Killers

Con il supporto di numerosi concerti e con l’approvazione della stampa musicale mondiale, il gruppo parte alla scalata delle classifiche, con un album intenso e suonato con ancora più vigore, a cui giova l’innesto del chitarrista Adrian Smith al posto di Dennis Stratton e soprattutto la produzione di Martin Birch, celebre per aver lavorato con i Deep Purple. I nuovi classici si chiamano Wratchild, Another Life, Innocent Exile, Purgatory, Drifter, mentre in Prodigal Song, appare per la prima volta la chitarra acustica. Con la pubblicazione del mini LP Maiden Japan (USA Harvest, 1981) viene diffusa la notizia dell’abbandono di Paul Di Anno, che in due decenni nonostante vari tentativi di nuovi progetti (Lone Wolf, Di Anno, Battlezone, solista), non riuscirà mai a togliersi l’etichetta di ex cantante degli Iron Maiden.

Kiss Me Deadly

Poca convinzione, dovuta anche alla fine degli antichi impulsi punk. C’è in tutto il disco una strana aria di smobilitazione, che infatti si verifica: Idol è pronto per diventare una star per conto proprio (e lo farà appropriandosi di Dancing With Myself, qui presente), mentre James mostra le sue capacità commerciali pre-Sigue Sigue Sputnik con la ballata Kiss Me Deadly.

King Biscuit Flower Hour Presents: The Alarm

Un disco che rende finalmente giustizia alla reputazione live della band gallese. Il luogo dell’azione è Boston, fine 1983, e il primo album deve ancora uscire nei negozi: tangibile la loro voglia di spaccare il mondo, in pezzi della prima ora come Unsafe Building e Up For Murder, coppia di canzoni pubblicata sul singolo di debutto.

Killing Joke

Jaz Coleman (voce, tastiere), Kevin “Geordie” Walker (chitarra), Martin “Youth” Glover (basso) e Paul Ferguson (batteria) emergono nella piena dell’ondata new wave, proiettati già oltre. Del loro rock d’avanguardia, severo e futurista, questo esordio rimane il primo e più fulgido esempio. In quel calderone apocalittico che chiamano “scherzo che uccide” i quattro gettano avanzi punk, dark, hard, dub e industrial, aggiungendo rumori, turbative elettroniche e prescienze techno: vuol dire essere “avanti” anche per quei tempi, già pieni di novità. Filosofia e (mis)antropologia di Coleman sono postmoderne, onniscienti per ambizione (e per la nota immodestia del personaggio), apocalittiche per cosciente vocazione. La sintesi è tra modernismo, voragini primordiali e un’enfasi divinatoria espressa con visioni tecnologiche di scenari da incubo. Un’oscurità totemica è alla base della statuaria, esiziale Requiem quanto della arcigna e guerreggiante Wardance: questi sono i due capolavori del disco, rimasto la cosa migliore del gruppo inglese.

Kinda Kinks

Tempo pochi mesi e i Kinks sono di nuovo in pista, con le strane canzoni di Ray Davies e la chitarra graffiante del fratello Dave; gli altri due, Peter Quaife e Mick Avory, non conteranno mai molto. Le cover diminuiscono esponenzialmente e lo stile si fa più morbido, malizioso, con allusioni che arrivano fino al vecchio pop e al cabaret britannico. Indimenticabile Tired Of Waiting For You; ma sono di quel periodo anche le deliziose Set Me Free e Days, recuperate nella ristampa CD del 1998, che aggiunge altri 9 brani.

Kaleidoscope

Quando il rock gotico dei Banshees si impregna ancora di più di psichedelia. Proprio come un caleidoscopio, è un insieme di cose varie e mutevoli, costruite attorno a un click (Red Light) o agli arrangiamenti eccentrici del pop più bizzarro dei profondi anni ’80 (Happy House e Christine). In Israel, Siouxsie e i suoi dimostrano di sapersi volgere a limbi extraeuropei per emozioni ancora più raffinate (lo avevano fatto con Hong Kong Garden, lo ri”faranno con Arabian Nights). Mancando un chitarrista fisso, si alternano Jon McGeogh e Steve Jones.