Killing Joke

Jaz Coleman (voce, tastiere), Kevin “Geordie” Walker (chitarra), Martin “Youth” Glover (basso) e Paul Ferguson (batteria) emergono nella piena dell’ondata new wave, proiettati già oltre. Del loro rock d’avanguardia, severo e futurista, questo esordio rimane il primo e più fulgido esempio. In quel calderone apocalittico che chiamano “scherzo che uccide” i quattro gettano avanzi punk, dark, hard, dub e industrial, aggiungendo rumori, turbative elettroniche e prescienze techno: vuol dire essere “avanti” anche per quei tempi, già pieni di novità. Filosofia e (mis)antropologia di Coleman sono postmoderne, onniscienti per ambizione (e per la nota immodestia del personaggio), apocalittiche per cosciente vocazione. La sintesi è tra modernismo, voragini primordiali e un’enfasi divinatoria espressa con visioni tecnologiche di scenari da incubo. Un’oscurità totemica è alla base della statuaria, esiziale Requiem quanto della arcigna e guerreggiante Wardance: questi sono i due capolavori del disco, rimasto la cosa migliore del gruppo inglese.

Revelations

Qualcosa cambia. I Killing Joke diventano più aperti per quanto sempre oscuri, ipnotici, potenti; quando incalzano (con Empire Song e Chop-Chop), e quando si elevano all’epico (The Hum). Youth lascia il gruppo, che perde a poco a poco coerenza mentre Coleman è preso dalle sue fissazioni sulla fine del mondo (si trasferisce in Islanda).

Night Time

Contiene Love Like Blood, un anthem molto più leggero di quelli dei primi Killing Joke. La virata è verso il pop dark/elettronico in auge a metà decennio. “Viviamo negli anni Ottanta”, canta Jaz Coleman. Non sa che il giro di basso scalpellato da Eighties è destinato a trasformarsi in quello di Come As You Are dei Nirvana, il gruppo simbolo dei Novanta.

What’s This For…!

What’s This For! è la casa della trascinante Follow The Leaders. Il quartetto insiste sull’elasticità della sua ritmica straniante, un po’ funky, un po’ robotica, un po’ tribale. L’assetto è simile all’esordio, senza averne la ventata riformatrice. Tension risente, forse, dell’influenza dei Devo e Butcher, probabilmente, dei Public Image; eppure il proto crossover dei Killing Joke precorre sia i Ministry (The Fall Of Because) che i Jane’s Addiction (la stessa, epica Follow The Leaders).

Democracy

Insufficiente, perfino anonimo. La title-track sembra annaspare alla ricerca di una virtualità da MTV, quando complessi come i Nine Inch Nails sono più agguerriti e attuali rispetto ai loro progenitori. Lo stesso può dirsi di Lanterns, che con Democracy ha in comune l’uso intessuto di chitarre acustiche in un rock infarcito di tecnologia.

Killing Joke

Stavolta è per rispondere al nu metal che i Killing Joke disseppelliscono l’ascia di guerra. Youth e Paul Raven sono entrambi in squadra, l’intervento riparatore di Dave Grohl (ex Nirvana) alla batteria assicura vivacità, la produzione di Andy Gill è forte e aggressiva. Lo scherzo mortale continua ventitré anni dopo con un secondo album omonimo. Jaz Coleman, domiciliato in Nuova Zelanda, divenuto intanto direttore di un’importante orchestra di Praga e maturato come compositore colto, torna a dare vere sferzate rock, tribali e moderne: è l’ora di Total Invasion, The House That Pain Built, Blood On Your Hands.

Pandemonium

Raven si unisce ai Prong, un complesso di rock industriale debitore per l’ispirazione proprio ai Killing Joke (come quasi tutti i complessi di quell’area). Jaz Coleman si dedica alla musica etnica con l’album egiziano (di lui e Anne Dudley) Songs From The Victorious Clay; altri Killing Joke sono coinvolti nei Murder Inc. Tra tutto questo, Coleman, Geordie, Youth e il batterista Geoff Dugmore realizzano Pandemonium, che ripropone il connubio tra l’hard rock e la danza moderna più acida. E culmina nello spavento di Esorcism.