) ma il disco non riesce a unire sotto lo stesso cielo il pubblico “popolare” della cantante quello d’élite che lei vorrebbe.